1- MEETING E POLITICA/ Da Letta a Salvini, il confronto batte il copione già scritto

2-TUTTI CONTRO CONTE! AL MEETING DI RIMINI TIRO AL PICCIONE CONTRO L’AVVOCATO Un confronto serio, sui temi, che ha spiazzato i copioni già scritti.

25.08.2021 - Antonio Fanna ilsussidiario.net lettura6’

Ieri al Meeting di Rimini è stata la volta dei segretari dei partiti. Un confronto serio, sui temi, che ha spiazzato i copioni già scritti

Non c’è memoria di un dibattito politico al quale hanno partecipato tutti assieme, seduti uno vicino all’altro (con l’eccezione di un collegamento da remoto), i leader dei principali partiti italiani. Ma soprattutto non c’è memoria di una tribuna politica civile, non urlata, dialogante, che ha sfiorato le due ore di durata senza che nessuno guardasse l’orologio. L’imprevisto è accaduto ieri al Meeting di Rimini. Non è autocelebrazione dirlo, visto che non esiste proprio nessun precedente del genere, a meno di non considerare tali i rarissimi confronti all’americana tra candidati premier alla vigilia del voto.

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Ma qui non si vota, non ci sono seggi in palio. Il Meeting ha colto una novità in atto nella politica italiana, emersa con la nascita del governo Draghi e consolidata in questi mesi a dispetto di giornali e tv che sono sempre a caccia di ciò che divide. La novità è che i politici desiderano parlarsi. Lo vogliono fare ragionando, discutendo le idee gli uni degli altri. E accettano di farlo rinunciando a imporsi e facendo spazio all’agenda proposta.

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Il confronto di ieri si è sviluppato attorno alle questioni poste dal Meeting: l’idea di democrazia in pericolo, l’importanza dei partiti, dei corpi intermedi, della partecipazione collettiva al bene comune. Il cambio di metodo rispetto al “teatrino della politica” fatto di giornalisti che rincorrono le polemiche di giornata e di politici che volentieri si prestano al gioco è stato evidente. È una pagina nuova nei rapporti tra i leader. Le contrapposizioni non sono mancate. Matteo Salvini, per esempio, si è pubblicamente pentito di avere votato il reddito di cittadinanza. Quasi tutti hanno preso le distanze da Giuseppe Conte, il quale ha ribadito di non voler demonizzare a priori il dialogo con i talebani a Kabul. Antonio Tajani ha criticato la bozza di decreto contro la delocalizzazione delle imprese, difesa invece da Enrico Letta. Viva la differenza, si diceva un tempo in Francia. Viva le differenze, perché altrimenti il dibattito sarebbe finto. Ma non è volato nessun “vaffa”, nemmeno ammantato di buone maniere, e perfino il nuovo leader dei grillini ha detto che l’attenzione al linguaggio entrerà nel nuovo statuto del Movimento.

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Sono sembrati molto lontani gli anni in cui la politica, anche al Meeting, coincideva con i leader, come quando vennero Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Lo schieramento di ieri sotto l’egida dell’Intergruppo per la sussidiarietà dice di un tramonto del personalismo e del ritorno al centro dei contenuti. Non esistono in Italia tanti altri posti interessati a fare dialogare i leader, e non a contrapporli. Il Meeting ha imposto l’agenda della discussione e dettato il clima in cui essa si è svolta, un’atmosfera non di “volemose bene” ma di confronto reale davanti a un applausometro senza rete.

È un inizio, naturalmente. Lo conferma il fatto che, prima e dopo l’incontro in auditorium, gli inviati dei giornali sono corsi a punzecchiare i leader su Durigon, la Lamorgese, la durata della collaborazione di governo, eccetera. I siti dei giornali online ieri sera titolavano ancora sulle contrapposizioni tra Salvini e Letta, che pure nel salone erano seduti accanto e più volte si sono datiragione l’un l’altro. Gli elementi di conflitto non mancano e il Meeting non intendeva silenziarli o cancellarli. Ma la politica del battibecco e del “teatrino” non è l’unica rappresentazione del Palazzo. Gli scettici vadano sul canale Youtube del Meeting, si guardino le due ore di contraddittorio e ne avranno la prova.

 

2-TUTTI CONTRO CONTE! AL MEETING DI RIMINI TIRO AL PICCIONE CONTRO L’AVVOCATO DI PADRE PIO (GLI SCHIAFFI). SUL REDDITO DI CITTADINANZA I LEADER DEL CENTRODESTRA HANNO BASTONATO “GIUSEPPI” MENTRE LETTA LASCIAVA FARE. ANCHE SUL DIALOGO CON I TALEBANI CONTE SI E’ RITROVATO ISOLATO. LE FRECCIATE DELLA MELONI AL M5S: “I PARTITI ESISTONO SOLO SE SONO PESANTI, QUANDO HANNO LE SEZIONI E C'È IL CONTATTO CON LE PERSONE”

Alberto Mattioli per la Stampa Tutti presenti, tranne la polemica. Gran soddisfazione al Meeting di Rimini: mettere insieme Letta, Conte, Salvini, Tajani, Rosato e Lupi, più Meloni in fluttuante collegamento video, è un colpaccio mediatico. Tanto più che il dibattito è una sagra di "prime volte": prima volta di Conte al Meeting (anche se sbaglia e dice che si tratta del debutto tout court di un grillino, e non è vero), prima volta di Conte e Salvini insieme in pubblico dopo la fine traumatica del loro governo, eccetera.

Letta ringrazia perché lo invitavano «anche quando non contavo niente e lavoravo all'università con i miei studenti». Non si capisce se sia l'ultimo cazzeggio estivo o il primo dibattito dell'autunno politicamente caldo che si annuncia. Di certo, tutti esibiscono un insolito fair play, più da Camera dei Lord che da talk televisivo all'ultimo strillo, con apprezzamenti per l'organizzazione, in effetti di implacabile efficienza tecnologica (si fa tutto con un'app, sono ciellini 4.0), nessuno che si sovrappone agli altri, Salvini che assicura di essere d'accordo con Letta sull'Afghanistan e Rosato con Meloni sul ruolo dei partiti: miracolo a Rimini.

Del resto, l'officiante Michele Brambilla l'aveva premesso, che la gente è stanca della politica urlata, mentre Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione Meeting, ricordava che il valore della politica non può essere sovrastato dal frastuono della polemichetta quotidiana. Che poi nelle dichiarazioni a margine torna subito, con Letta che dice che rispetto a questa destra sovranista Berlusconi «era rose e fiori» e giura che mai più farà un governo con Salvini, il quale torna puntualmente ad attaccare Lamorgese. Tre i punti all'ordine del giorno: Afghanistan, ruolo dei partiti e priorità post Covid. E qui più che un tutti contro tutti il risultato è un tutti contro uno, che curiosamente non è Meloni, l'unica all'opposizione, ma Conte.

Perché nell'unanimismo quasi generale steccano due temi: i taleban e il reddito di cittadinanza. Sui nuovi padroni dell'Afghanistan con cui l'avvocato del popolo vorrebbe dialogare Salvini carica: «Io il dialogo con i terroristi islamici non lo concepisco per principio» (segue applauso), idem Meloni che aggiunge al gruppo degli infrequentabili anche l'Arabia Saudita, omaggio a Renzi, mentre Tajani informa che si è informato «non con i generaloni ma con i soldati sul campo» che gli hanno detto che della parola dei taleban non ci si può fidare.

Invece Conte insiste con una delle sue tipiche acrobazie verbali: dialogare con i talebani non significa legittimarli o riconoscerli ma, poiché non si possono abbandonare gli afghani al loro destino, «astringerli (sic) al dialogo». Altro argomento caldo: il reddito di cittadinanza. Per Meloni è «devastante», per Tajani va abolito, per Salvini è addirittura l'occasione di un inconsueto mea culpa, visto che in fin dei conti nel governo che l'ha istituto c'era anche lui: «Tornassi indietro, non lo rifarei.

Crea soltanto lavoro nero e disoccupazione. Ho chiesto a Draghi di rivederlo e comunque oggi nasce una maggioranza per farlo». E qui Conte inizia a sbracciarsi anche a costo di gualcire l'impeccabile completo blu (con pochette) spiegando poi che lui del reddito è orgoglioso, che non va abolito, semmai riformato per «reprimere i pochi abusi» e che anche Draghi è d'accordo che questo «paracadute» ci vuole.

Sul funzionamento del malandato sistema istituzionale, da segnalare la presa di posizione di Letta per le preferenze e contro il trasformismo dei parlamentari («Troviamo forma e formule per limitarlo ed applicare finalmente l'articolo 49 della Costituzione», quello sui partiti) e perché Draghi resti premier fino al termine della legislatura. Meloni vuole il presidenzialismo e dei partiti «pesanti», con «le sedi sul territorio e non davanti allo schermo di un computer» (altra frecciata al M5s), idem Salvini che chiede di mandare in Parlamento soltanto chi abbia già avuto un'esperienza amministrativa e di limitare il potere «che oggi in Italia decide sugli altri: quello giudiziario».

Conte invece assicura che il suo Movimento «terrà alta l'asticella dell'etica», che «farà politica con il sorriso» e perfino, tesi spericolata, che il M5s «ha contribuito a ridare credibilità ai partiti». Nell'applausometro, alla fine vincono Lupi, qui non in rappresentanza del suo partitino ma dell'Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, tema carissimo al cuore ciellino, e poi Meloni, Salvini e Tajani, insomma il centrodestra. Del resto, vincono facile quando chiedono libertà educativa (leggi: soldi alle scuole private), provvidenze per le famiglie e investimenti sulla natalità. E qui Salvini diventa addirittura lirico: «Quando morirò lascerò un trilocale a Milano, un po' di processi aperti, qualche buona opera e i miei due figli, la cosa più bella che il Dio mi abbia dato». Amen

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