Sciopero in Rai. Inizia la resistenza alle riforme di Fuortes

La guerriglia delle maestranze paralizza la tv di stato, mentre i concorrenti ripartono dopo la pausa estiva. L'ad capisce l’antifona e rilancia 

SALVATORE MERLO 14.9. 2021 ilfoglio.it lettura2'

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“Devo fare tutto subito”, dice ai collaboratori più fidati. “Tutto subito”, ripete Carlo Fuortes, il nuovo amministratore delegato della Rai che a ottobre, vorrebbe mettere in piedi in un colpo solo quella rivoluzione che non s’è fatta negli ultimi vent’anni: non soltanto il piano industriale, ma anche l’accorpamento dei telegiornali che fece saltare per aria i suoi predecessori Gubitosi e Campo dall’Orto, e poi la diminuzione dei canali, e la vendita di RaiWay, e lo sviluppo del canale digitale RaiPlay... Ora o mai più, per salvare la balena spiaggiata, per rimettere in mare la tv pubblica che ha i conti in rosso malgrado il canone, la grande azienda editoriale che è probabilmente all’ultimo giro di giostra, a rischio di diventare una catastrofe sociale molto peggiore di Alitalia. “Tutto subito”, dice allora Fuortes.

Ma già l’azienda, il gran corpo di bestia dotato di vita propria, impasticcata com’è nella resistenza corporativa, nelle miserabili lotte tra potentati, l’ha capito. E si spaventa. Le rendite sono a rischio. Così adesso il mostro prova a staccargli la testa, all’amministratore delegato. O almeno a fargli capire, come dicono i picciotti a Palermo, “di che erba è fatta la scopa”. Ieri uno sciopero di maestranze a Roma, accompagnato da un surreale comunicato sindacale che lamenta una carenza di personale (la Rai ha quindicimila dipendenti) ha piegato la televisione di stato. Letteralmente. E’ saltato tutto. Nel giorno in cui Mediaset, cioè la concorrenza, riprendeva le trasmissioni dopo la pausa estiva, Raiuno ha trasmesso un solo programma in diretta, quello di Antonella Clerici. Il resto tutto registrato. E repliche. Saltato “Uno mattina”. Saltata “Agorà”. A mezzogiorno il Tg3 è andato in onda per soli sei minuti. Come pure il Tg1. E così anche la sera, mentre i concorrenti sparavano l’artiglieria pesante.

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Aria di guerriglia, dunque, nel bunker ipersindacalizzato, laddove da sempre il giogo dell’ingerenza politica è di gran lunga preferito alla cultura d’impresa, vissuta come una umiliazione: risparmio, luci spente, redazioni accorpate. Non solo i tecnici. Ma pure i giornalisti. C’è la resistenza degli otto direttori, dei trentadue vicedirettori, e poi delle centinaia di caporedattori e inviati e corrispondenti e incaricati speciali, dei semigraduati e distaccati, dei dispensati e degli indennizzati che traballano e sussultano e beccheggiano: “Se si fondono il Tg1, Tg2 e Rai Parlamento chi lo farà poi il quirinalista?”, “e quando Rainews sarà una testata unica con il Tg3 e il Tgr chi resterà a New York?”. Poche settimane fa i vaticanisti della Rai s’erano lamentati perché l’amministratore delegato non sembrava incline a mandarli tutti e dodici a seguire il viaggio di Papa Francesco in Giappone. E allora “devo fare tutto subito”, dice Fuortes. Dare una botta secca alla bestia. Tramortirla. Sperando che non sia lei ad azzannarlo prima.

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