Nazareno grillino. Conte dice che adesso sì, davvero, è proprio il momento di riformare la Costituzione con il Caimano

L’avvocato del popolo prende il suo posto nell’interminabile gioco dell’oca delle riforme istituzionali, rilanciando la necessità di fare tutto ciò che i cinquestelle hanno più violentemente combattuto

Francesco Cundari 17.11.2021 linkiesta.it lettura4’

L’avvocato del popolo prende il suo posto nell’interminabile gioco dell’oca delle riforme istituzionali, rilanciando la necessità di fare tutto ciò che i cinquestelle hanno più violentemente combattuto. A dimostrazione del fatto che si tratta solo di un gioco, e che è ora di smetterla

Ci fossero stati ancora dei dubbi sul fatto che Giuseppe Conte abbia preso sul serio la sua ultima reincarnazione da leader del centrosinistra – dopo quella, non meno riuscita, da leader dei sovranisti-populisti – l’avvocato del popolo li ha cancellati ieri, con la sua intervista alla Stampa. Posto dinanzi alle ardue questioni della politica e della società di oggi, dalle misure per affrontare la pandemia al difficile percorso della legge di bilancio, Conte ha infatti dichiarato testualmente: «Vorrei approfittare di questa occasione per rilanciare un altro confronto con tutte le forze politiche, anche di opposizione, per affrontare il tema delle riforme costituzionali, che sono il vero tema della nostra vita istituzionale».

La politica italiana è talmente ripetitiva che non si fa più neanche in tempo a scherzarci sopra, perché si viene immediatamente battuti dalla realtà. Avevo appena finito di ironizzare, ieri e l’altro ieri, sul fatto che da trent’anni in qua la politica italiana non discute d’altro che di riforme istituzionali ed elettorali, praticamente ogni giorno, che già si ricomincia. Ovviamente con gli stessi identici obiettivi e gli stessi identici argomenti di tutte le volte precedenti. Ogni volta come se fosse la prima volta.

Ed ecco dunque che oggi anche per Conte, cioè per il leader del partito che più di ogni altro ha contestato il tentativo di riforma precedente in nome della centralità del Parlamento e del no alla deriva autoritaria, contro ogni ipotesi di rafforzamento del ruolo del governo (che peraltro nella riforma precedente neanche era previsto, ma ora non stiamo a sottilizzare), «non c’è nulla di più prioritario per il futuro del Paese che mettere i governi in condizione di poter programmare un piano di riforme necessario a migliorare la qualità della vita dei cittadini», perché «non possiamo competere a livello internazionale avendo premier che, magari per colpa di piccoli partitini, si avvicendano dopo un breve periodo e sono chiamati a confrontarsi con capi di Stato e di governo che rimangono in carica per decenni». E dice persino – sempre lui, il leader del Movimento 5 stelle, fate attenzione – che per riformare la Costituzione è giusto trattare con Silvio Berlusconi.

Siccome il punto ha una sua rilevanza storica, diciamo così, riporto il passaggio integrale: «Tra i leader dei partiti ci sono ex premier come Silvio Berlusconi e Letta che ci sono passati prima di me e che, in un modo o nell’altro, hanno subito questa instabilità del governo. Il momento è perfetto: quali migliori interlocutori per affrontare la riforma della Costituzione?». Già, chi meglio di Berlusconi? Come non averci pensato prima.

Lo stesso intervistatore, Ilario Lombardo, a questo punto deve avere avuto un momento di esitazione, forse avrà pensato di aver capito male, così riformula la domanda: «Anche Berlusconi?». Replica Conte senza scomporsi, quasi stupito dello stupore: «È leader di un partito della maggioranza». Elementare. Come se non fosse lui, Conte, il leader del partito che più di ogni altro, nel 2016, ha guidato la campagna contro il «patto del Nazareno» e agitato lo spettro della riforma che consegnava l’Italia al Caimano.

Se non ci fosse da ridere, ci sarebbe da darsi fuoco in piazza. Ma come, ma se è dai tempi della bicamerale di Massimo D’Alema, cioè dal 1997, quasi un quarto di secolo fa, che ogni tentativo di riformare la Costituzione attraverso un accordo tra maggioranza e opposizione (e dunque, necessariamente, con Berlusconi) viene fatto oggetto di campagne di stampa forsennate, insinuazioni e accuse di ogni genere. E adesso proprio il leader di tutta quella galassia di giornalisti, magistrati, intellettuali e politicanti che per venticinque anni lo hanno impedito con ogni mezzo, avvelenando il dibattito con ogni possibile teoria della cospirazione, dalla Bicamerale dalemiana che avrebbe voluto realizzare il piano di Licio Gelli alla riforma renziana dietro la quale ci sarebbe stato nientemeno che il piano di Jp Morgan (scommetto che questa ve l’eravate dimenticata), ecco che proprio lui, tutto d’un tratto, dice che bisogna riformare la Costituzione, per rafforzare il ruolo del governo, e bisogna pure farlo con Berlusconi. Che dire? Complimenti per il coraggio.

Il fatto poi che manchi poco più di un anno alla fine della legislatura, che ora ci sia il problema della legge di bilancio e subito dopo quello dell’elezione del capo dello stato, e che quindi in ogni caso per una riforma della Costituzione non ci siano i tempi tecnici, sinceramente, è davvero la minore e la meno ridicola delle numerose contraddizioni dell’iniziativa contiana. Tra le quali vanno comunque segnalate le giuste e certo non nuove proposte da lui avanzate nel merito, dalla sfiducia costruttiva alla modifica dei regolamenti parlamentari per scoraggiare i cambiamenti di gruppo, cioè esattamente quello che Conte ha tentato di istigare in ogni modo per salvare il suo ultimo governo.

La contraddizione maggiore, tuttavia, sta forse nel fatto che lo stesso Conte, almeno fino a ieri, era anche uno dei pochi sostenitori di una legge elettorale proporzionale, grazie alla quale ogni partito si presenterebbe con il suo simbolo, senza coalizioni precostituite, e dunque senza pseudo-candidati presidenti del Consiglio. Chiudendo la discussione e mettendo fine, si spera, a questa trentennale giostra di riforme mancate, con cui dal 1993 in poi si tenta di portare a termine una transizione istituzionale che non approda evidentemente da nessuna parte.

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