Che fare per la crescita e il debito. Un test in vista del voto

Una campagna elettorale seria ruoterebbe attorno al tema di chi ha le migliori credenziali per fare davvero le riforme previste dal Pnrr

GIAMPAOLO GALLI 08.8. 2022 ilfoglio.it lett3’

È troppo chiedere che nella campagna elettorale che si sta aprendo i partiti discutano dei problemi veri dell’Italia? E’ troppo pretendere che dicano cosa intendono fare per affrontare i due problemi che fanno dell’Italia un’anomalia assoluta, non solo in Europa: l’assenza di crescita e l’alto debito?

 

 

Senza crescita non si risolve la questione del debito. E si aggravano tutti gli altri problemi. Si può discutere se il salario minimo sia una buona o una cattiva idea, ma se l’economia non cresce è molto difficile che possano crescere i salari; così come è molto difficile affrontare la nuove povertà che pure ci sono, specie fra i lavoratori autonomi che sono stati spiazzati dal Covid e dal caro energia. Senza crescita, il welfare di cui andiamo giustamente fieri alla lunga non è sostenibile. Senza crescita, la transizione ecologica diventa un grande guaio, perché non ci sarebbero le risorse per compensare chi sarà danneggiato, ad esempio, nella filiera dell’automobile con motore a scoppio.

    

Il Pnrr contiene risposte estremamente circostanziate a tutti questi problemi. E una campagna elettorale seria ruoterebbe attorno al tema di chi ha le migliori credenziali per fare davvero le riforme previste dal Pnrr. Dato che il Pnrr è un impegno del paese fino al 2026, quello che si dovrebbe chiedere ai candidati è se intendano rinegoziare alcune parti o come pensano di attuare le riforme previste.

  

La legge di Bilancio per il 2023 sarà il primo vero banco di prova. Di solito viene concepita fra agosto e settembre, per poi avere il tempo di mettere a punto gli articoli di legge entro ottobre per la presentazione al Parlamento. Se una coalizione vincerà le elezioni e riuscirà a formare il governo in tempi brevi, avrà questa incombenza. Non sarà una finanziaria lacrime e sangue, ma non sarà neanche una passeggiata. Il Documento di economia e finanza dell’aprile scorso ha disegnato un sentiero di rientro molto graduale per il rapporto debito/pil: questo dovrà tornare ai livelli pre Covid (135 per cento) nell’arco di un decennio. Si tratta – va detto – di un obiettivo davvero minimo e proprio per questo non possiamo mancarlo con i soliti rinvii a cui siamo abituati da molti anni. Dato questo obiettivo minimale, a partire dalla legge di Bilancio di quest’anno, non ci sarà spazio per manovre espansive. O meglio, tecnicamente, il piccolo spazio che è previsto dovrà essere utilizzato per le cosiddette politiche invariate, in primis le missioni internazionali e gli aumenti salariali della Pa. Forse le cose andranno un po’ meglio di come sono state prospettate nel Def dell’aprile, perché la crescita 2022 è più alta di quanto previsto dal governo – e questo migliora il deficit del 2023 – e perché l’inflazione continuerà a spingere le entrate. Ci sono però due grandi rischi. Il primo è domestico. Fino ad ora l’inflazione ha spinto le entrate, ma è facile prevedere che nei prossimi mesi l’inflazione spingerà le spese, sia per la componente acquisti della Pa (inclusi gli investimenti) che non potranno non risentire degli aumenti di prezzi, sia per la componente stipendi e pensioni. L’altro grande rischio è dato dallo scenario internazionale che diventa ogni giorno più cupo, per la mini recessione negli Stati Uniti e l’incredibile frenata della Cina.

Sul fatto che la crescita continui come nel 2021 e nella prima parte di quest’anno è bene non farsi troppe illusioni. Per ora possiamo solo dire che è stato un rimbalzo che ha consentito di recuperare i livelli di produzione del 2019, ante Covid, e che il rimbalzo è stato molto aiutato da sostegni e sussidi quanto mai generosi. La maggior parte degli altri paesi sono arrivati prima di noi al traguardo dell’ante Covid, ma ora ci siamo anche noi. Ma, come ci ricorda per l’ennesima volta il Fondo monetario internazionale in una pubblicazione del 1° agosto, il pil reale pro capite sta ancora 6 punti percentuali al di sotto del livello del 2007, prima della Grande crisi finanziaria. E il problema è la produttività: dal 2000 al 2019, il valore aggiunto per occupato è diminuito del 5 per cento, mentre in tutti gli altri paesi è aumentato di varie decine di punti. Sono questi i problemi dell’Italia che il Pnrr si propone di affrontare essenzialmente con grandi investimenti in infrastrutture moderne, digitalizzazione e riforme per aumentare l’efficienza delle pubbliche amministrazioni, giustizia e scuola comprese. Qualcuno ha ricette diverse o migliori? Si faccia avanti.

Giampaolo Galli, Osservatorio sui conti pubblici Università Cattolica

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