Psicodramma democratico.Una discussione sulle idee anziché sui nomi non è una discussione, ma una recita
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Basta con la favola del povero segretario vittima delle correnti cattive. Il Pd deve senz’altro chiarire a se stesso qual è la sua funzione e la sua identità, ma certo non può risolvere il problema andando dallo psicanalista. Quello che serve è un congresso vero
Francesco Cundari 28.9.2022 linkiewsta.it lettura2’
Di tutti i riti che accompagnano l’apertura della fase congressuale nel Partito democratico, il più stucchevole è quello che impone ai commentatori di intonare ogni volta il coro sulla necessità di discutere di idee e non di nomi, di valori e non di leader, esortando i dirigenti a non ridurre, sminuire, svilire tutto alla semplice scelta di un segretario.
So anch’io che sono cose che si dicono, convenevoli da ascensore della politica – la versione standard è sempre la stessa: il povero leader divorato dalle cattive correnti, nel partito che consuma un segretario a ogni tornata elettorale – ma è un modo ingannevole di raccontare le cose.
Dire che si debba discutere di idee anziché di nomi, infatti, significa dire che prima, da qualche altra parte, si prenderanno le decisioni che contano su identità, programma e obiettivi del partito, e solo dopo si deciderà chi dovrà portarle avanti. Ma se le decisioni che contano sono già prese, su quale base si sceglierà il leader, e con che coraggio lo si potrà ancora definire tale? Se il copione è già scritto, tanto varrebbe affittare una comparsa.
Non sto dicendo che questo accada, intendiamoci, il mio è un ragionamento per assurdo che serve a mostrare l’inconsistenza dell’ipotesi iniziale: se non si vuole che il congresso sia semplicemente un concorso di bellezza, come si ripete noiosamente in queste circostanze, ebbene, separare la discussione sulle idee dalla discussione sui nomi è proprio la strada più sicura per arrivare lì. Finita la discussione sulle idee, invece di fare le primarie, basterebbe guardare gli indici di ascolto e scegliere l’esponente che viene meglio in tv. Ma questo, per l’appunto, sarebbe palesemente assurdo. E certo non è quello che vogliono tanti autorevoli osservatori e commentatori.
Il Pd deve senza dubbio chiarire a se stesso qual è la sua funzione e la sua identità, ma certo non può risolvere il problema andando dallo psicanalista, e tantomeno in una seduta di autocoscienza tra capicorrente. Personalmente trovo le primarie in cui persino i passanti possono votare un modo folle e autodistruttivo di eleggere i vertici di qualsiasi associazione, ma al punto in cui siamo dubito ci siano le condizioni e tanto meno il tempo per riaprire anche quel capitolo.
Penso che abbia ragione Matteo Orfini nel dire che un partito non può discutere solo di alleanze, come ha fatto il Pd negli ultimi tre anni, dando l’impressione, fondata, che qualunque altra questione di merito e di principio fosse sacrificabile all’obiettivo di andare al governo.
Proprio per questo, però, ora il Pd ha bisogno di chiarire a se stesso, ai suoi militanti e ai suoi elettori che cosa vuole e per cosa si batte, cioè anzitutto, direi, per che cosa è disposto a non vincere le elezioni e a non andare al governo.
Capisco che questa affermazione apparirà probabilmente incomprensibile a molti degli eterni ministri dell’attuale gruppo dirigente, ma è una ragione di più per cominciare subito a parlare chiaro. E una discussione al termine della quale non si voti e non ci si conti non sarebbe una vera discussione, ma solo un esercizio retorico. L’ultima cosa di cui hanno bisogno.



Commenti
Letta vuole il congresso a gennaio, ma ai big del Pd serve più tempo
28 SET 2022 ilfoglio
I nomi grossi del Nazareno hanno bisogno di più mesi per fronteggiare Stefano Bonaccini, perciò ora si inventano “fasi costituenti”. Questa volta il presidente dell' Emilia non pensa di fare passi indietro. Intano, il partito deve affrontare il problema delle elezioni in Lazio, che non si vincono senza l'alleanza con il M5s
Enrico Letta vuole il congresso a gennaio. Il segretario dem che ha deciso di tenere ancora le redini del partito fino al cambio al Nazareno pensa comunque che sia il caso di non tardare con i tempi. Non lo vuole per sé, perché ha accettato di restare in sella e non dimettersi per “spirito di servizio”, ma non lo vuole nemmeno per il partito (“Se le cose restano ferme per troppo tempo marciscono”). Ma i big del Partito democratico hanno bisogno di più mesi per fronteggiare Stefano Bonaccini, perciò ora si inventano “fasi costituenti” che andrebbero oltre l’assise nazionale e frenano ogni accelerazione. Di costituente parla Matteo Ricci, candidato per caso, ma non candidato sul serio. E di un congresso in tempi non brevi parla esplicitamente Andrea Orlando.
E a proposito di Andrea Orlando. Il ministro per il Lavoro è ben conscio del fatto che non ha i numeri per conquistare il partito, però sta meditando se presentarsi comunque. Sarebbe un modo, dicono i suoi, per mettere in sicurezza la sua area, e mantenere un potere nei rapporti di forza che verranno. Bonaccini, dal canto suo, aspetta che tutti mettano le carte sul tavolo, ma è seriamente intenzionato a fare le sue mosse. Attende soprattutto di capire che cosa deciderà di fare Dario Franceschini, che finora si è guardato bene dallo scoprire il suo gioco. Questa volta, però, il presidente della regione Emilia Romagna è in ballo e non pensa di fare passi indietro. Però, come ha spiegato ai suoi in queste ore, la sua battaglia ha un senso solo se ricalca quella che a suo tempo fece Matteo Renzi. Niente accordo con le correnti e avanti tutta nel nome di una sorta di rottamazione bis. Ciò nonostante, come si diceva, quello che intende fare Franceschini è importante. All’epoca di Renzi non giocava quella partita, ma dopo un paio di mesi ha capito subito che solo col fiorentino il Pd aveva delle chance. E adesso?
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