Schiaffo di Draghi tra le proteste del centrodestra. "Pagheremo noi i ritardi sul Pnrr"
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E la chiamano transizione morbida. Giorgia Meloni, che sta ancora all'opposizione, già mette le mani avanti- Meloni torna a fare Meloni, e le tensioni con Draghi e il Quirinale deflagrano
Massimiliano Scafi 6.10.2022 ilgiornale.it
E la chiamano transizione morbida. Giorgia Meloni, che sta ancora all'opposizione, già mette le mani avanti. «Ci sono ritardi evidenti». Forza Italia, che invece fa parte della maggioranza, attacca Palazzo Chigi. «Siamo stati esclusi dalla cabina di regia - si lamenta il capogruppo a Montecitorio Paolo Barelli - gli ex ministri azzurri Brunetta, Carfagna e Gelmini non rappresentano noi ma la futura minoranza, o forse solo se stessi». Una bufera, Mario Draghi però non si scompone. Anzi. Tutto fatto, dice, missione compiuta. «Gli obbiettivi del Pnrr sono stati raggiunti e non ci sono ritardi», altrimenti spiega «se ce ne fossero la Commissione Europea non ci verserebbe i soldi», 21 miliardi dopo i 48,9 erogati nei mesi scorsi. Ora spetta «al prossimo governo continuare il lavoro di attuazione del piano, che sono certo sarà svolto con la stessa efficacia». Insomma, sostiene il premier, «il Pnrr è di tutti, i partiti collaborino». Eppure succede che uno degli ultimi atti significativi dell'esecutivo uscente provochi un incidente politico non di poco conto con Fi e apra le prime crepe nel rapporto con la Meloni. Forza Italia, per quasi due anni alleato fedelissimo e super draghiamo, si trova improvvisamente fuori dalla cabina di regia. Barelli si infuria. «Riteniamo surreale non essere coinvolti. Ricordiamo infatti che le linee di applicazione del Pnrr riguarderanno anche, se non soprattutto, il governo politico di cui Fi farà parte».
Da Palazzo Chigi minimizzano, parlano di procedure. Ma dopo la crisi i tre ministri azzurri sono usciti dal partito, Carfagna e Gelmini sono addirittura passate ad Azione, così adesso Forza Italia non ha rappresentanti nella stanza dei bottoni. Quanto la Meloni: le davano della draghiana, si diceva che si era riparata sotto l'ombrello di Super Mario, che sperava che restasse il più a lungo possibile a risolvere i dossier più spinosi, a spianarle la strada con i mercati e l'Europa, invece è proprio sull'asse portante del governo uscente che decide di marcare le differenze. Non si sa mai. «Ereditiamo una situazione complicata, i ritardi sul piano sono evidenti e difficili da recuperare. Siamo consapevoli che sarà una mancanza che non dipenderà da noi e che però a noi verrà attribuita». Meglio dissociarsi subito, pensano a Fdi.
Per Draghi il problema non esiste. «C'è un modo semplicissimo e trasparente per valutare a che punto siamo, basta vedere gli obbiettivi raggiunti. Nel secondo trimestre la realizzazione procede più velocemente del previsto». Certo, ammette il presidente del Consiglio, la crisi, le elezioni e il prossimo cambio della guardia hanno complicato le cose, «hanno richiesto uno sforzo supplementare». Però siamo di nuovo in discesa. «Ad oggi sono stati già conseguiti 21 dei 55 obbiettivi previsti per la fine dell'anno e ci aspettiamo di raggiungerne altri 29 entro la fine del mese». Il premier non ha dubbi «sulla forza e l'efficacia» di chi prenderà il suo posto. Draghi le lascia i compiti. Ricorda come il Pnrr sia «un'occasione unica per il rilancio del Paese e per il superamento delle diseguaglianze» e che «la sua piena attuazione e fondamentale per la nostra credibilità verso i cittadini e i partner internazionali». Aggiunge che nei prossimi anni «bisogna attuare le riforme sul campo e fare in modo che gli investimenti vengano portati a termine nei tempi programmati». E conclude: «Dobbiamo mantenere gli impegni presi perché quei fondi sono di tutti».
- Meloni torna a fare Meloni, e le tensioni con Draghi e il Quirinale deflagrano
VALERIO VALENTINI 06 OTT 2022 ilfoglio.it
La leader di FdI attacca su Pnrr e Consiglio europeo. Per Palazzo Chigi è un atteggiamento "insultante". Altro che idillio. E intanto le sue consultazioni da "quasi premier" generano irritazione al Colle: il caso dell'incontro con Cingolani. I "nuovi" ministeri, come quello del Mare, destinati a essere subito accantonati
L’accidente che ha fatto deflagrare la tensione è stato forse il più banale. Perché se Roberto Cingolani ha fatto visita a Giorgia Meloni, per spiegarle lo stato dell’arte delle trattative europee sul gas, l’ha fatto, nella sua idea, proprio per “dovere istituzionale”, ché “sono un ministro tecnico ed è giusto dare continuità allo sforzo italiano sul price cap”. Insomma il capo del Mite non immaginava che quell’incontro avrebbe prodotto più di qualche risentimento a Palazzo Chigi e al Quirinale, dove la cosa è stata vista come sgrammaticata. E però, se tanto basta – e questo tanto è così poca cosa – a innescare mal sopite polemiche istituzionali, è perché in realtà il chiacchierato idillio tra la premier che verrà da un lato, e Mario Draghi e Sergio Mattarella dall’altro, è assai più problematico di quanto si racconta. E riguarda l’assetto del governo futuro, nel suo complesso, e la sua proiezione europea.



Commenti
Alessandro Barbera, Francesco Olivo per “la Stampa”
La leader di Fratelli d’Italia ha parlato di ritardi sul piano e ha annunciato che non andrà al Consiglio Europeo del 20 e 21 ottobre: «A cosa serve forzare i tempi per un appuntamento in cui si rischia di portare a casa poco? O che sia un fallimento?». Il premier ha risposto che le tempistiche sono rispettate.
Il passaggio di consegne tra Mario Draghi e Giorgia Meloni, che finora sembrava filare liscio, si è inceppato. Il casus belli è stata la cabina di regia che il premier ha riunito ieri a Palazzo Chigi con i capi delegazione dei partiti, appuntamento abituale prima dei consigli dei ministri, ma che negli ultimi mesi non era stata più convocata. L’occasione della riunione è stata la relazione sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza Linkiesta6.10.2022
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