Così lo Stato ha perso parte dei documenti sulla storia nella stragi italiane

Urso Crosetto Ministeri modificati - "La presidente? No". Lo schiaffo della Meloni alla Boldrini

23.10.2022 mvari da quotidiani lett4’

La spiegazione è nella prima relazione del Comitato Consultivo sulle attività di archiviazione delle carte che riguardano passaggi tragici come le bombe alla stazione di Bologna, in piazza della Loggia e piazza Fontana  

STRAGI DOCUMENTI PERDUTI STATO AGI – ‘Pezzi’ della storia italiana sulle stragi sono stati persi nel corso degli anni a causa delle “trasformazioni istituzionali che hanno comportato accorpamenti di Ministeri e di Direzioni Generali, soppressione di strutture, attribuzioni di funzioni e competenze statali ad altri soggetti pubblici di nuova o recente costituzione”.

E’ quanto si legge nella prima relazione del Comitato Consultivo, di cui fanno parte anche le associzioni delle vittime, sulle attività di archiviazione dopo che il Governo Draghi ha dato un forte impulso alla desecretazione sui passaggi più tragici della Repubblica, dalle bombe alla stazione di Bologna, in piazza della Loggia e in piazza Fontana alla loggia P2 a Gladio, Italicus e a molto altro.

“Gli spostamenti della documentazione da una struttura all’altra – è la considerazione degli autori nella relazione letta dall’AGI – spesso non sono stati chiaramente documentati, con la conseguenza che, con il passare degli anni e l’alternanza del personale addetto, si sono perse le tracce di consistenti nuclei documentari”.

Questo ha reso difficile attuare la direttiva Renzi del 2014 dal momento che “la documentazione presente nell’Archivio Centrale dello Stato arriva solo fino agli anni Sessanta e non oltre, mentre, secondo la normativa vigente, dovrebbe arrivare almeno all’inizio degli anni Novanta”. In alcuni casi, “la difficoltà di rinvenire il materiale non è nella disponibilità attuale delle amministrazioni a versare ma nelle modalità con cui sono stati conservati, archiviati e classificati i materiali”.

Ora l’obbiettivo che si pone il Comitato Consultivo, istituito nel 2016, è quello di “ricostruire la storia archivistica degli archivi del ministero e avviare delle ispezioni nei depositi delle sedi di via Nomentana e via Caraci” dopo che in quella di Ciampino un sopralluogo “non ha portato ad alcun ritrovamento significativo” sulle stragi interessate dalla direttiva Renzi.

Quanto al materiale esistente “è stato chiesto alle Amministrazioni di limitare gli omissis” e Draghi con la direttiva del 2 agosto 2021 ha desecretato gli atti di Gladio e P2. di Manuela D'Alessandro 23-10—2022 agi.it lett2’

- FLASH - COME MAI ADOLFO URSO, INIZIALMENTE DESTINATO AL MINISTERO DELLA DIFESA, E' STATO PIAZZATO AL MISE, LASCIANDO IL POSTO A CROSETTO? A WASHINGTON HANNO LA MEMORIA LUNGA E L'ARTIGLIO AFFILATO: RICORDANO BENE QUANDO URSO FACEVA AFFARI CON L'IRAN, CHE LA CASA BIANCA CONSIDERA UN PAESE NEMICO, CON LA SUA SOCIETA' "ITALY WORLD SERVICE"...

- "La presidente? No". Lo schiaffo della Meloni alla Boldrini

Nella prima comunicazione ufficiale dello staff è stata scelta la formula "il presidente" e non "la presidente". La Crusca: "Chi preferisce le forme maschili ha diritto di farlo"

L'enigma è stato subito sciolto: Giorgia Meloni userà la formula "il presidente" del Consiglio in occasione delle comunicazioni ufficiali. Il nuovo primo ministro dunque non ricorrerà a quell'adeguamento linguistico tanto caro alla sinistra, mantenendo invece al maschile il riferimento al ruolo ricoperto. Lo fa sapere l'Agi, che ha fatto notare come nella prima comunicazione ufficiale dello staff dopo il giuramento sia stata preferita la dicitura "Post del presidente Giorgia Meloni". Dunque non "la" presidente.

L'ok della Crusca

L'Accademia della Crusca si è espressa chiaramente: è semplicemente una preferenza linguistica e dunque chi la utilizza non può essere accusato di aver commesso uno svarione. Lo ha annotato il presidente Claudio Marazzini all'Adnkronos, secondo cui non si può interpretare il maschile non marcato come un errore di grammatica: "Chi preferisce le forme tradizionali maschili ha diritto di farlo".

Comunque l'Accademia della Crusca ha accolto positivamente anche la formula al femminile per definire Giorgia Meloni, prima donna a prendere il timone del nostro Paese. Il presidente Marazzini ha spiegato che i titoli al femminile "sono legittimi sempre" e dunque è corretto dire pure "la" presidente del Consiglio e "la" prima ministra. Un'ammonizione però: "Eviterei la presidentessa". In sostanza l'adeguamento al femminile è assolutamente corretto, ma per nulla obbligato.

I precedenti da Boldrini a Casellati

In passato non sono mancati casi di discussione proprio sull'utilizzo dei termini per fare riferimento a profili femminili di una determinata carica politica. A spendersi in tal senso è stata in prima fila Laura Boldrini, che nel 2013 denunciò stizzita: "Ogni giorno mi sento chiamare 'signor presidente'. Ogni singolo giorno. E basta!". Invece Maria Elisabetta Alberti Casellati, ex presidente del Senato, scelse il maschile non marcato.

La sinistra vuole sdoganare l'uso del femminile per rivolgersi anche a tutte quelle donne che ricoprono ruoli politici che, per tradizione, vengono denominati al maschile. Nei mesi scorsi il Senato ha respinto un emendamento che chiedeva la possibilità di adottare la differenza di genere nella comunicazione istituzionale scritta. L'intento della proposta era quello di introdurre nel regolamento di Palazzo Madama l'utilizzo di un linguaggio inclusivo.

Lo scopo? Assicurare il rispetto della distinzione di genere nella comunicazione istituzionale e nell'attività dell'amministrazione. Come? "Attraverso l'adozione di formule e terminologie che prevedano la presenza di ambedue i generi attraverso le relative distinzioni morfologiche, ovvero evitando l'utilizzo di un unico genere nell'identificazione di funzioni e ruoli, nel rispetto del principio della parità tra uomini e donne", era l'obiettivo. Luca Sablone23 Ottobre 2022 - 09:17 ilgiornale

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