Meloni prevede più deficit che crescita rispetto a Draghi
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5.11.2022 Capone e Cingolani ilfoglio.it lettura2’
Meloni prevede più deficit che crescita rispetto a Draghi
LUCIANO CAPONE 04 NOV 2022
Nella Nota di aggiornamento al Def il governo alza il disavanzo (+4,5 per cento), "liberando" 22 miliardi di maggiore spesa contro il caro energia, ma prevede per il 2023 un pil sempre al +0,6 per cento
L’impressione è che, al dunque, non si creda troppo nella bontà delle proprie scelte. O meglio, nella capacità di innescare, tramite una maggiore spesa, un aumento della crescita. Rispetto alla Nadef lasciata in eredità da Mario Draghi, Giorgia Meloni decide di alzare il tasso di deficit per il 2023 di oltre un punto: dal 3,4 al 4,5 per cento. A fronte di questi 22 miliardi di spesa aggiuntiva che verrà usata contro il caro energia, però, la crescita resta ferma: il +0,6 per cento per il 2023 approvato nel programmatico è lo stesso del tendenziale di settembre. O meglio, virtualmente la crescita è di tre decimali. Perché la Nadef licenziata dal Cdm rivede la crescita tendenziale al ribasso: +0,3 anziché +0,6 per cento, come stimato a settembre. Oscillazioni bizzarre.
Resta il fatto che, pur rivedendo al ribasso le cifre della Nadef di Draghi, il governo stima che i 22 miliardi di maggiore deficit produrranno una crescita aggiuntiva di appena 6 miliardi (+0,3 per cento). Arrivando così, di nuovo, al +0,6 per cento di crescita. Non un granché, per chi, in contrasto con la linea di Bruxelles, teorizzava la via della riduzione del debito a suon di espansionismo fiscale. Del resto, i margini di manovra erano limitati, al fine di non produrre effetti perversi sul debito: pur portando il deficit al 4,5 per cento, infatti, il governo prevede di ridurre il debito di oltre un punto: dal 145,7 del 2022 al 144,6 per cento del 2023, comunque in rialzo rispetto al 143,2 fissato nella Nadef tendenziale di settembre.
- piano del ministero del Made in Italy per dare slancio alle imprese. Parla Adolfo Urso
STEFANO CINGOLANI 05 NOV 2022
Il ministro spiega le vie della post-globalizzazione e il nostro ruolo centrale. Molto Atlantico, poca Cina. “Il nostro interesse nazionale è lo spirito dei fondatori europei”. Difesa, digitale, energia (modello Draghi). Ecco i piani. “Tutela da azioni ostili, non dal capitale estero”
Sopra il portone di palazzo Piacentini in Via Veneto c’è ancora scritto ministero dello Sviluppo economico, ma presto diventerà ministero delle Imprese e del Made in Italy. Non cambia solo il nome, cambiano anche le cose? E come cambiano? Alzeremo barriere, giocheremo in difesa, terremo gli invasori fuori dalle mura? Sbagliato, il messaggio è del tutto diverso, spiega Adolfo Urso. “Ho scelto le imprese perché sono loro le protagoniste, sono loro che creano ricchezza, lo sviluppo è il contesto, il risultato. E il made in Italy, perché è il terzo marchio più conosciuto al mondo dopo la Coca-Cola e la Visa”. Niente protezionismo, allora? Niente mangiamo sano, mangiamo italiano? Niente stato pigliatutto? Il ministro sorride e non ci casca: “Il made in Italy piace perché è fatto di cose belle e cose buone. Lo dicevo fin da quando me ne sono cominciato a occupare come ministro del Commercio con l’estero vent’anni fa. Oggi aggiungerei un’altra qualità, piace perché è sostenibile. I consumatori sono più consapevoli e in particolare quelli che acquistano prodotti italiani chiedono qualità”. Meno plastica e più cuoio? “Non solo: più diritti, più rispetto delle regole sul lavoro, elevati standard sociali e ambientali”.


