Mettete idee nei vostri cortei si può accettare una pace senza giustizia? La manifestazione oggi a Roma, “senza bandiere” ma anche senza proposte
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Le condizioni del cessate il fuoco possono prescindere dal ritiro dell’esercito invasore e dalla riparazione dei danni di guerra?
MICHELE MAGNO 05 NOV 2022 ilfoglio.it lettura4’
Si preannuncia imponente il corteo per la pace che oggi sfilerà per le strade di Roma. L’elenco delle adesioni all’appello di “Europe for Peace” è infatti lungo come una quaresima: decine di associazioni del mondo religioso, sindacale e del volontariato, i partiti della sinistra d’antan e del neomovimento antimilitarista di Giuseppe Conte (c’è chi marcia per la pace e chi sulla pace ci marcia). Parole d’ordine: immediato cessate il fuoco e apertura di un negoziato tra Kyiv e Mosca per costruire le condizioni di una pace giusta. Quali sono queste condizioni? Non vengono menzionate. Una manifestazione “senza bandiere”, insomma, ma anche senza proposte. L’unica formulata dai promotori, una conferenza di pace sotto l’egida dell’Onu, oltre a essere chiaramente incompatibile con i tempi di una trattativa serrata, non fa i conti con l’oste russo e con il suo potere di veto nel Consiglio di sicurezza.
Le condizioni del cessate il fuoco possono prescindere dal ritiro dell’esercito invasore e dalla riparazione dei danni di guerra?
Ma immaginiamo pure che si arrivi a una tregua, magari grazie a una tiratina d’orecchie di Xi Jinping al suo omologo del Cremlino, che non cessa di agitare lo spettro di un conflitto planetario. L’Ucraina resterebbe con le sue rovine urbane e industriali, le sue infrastrutture civili distrutte, il suo territorio devastato, le sue migliaia di morti, le sue famiglie smembrate, i suoi giganteschi problemi di ricostruzione. In questo quadro, quali sono le condizioni di una pace giusta? Qui casca l’asino. Possono prescindere dal ritiro dell’esercito invasore dalle oblast’ annesse con referendum farsa e dalla riparazione dei danni di guerra? Possono, ma solo se si consente con l’adagio di Erasmo da Rotterdam, secondo cui “la pace più ingiusta è migliore della guerra più giusta” (Querula pacis, 1517).
Non bisogna menarne scandalo. L’alba del nuovo movimento pacifista in Italia vide simbolicamente la luce il 24 settembre 1961. In quel giorno si svolse la prima “Marcia per pace e la fratellanza fra i popoli” da Perugia ad Assisi. Ideata e organizzata da Aldo Capitini, intendeva unire con il verbo del gandhismo le tre culture storiche del pacifismo novecentesco: socialcomunista, cattolica e radicale. Dalle lotte per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, poi introdotta per legge nel 1972, fino al sostegno dei movimenti no global nel passaggio del secolo, la sua stella polare è sempre stata la stessa: tutte le guerre sono l’altra faccia del neoliberismo e “la minaccia nucleare incombe sul pianeta”, come si legge nella piattaforma della manifestazione. Già, ma chi è oggi che minaccia? Il suo nome non viene mai pronunciato. D’altra parte, si può credere sul serio che, cedendo al ricatto di un tiranno, costui diventerebbe più indulgente? Accadrebbe esattamente il contrario, e i paesi che hanno conosciuto il tallone dell’Urss lo sanno bene.
“Vim vi repellere licet”, è lecito respingere la violenza con la violenza: un principio accolto anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica
“Vim vi repellere licet”, è lecito respingere la violenza con la violenza, è un principio presente già nel Digesto di Giustiniano (533). E’ accettato da ogni ordinamento giuridico e da ogni dottrina morale, tranne appunto dalle dottrine della nonviolenza. Con una sua interpretazione perfino estensiva, è stato accolto anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, voluto nel 1992 da Giovanni Paolo II come espressione del magistero conciliare. “Opus iustitiae, pax” (Isaia 32,17) era il suo motto episcopale. E, poiché la pace può nascere solo dalla giustizia, papa Wojtyla arriverà a dire che “ci sono casi in cui la lotta armata è un male inevitabile a cui, in circostanze tragiche, non possono sottrarsi neanche i cristiani (Omelia sulla Heldenplatz di Vienna, 10 settembre 1983). Dal canto suo, un campione del pensiero laico come Norberto Bobbio, anche negli anni in cui denunciava con angoscia la corsa agli armamenti nucleari, ricordava che “pacifismo non è soltanto invocare la pace, pregare per la pace, dare testimonianza di volere la pace […]. Questo è il pacifismo etico-religioso, che si ispira consapevolmente all’etica delle buone intenzioni. Opporre la nonviolenza assoluta in ogni forma, anche la più piccola, di violenza. Offrire l’altra guancia. Meglio morire come Abele che vivere come Caino. Non è più possibile distinguere guerre giuste da guerre ingiuste. Tutte le guerre sono ingiuste. [Ma] non è forse vero che l’impotenza dell’uomo mite finisce per favorire il prepotente? In una situazione in cui, per osservare il principio della nonviolenza tutti gli stati fossero disposti a gettare le armi, l’unico che si rifiutasse di farlo diventerebbe il padrone del mondo” (Il problema della guerra e le vie della pace, prefazione alla quarta edizione, il Mulino 1997).
Gandhi ha distinto la non violenza come convinzione dalla scelta tattica. La prima si basa sulla ripulsa morale, la seconda è una scelta del debole
La concezione della nonviolenza di Gandhi, a cui si riferiva il filosofo torinese, ha ricevuto nel corso del tempo interpretazioni disparate. Fu accolta con entusiasmo (oltre che da Capitini) da Giorgio La Pira. Fu invece liquidata come utopica da Jean Paul Sartre e Franz Fanon, e perfino come reazionaria da Herbert Marcuse. Ma di quale nonviolenza stiamo parlando? La domanda è cruciale. Il Mahatma ha sempre distinto la non violenza come convinzione (“non-violence as a creed”) dalla nonviolenza come scelta tattica (“non-violence as a policy”). La prima è quella del forte (o “satyagraha”), che si basa sulla ripulsa morale della violenza e che richiede audacia, abnegazione, disciplina e una fede profonda nella bontà della propria causa. La seconda è quella del debole (o resistenza passiva), a cui ricorre chi non si sente abbastanza risoluto da impugnare le armi. Quest’ultima, a sua volta, non va confusa con la nonviolenza del codardo, frutto di pura vigliaccheria o di meschini interessi egoistici. Nonostante -scrive nella sua Autobiografia- “la violenza non sia lecita, quando viene usata per autodifesa o a protezione degli indifesi essa è un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda sottomissione” (AliRibelli Edizioni, 2019). In tal senso, la posizione di Gandhi, come aveva ben intuito Marco Pannella, che pure assunse come simbolo dei radicali la sua effigie, non può essere identificata con il pacifismo assoluto di Lev Tolstoj, che contemplava perfino “il rifiuto di uccidere i propri simili”. Del resto, gli faceva eco Hannah Arendt, se la pratica nonviolenta di Gandhi “si fosse scontrata con la Russia di Stalin, la Germania di Hitler, il Giappone anteguerra, invece che con l’impero britannico, il suo esito sarebbe stato non la decolonizzazione, ma un massacro” (Sulla violenza, 1970)



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Marcello Sorgi per “La Stampa”
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