Il futuro dei dem. Intervista a Michele Ciliberto: “Nel Pd narcisi e incoscienti, voterò solo perché c’è Cuperlo”

Se c’è una cosa che sorprende nei politici con cui abbiamo a che fare è la serena incoscienza con cui fanno i loro giochi. Non sanno che i diritti civili sono essenziali, ma che fondamentali sono i diritti sociali

Umberto De Giovannangeli — 10.1.2023 ilriformista.it lettura5’

Il “nuovo Pd” tra iniziazione e vecchie ritualità. Analizzato da un’autorità assoluta nel campo degli studi storico-filosofici: Michele Ciliberto, professore emerito di Storia della filosofia moderna e contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Professor Ciliberto, cosa c’è di “nuovo” nel dibattito “costituente” del Partito democratico? Quello che si manifesta sa molto di vecchie ritualità che niente hanno a che vedere con l’invocato rinnovamento-rifondazione.

Sì, è un vecchio rito ormai, che in altri momenti può essere stato utile per cercare di ristabilire rapporti che apparivano consunti fra governanti e governati. Un problema generale che riguardava la democrazia rappresentativa già allora in una crisi organica in Italia e in Europa, crisi da cui non si è ancora usciti e di cui è un frutto anche la vittoria delle destre nelle ultime elezioni. Per comprendere le ragioni primarie di questa vittoria occorre mettersi a questa altezza. Nel Pd, tranne qualche eccezione, non si sono mai posti sul serio il problema, se non appunto ricorrendo alle primarie, che ovviamente non erano e non sono in grado di contenere una crisi di così vasta portata. E questo dipende anche dalla miseria culturale del gruppo dirigente del Pd in questi anni. Mi è piaciuta la definizione che ne ha dato recentemente Aldo Tortorella parlando di un personaggio notevole come Filippo Maone: sono afflitti da un “narcisismo penoso”, che ha contribuito, per la sua parte, a portarci alla disfatta; sono dirigenti che non hanno mai fatto i conti con la realtà. Una miseria culturale e quindi politica. Certo questo non riguarda solo il Pd. È un fatto: i dirigenti dello schieramento riformatore italiano invece di allearsi hanno consegnato il paese alla destra . Un caso, come hanno osservato Cacciari e Ferrara che sarà studiato a scuola come esempio di demenza politica. Del resto, come dice il detto, Dio fa impazzire chi vuol perdere. E non hanno imparato niente: ora stanno consegnando il Lazio alla destra, non hanno imparato, per citare un altro detto, che perseverare è diabolico. Bisognerebbe prima o poi interrogarsi sui caratteri di questo ceto politico, oltre che narcisista, chiuso in dinamiche puramente burocratiche e di pura autoconservazione personale, di corrente e talvolta addirittura familiare. Niente di male, se ricordassero che la politica di una parte, anche di un partito, è seria e positiva se fa coincidere il proprio interesse con quello del proprio paese.

L’abc di una politica democratica…

Sono d’accordo. Ma per farlo bisognerebbe sapere che siamo seduti su un vulcano, e non mi pare che lo capiscano. Se c’è una cosa che sorprende nei politici con cui abbiamo a che fare è la serena incoscienza con cui fanno i loro giochi. L’Europa è ormai periferia del mondo, l’Occidente è altrove, la composizione demografica dei nostri paesi è profondamente mutata, il cristianesimo ha perso funzione e centralità con tutto quello che consiste dal punto di vista della formazione delle identità personali e collettive, sono cambiate le modalità della vita quotidiana, si sono trasformati i rapporti tra la vita e la morte, la guerra è diventata il nostro orizzonte, si parla dell’uso di armi atomiche… Intendiamoci: un partito si muove sul piano politico, ma non si fa politica senza riflettere su questi temi, e senza avere una visione di quello che l’Europa sarà da qui a dieci anni. Siamo a un vero trapasso d’epoca, un mondo è finito, riferimenti secolari stanno sparendo nella vita familiare e civile e nella società. Ci vogliono strumenti -e occhi- nuovi per capire questo , e comprendere anche che queste trasformazioni generano paure, angosce , di cui si nutre la destra, che su di essa ha costruito il suo successo. Ma, la storia insegna, le novità possono essere metabolizzate con rivoluzioni passive, ma non si fermano specie quando, in molti casi, sono generate dalla disperazione di moltitudini di uomini. Una nuova leadership dovrebbe capire che questi sono i problemi e tradurli, naturalmente, in iniziative politiche.

Contenuti, progetti e leadership dovrebbero essere tutt’uno. Ma nella corsa alla segreteria del Pd non sembra essere così. Tra le candidature in campo qual è quella che la convince di più e perché?

Personalmente avevo deciso di non andare alle primarie, con tutto il rispetto che si deve a chi si è candidato. Ci andrò perché si è presentato Gianni Cuperlo, e sarò dalla sua parte perché è consapevole che i problemi sono questi, con una giunta sostanziale. Sa che i diritti civili sono essenziali, ma che fondamentali sono i diritti sociali, perché il nostro problema principale sono oggi le diseguaglianze, la perdita di centralità del lavoro, la crisi della scuola, della università, che non si risolve ovviamente con l’apologia del merito, e lo dice un professore della Scuola Normale che del merito ha fatto, ma in modo serio e intelligente, la sua bandiera, da più di due secoli. È un’altra delle “pappolate” che ci vengono propinate in questi giorni. E poi lo stimo perché non è afflitto da alcuna forma di “narcisismo penoso”. Anzi.

Fare opposizione è una pratica diventata desueta per il Pd, almeno nell’ultimo decennio e più. E ora Enrico Letta sogna un partito “pugnace”…

È difficile capire cosa abbia fatto il Pd in questi anni, salvo gestire il potere. E questa sia chiaro non è una critica. Un partito deve gestire potere, dipende da come lo fa. E qui bisognerebbe distinguere, senza fare di ogni erba un fascio. E anche sulla opposizione occorre chiarirsi. L’opposizione di un partito che ambisce a governare deve situarsi sempre nell’orizzonte del potere, ed essere lontana da ogni forma di minoritarismo, di ribellismo primitivo. Si governa anche essendo opposizione, come avviene in tutte le democrazie rappresentative. Ma la loro crisi ha portato anche all’imbarbarimento o alla dissoluzione del concetto di opposizione. Dire che il Pd deve fare una opposizione pugnace – non me ne voglia Letta- è un’ovvietà. Naturalmente l’opposizione non si fa solo in Parlamento, ma anzitutto nella società, ricostituendo anche per questa via i rapporti usurati o rotti fra partito e società, fra cittadini e politica, cittadini e Pd. Situata nell’orizzonte del governo l’opposizione può essere una grandissima risorsa per un partito riformatore che vuole tornare alla guida del paese.

La destra, è una narrazione ricorrente, vince perché sa parlare alla “pancia” del Paese. Non crede che questa sia una lettura semplicistica e fuorviante? Non è che la destra vince, perché ha costruito una sua egemonia culturale, identitaria, coprendo il vuoto lasciato dalla sinistra?

È un discorso complesso, e qui non si può non citare due fenomeni che congiunti hanno portato la destra al potere. Il berlusconismo, in Italia è stato un fenomeno di prima grandezza, anche se molti sembrano averlo dimenticato. La vittoria della destra viene da molto lontano, ma questa che ha vinto è una destra erede del Movimento sociale italiano, ulteriormente radicalizzatasi attraverso l’incorporazione, ma in forme estreme – e trovando su questo consenso-, dei processi sociali e politici innescati in Italia da eventi di vasta portata come l’immigrazione -legale o clandestina- con tutto ciò che una novità di questa grandezza ha provocato a tutti i livelli. E questo a cominciare dai ceti più deboli e in sofferenza anche per le modificazioni e la crisi del tradizionale mercato del lavoro, con l’esplodere di nuove emarginazioni, di nuove forme di solitudini, di violente forme di risentimento, arrivate a volte a punte estreme.

Se c’è una modernità di questa destra, è qui che essa si situa: nell’aver incorporato, in termini estremistici, questi mutamenti. Il non aver partecipato al governo Draghi aveva, oltre a quelle tattiche, queste motivazioni strategiche. Berlusconi era ed è un’altra cosa. Oltre a cambiare in profondità il sistema politico italiano- ed è stato positivo, essendo il centro sempre un pantano- si è mosso in un orizzonte di tipo genericamente “liberale”. La Lega è un’altra cosa ancora. Capire vuol dire distinguere. I contrasti nell’alleanza sono reali, non di facciata, anche se sono stati intelligenti nel costituire un’alleanza elettorale. C’è però un altro elemento da sottolineare per capire dove stiamo, ed è il dominio in Italia, e non solo, della ideologia, di una nebbia ideologica che impedisce di vedere la realtà per quel che è. C’è un mondo reale e un mondo fittizio, noi viviamo in un mondo rovesciato nel quale diseguaglianze, sofferenze, sfruttamento perdono peso, si offuscano, non si vedono. Se c’è una cosa che un partito riformatore dovrebbe fare è una critica dell’ideologia, ristabilendo anzitutto il rapporto fra cose e parole, ridando significato alle parole. Si è perduto su questo terreno, con una conseguenza paradossale: oggi i reazionari si presentano come i veri innovatori, capaci di fare quello che il popolo ha chiesto. Ma come diceva Guicciardini la folla è sempre in caccia di novità. E questo significa che la critica della ideologia – che consente di vedere la realtà per quella che è, rimettendola sui piedi – è oggi la cosa più importante per un partito riformatore che voglia rimettersi in cammino.

Umberto De Giovannangeli

Commenti   

#1 walter 2023-01-11 09:43
Con tutti i problemi che danno Totti e Ilary, perché dobbiamo occuparci anche del principe Harry? Non c’è stata la Brexit?
11 GEN 2023 lettere Direttore ilfoglio.it lettura3’



Sullo stesso argomento:
Benedetto, Francesco e la crisi della fede. Che ne sarà della Chiesa. Benedetto XVI, il Grande Difensore della fede ma anche dell'occidente

Al direttore - Caro Cerasa, stando ad alcuni stereotipi, io sarei da iscrivere nel “partito” dei progressisti pro Francesco e contro Benedetto. Non è così. EÈuno schema che mi sta stretto. Le scrivo comunque perché sento il bisogno, per suo tramite, di fare giungere al vostro Matzuzzi (non ho la sua mail) un vivo apprezzamento per la sua disamina circa la condizione della Chiesa.Tra le tante letture di questi giorni – molte insopportabilmente superficiali, pettegole, faziose, soprattutto “fuori centro” – finalmente una che si segnala per lucidità, raro equilibrio, giusta severità. Essa finalmente va alla sostanza delle questioni che affliggono la Chiesa cattolica.

Oltre gli schemi e i luoghi comuni. Pure interessante l’intervista a Michel Onfray, che sostiene tesi diverse ma altrettanto stimolanti. Non sono così sicuro come lui che si dia un nesso così stretto e necessario tra vitalità (o decadenza) del cristianesimo e buona (o cattiva) salute della civiltà occidentale, ma un nesso indubbiamente vi è. Solo, in questo caso, mi permetto di notare che, sulla base di tale assunto, un po’ tutti – e in particolare il Foglio – dovremmo essere meno acritici nel celebrare i fasti e la indiscussa superiorità di una civiltà (società-cultura-istituzioni) che pure è la nostra e non scambieremmo con altre. E comunque coltivando la consapevolezza che il cristianesimo, pur avendo storicamente un legame speciale con l’occidente, per natura e vocazione (universalistiche), aspira a fermentare e insieme a trascendere tutte le civiltà e le culture umane. Sapendo, quando necessario, rimarcare i limiti di esse. Non esclusa la civiltà occidentale, non sempre e in tutto consentanea con un cristianesimo preso sul serio. Con stima.
Franco Monaco



È vero, caro Monaco, ma la lezione di Benedetto XVI mi sembra più specifica, più precisa. B-XVI sosteneva che la crisi religiosa, la crisi del cristianesimo, si trova al centro della crisi dell’occidente e che per questo la difesa dell’occidente non può che passare da una santa alleanza tra laici e credenti per difendere il cristianesimo dai suoi aggressori, avendo anche il coraggio di rivendicare, il cristianesimo, la propria differenza da altre religioni. Mi sembra importante, non crede? Grazie della sua lettera.



Al direttore - Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto un grande gesto di fine anno. Ha convocato l’ambasciatore dell’Iran e ammonito quel paese a non continuare a torturare e impiccare i suoi cittadini, a uccidere ragazze e ragazzi. Tutti, al di là dell’appartenenza politica, debbono essergli grati. I mullah sono furiosi. Bene. Un tempo si sfilava per la Grecia, la Spagna il Cile, che non è dietro l’angolo, e contro ogni dittatura. Sinora la società civile era stata indifferente ma ora stanno cominciando le manifestazioni. Due giorni fa altri due giovani oppositori sono stati impiccati. E Tajani ha reagito di nuovo. Ha convocato un’altra volta l’ambasciatore e gli ha detto che il suo paese “ha superato la linea rossa”. Bene. Dobbiamo dirlo, sempre scettici come siamo, viva il ministro.
Guido Salvini



Al direttore - Con tutti i problemi che danno Totti e Ilary, perché dobbiamo occuparci anche del principe Harry? Non c’è stata la Brexit?
Giuliano Cazzola



Al direttore - Cari lettori del Foglio, qualora uno di voi nel leggere il mio pezzo di martedì si fosse recato ieri al numero 240 di viale Trastevere dove avrebbero dovuto essere installate sette pietre di inciampo a ricordare sette ebrei (un uomo, una donna, tre dei loro otto figli, due cuginetti) catturati dai nazi il 16 ottobre 1943 e mandati a morte, sarà rimasto profondamente deluso. Il fatto è che la XII circoscrizione del comune di Roma, quella che avrebbe dovuto scegliere e mandare la squadra di operai atti a installare le pietre di inciampo, si era dimenticato di farlo. Siamo rimasti tutti, a cominciare dai nipoti e dai pronipoti dei martiri del 1943, ad aspettare invano innanzi al 240 di viale Trastevere. Dove è stato un po’ come se i sette ebrei fossero assassinati una seconda volta. È o no la burocrazia italiana la feccia di questo paese?
Giampiero Mughini



Al direttore - In un’intervista rilasciata alla giornalista francese Marcelle Padovani, Leonardo Sciascia attribuiva all’assenza del tempo futuro nella sua terra un significato antropologico: “La paura del domani e l’insicurezza qui da noi sono tali che si ignora la forma futura dei verbi. Non si dice mai domani andrò in campagna, ma ‘dumani vaju in campagna’, domani vado in campagna. Si parla del futuro solo al presente. Così quando mi si interroga sull’originario pessimismo dei siciliani, mi vien voglia di rispondere: come volete non essere pessimista in un paese dove il verbo al futuro non esiste?” (“La Sicilia come metafora”, Mondadori, 1979). In verità, l’assenza del futuro si registra in molti dialetti, meridionali e settentrionali, e perfino nell’italiano parlato. Ma non è questo il punto. Parafrasando Sciascia, come non essere pessimisti in un paese dove la maggioranza degli elettori, a dritta e a manca, si vanta di fottersene del passato?
Michele Magno

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