Cattolici ed ex dc sempre più isolati e a disagio fra i dem. "Si rischia la deriva"

Da Castagnetti a Tonini, moderati inquieti "Diciamo no a un partito monoculturale"

Francesco Curridori 21.1.2023 ilgiornale.it lettura3’

«Non posso e non voglio dire di non essere mai stato comunista. Sono stato un comunista emiliano. E non ho nulla di cui vergognarmi; anzi, ne sono orgoglioso». Stefano Bonaccini, candidato dell'ala riformista alla segreteria del Pd, a distanza di poche settimane dalla foto scattata a Livorno con la bandiera rossa alle sue spalle, getta la maschera e rivendica di essere un «kompagno» nell'animo. La candidatura di Elly Schlein, sostenuta dal «corpaccione» della «ditta» targata Goffredo Bettini e Andrea Orlando, era solo il preludio a una virata a sinistra del partito. La modifica del manifesto dei Valori ne è stata la conferma. Una mossa fatta per consentire il rientro degli ex compagni come Roberto Speranza. «Quelli di Articolo Uno avevano bisogno di un nuovo documento per dire che loro non stanno rientrando dal Pd dal quale sono usciti, ma in un nuovo partito altrimenti avrebbero dovuto esplicitamente ammettere di aver fatto una ca... ad andarsene», ci spiega un ex parlamentare che sostiene Stefano Bonaccini, convinto che la nuova versione del manifesto dei Valori sia «il trionfo del veltronismo» e che sia «pieno di dichiarazioni neutre sulle quali siamo tutti d'accordo». Al netto di questo, però, è innegabile che, proprio quel documento abbia messo in allarme l'ala cattolica del partito.

«Se si stravolgesse il contratto iniziale da cui è stato generato il Pd, non mi sentirei più rappresentato», ha detto a Repubblica uno dei fondatori del partito, Pier Luigi Castagnetti, ammonendo i democratici del rischio di regalare i cattolici alla destra. «Ho visto un approccio del tutto ideologico all'analisi della crisi, come se il problema fosse la carta dei valori di Pietro Scoppola e Alfredo Reichlin. Come si fa a pensarlo?», ha chiesto l'ultimo segretario del Ppi. Una posizione condivisa anche dall'ex senatore cattodem, Giorgio Tonini, che intravede nitidamente «il rischio di una deriva a sinistra» e, pertanto, ammonisce: «Se qualcuno pensa di fare del Pd un partito mono-culturale, allora è chiaro che quello non è più il Pd. Bisogna scommettere sulla pluralità del Pd». E aggiunge: «Non condivido il corto-circuito in base al quale, ogni volta, si deve rimettere in discussione i fondamenti identitari del partito». Tonini distingue il piano dei valori costitutivi del Pd e il piano delle basi programmatiche su cui si presentano i singoli candidati alle primarie. «La discussione sui principi fondamentali non può essere fatta con questi metodi così sbrigativi, con una commissione di 20 persone, per quanto autorevoli...», chiarisce Tonini che, poi, rincara la dose: «Facciamo il Congresso e, se poi, c'è da fare un aggiornamento della Carta dei Valori lo faremo in una sede unitaria e non a colpi di maggioranza altrimenti, come ha detto Castagnetti, si mette a rischio l'unità del partito». Il senatore Alfredo Bazoli, invece, sembra essersi rassicurato dopo aver letto l'ultima versione del manifesto dei Valori: «Il dibattito era iniziato male in questa fase costituente, ma per fortuna non si è più discusso di abdicare alla vocazione maggioritaria. D'altronde, Castagnetti è stato molto esplicito nel dire che non bisognava cambiare connotati e l'identità del Pd e, dopo quell'appello, mi sembra che la rotta sia stata corretta». E se un candidato della sinistra Pd come Gianni Cuperlo garantisce: «Penso che nessuna delle culture che hanno fondato il Pd, compresa quella fondamentale del cattolicesimo democratico, dovranno sentirsi ospiti in una casa non loro», tra i cattolici qualche timore c'è. «Non credo che la Schlein abbia interesse a rendere irrilevanti i cattolici, ma è fisiologico che una sua vittoria li metterà in minoranza». L'unica garanzia, quindi, resta Stefano Bonaccini che non appartiene alla tradizione cattolica però «obiettivamente, rispetto alla Schlein, rappresenta il riformismo contro il massimalismo», dicono a taccuini chiusi. I più maliziosi, sostenitori del presidente dell'Emilia-Romagna, ipotizzano una scissione a sinistra: «Siamo sicuri che questi di Articolo Uno, se perdono il congresso e si ritrovano in minoranza, non escono di nuovo? La mentalità del dalemismo è che la guida del governo si può cedere, mentre quella del partito no...».

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