L'EDITORIALE DELL'ELEFANTINO La lezione indimenticabile di Delpini alla piccineria del moralismo meschino
- Dettagli
- Categoria: Italia
-DENTRO AL DUOMO Il feretro del Cav. tra Mattarella e "Drive in" Un rito ambrosiano con una punta di bianco di troppo: l’aria di pacificazione nazionale è solforosa e coperta di incenso
15.6.2023 Ferrara, Merlo ilfoglio.it lettura3’
L'EDITORIALE DELL'ELEFANTINO La lezione indimenticabile di Delpini alla piccineria del moralismo meschino
Nell’omelia dell’arcivescovo di Milano un perfetto ritratto del Cav. e della sua vitalità che riscatta il birignao ingrugnito e delatorio. Delle cattiverie senza grazia non resta che sorridere
"Godere il bello della vita". Silvio Berlusconi nella grande omelia di mons. Delpini
Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha mani grosse, vaste, un timbro della voce e un linguaggio del corpo da grande parroco che non farà una eminente carriera curiale, non avrà la porpora, le sottigliezze del Concistoro e i modi cardinalizi non sono per lui, la sua Chiesa sa di farina manzoniana più che di ideologia del religioso. Lo incontrai qualche tempo fa a Milano e mi fece una bella impressione. Confermata fino in fondo dall’omelia davanti al feretro di Silvio Berlusconi in Duomo. Speravo in un happy ending hollywoodiano per il mio amato statista e cabarettista, e ne scrivevo di continuo fiducioso che la beatificazione fosse iscritta nel suo destino personale. Non ne ho mai dubitato, nemmeno quando lo condannarono per frode fiscale, risibile pretesto di ingiustizia piccina, e lo mandarono a assistere i vecchi di Cesano Boscone. Nemmeno quando pedinato, origliato, inquisito temerariamente per attentato al comune senso del pudore, dové ricorrere a quella stupenda finzione, veramente immortale, della nipote di Mubarak, per sottrarre alle grinfie della buoncostume una sua amichetta compromessa o incastrata dai suoi rapporti lap dance con un uomo di stato e affetta, a dire del magistrato torquemadesco, da furbizia levantina. Nemmeno quando lo cacciarono con ignominia dal Senato in cui ritornerà nel seno di una maggioranza politica da lui creata tanti anni fa, e fu tradito per trenta denari da tanti spettatori del suo funerale. Ma le parole di Delpini vanno molto oltre la sapienza della Chiesa conoscitrice dei peccati e della misericordia.
-DENTRO AL DUOMO Il feretro del Cav. tra Mattarella e "Drive in"
SALVATORE MERLO 15 GIU 2023 ilfoglio
Un rito ambrosiano con una punta di bianco di troppo: l’aria di pacificazione nazionale è solforosa e coperta di incenso. La strana cerimonia di stato a un uomo che non rientrava nei codici dello stato. Cronaca del funerale di Silvio Berlusconi
Sullo stesso argomento:
I funerali del Cav: Conte va in osteria, ma voleva esserci. Al contrario di Schlein
L'addio a Berlusconi è stato un inno all'anti moralismo. Spunti per la riforma della giustizia
La lezione indimenticabile di Delpini alla piccineria del moralismo meschino
Alla fine, la sintesi di tutto è nella scena del feretro che esce dal Duomo, ed ecco che s’alza il coro della curva. La tifoseria del Milan, i canti e le bandiere in un funerale di stato dove – da cerimoniale – nessuno a parte il sacerdote può parlare. Marina Berlusconi aveva chiesto la parola, ma le hanno detto che no, non si può (però almeno le hanno fatto leggere prima il testo dell’omelia). E così l’unico verbo, come nelle tragedie greche, alla fine è il coro: il costante mormorio di gioia e di strazio del destino. Un innesto di bandierone nel rigore di un funerale con il presidente della Repubblica seduto in prima fila, i corazzieri a guardia del feretro, i carabinieri in alta uniforme, la tromba militare che suona il silenzio. Fuori il coro e dentro gli sguardi, tanto muti quanto eloquenti. Marta Fascina guarda Marina che guarda Pier Silvio. E c’è qualcosa d’implacabile in questo scambio di sguardi, dolce e insieme complice. I due figli maggiori del Cavaliere, che sono i veri padroni dell’azienda e dunque della casa, e Marta, la moglie non sposata che è l’instrumentum regni nel feudo della politica, quello usato per allontanare gli sciacalli e le iene che avevano fatto branco accanto alle spoglie del re morente. Se lo tenevano stretto, il Cav., come una cassaforte dalla quale puoi prendere ciò che vuoi. Dov’è seduta Licia Ronzulli, la ex potentissima? “Non c’è”. “Ma sì che c’è. E’ lì sotto, in sesta fila, in fondo”. Sicché fuori si canta, mentre dentro alla chiesa è invece tutto un codice silenzioso, un comunicare attraverso piccoli gesti: Meloni che tenta quasi di sparire, Salvini che arriva per primo e passeggia tra le navate mano nella mano con la fidanzata Francesca Verdini, Tajani in lacrime, Schlein in imbarazzo, gli ambasciatori di Francia e Germania, la locomotiva d’Europa, che non si mollano un attimo e sembrano due fratelli allegri al funerale del lontano parente


