Perché Filippo Turetta ha ucciso Giulia Cecchettin e quali sono i segnali che fanno scattare l’allarme

Gli psicologi e gli psicanalisti: ha incolpato lei della sua infelicità. Chi è un “bravo ragazzo”?

20.11. 2023 - 05:47 di Redazione open.online lettura3’

Quello di Filippo Turetta ai danni di Giulia Cecchettin «non è un femminicidio classico». Perché il percorso di violenza, stalking e minacce che sfocia nell’omicidio qui «non c’è» o è appena accennato. Questo assassinio rientra «nell’ambito della questione familiare. Di uno sfascio di relazioni». Vera Slepoj, psicanalista, spiega oggi che Turetta ha in qualche modo incolpato Cecchettin della sua infelicità. Ovvero «ha trasferito nella sua storia sentimentale tutta la sua visione ideale». Nei confronti della sua ragazza Filippo aveva una «idealizzazione sproporzionata». Tanto da voler fare tutto insieme a lei. Slepoj dice di vedere lo stesso percorso mentale nei suoi pazienti adolescenti: «Credono che bisogna condividere tutto. È la cosiddetta fusionalità. Pesa in loro la cultura dell’amore intesa come possesso».

La questione familiare

Nell’intervista rilasciata ad Agostino Gramegna per il Corriere della Sera Slepoj spiega che i figli sono abbandonati a sé stessi. Il paradosso è che amano la propria famiglia, ma alla fine «è come se non l’avessero. I genitori dovrebbero esserci. Cominciando dalle medie, quando i figli cambiano fisicamente ed emotivamente». La psicanalista dice che il deserto in cui vengono su «i figli di oggi, soprattutto i maschi. Ai quali si chiede sempre di stare dentro l’azione, lo sport, e non dentro la relazione». Bisogna quindi «ripartire dall’educazione civica, dal rispetto. Scegliere la programmazione. Per esempio proporre i grandi romanzi d’amore , dove l’amore anche tragico è vissuto. Per apprendere che se ami non devi accoppiarti nella “fusionabilità”. I grandi libri d’amore servono a spiegare, analizzare e discutere».

La fusionabilità

Cosa è successo quindi a Turetta? «Gli è sfuggita di mano la prospettiva di vita. E non è riuscito a gestire il significato della vita dell’altro: ha pensato che l’altro dovesse entrare nella sua. Ma Giulia se n’è andata. Un atto per lui inconcepibile. Ha accumulato astio e l’ha incolpata della propria infelicità». Lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi invece dice ad Alessandra Ziniti di Repubblica che ci sono segnali che fanno scattare l’allarme. Ma prima contesta la definizione di “bravo ragazzo”: «Chi è un “bravo ragazzo”? Anche se la psicoanalisi ci mette in guardia rispetto al concetto di “normalità” e ci insegna che esiste la “normopatia”, cioè la tendenza eccessiva a uniformarsi alle regole sociali. Tutti noi abbiamo un’idea di “bravo ragazzo” e di “vita normale”. Spesso le azioni violente hanno una decifrabilità e una prevedibilità legate alla storia psichica di chi le compie».

Il “bravo ragazzo”

Ma la personalità, spiega Lingiardi, «non è solo ciò che appare in superficie: ci sono parti nascoste, a volte dissociate, che a un occhio allenato o attento sono più riconoscibili, ma che in alcun casi, non lasciano prevedere, anche dal punto di vista clinico, la possibilità di azioni estreme». Per lo psicanalista un partner violento, uno stupratore e un omicida sono figure diverse sul piano psicopatologico. Mentre alla base delle azioni compiute da maschi contro femmine c’è sempre un intreccio di fattori culturali e di fragilità psichiche individuali. «Per esempio, la convinzione implicita che la donna sia un’oggetto da controllare e dominare; che la relazione sia una palestra dove esercitare il proprio potere. La presenza di questi pensieri e dei comportamenti, anche non appariscenti, che ne conseguono, può essere considerata un segnale. Ma è importante sapere che sono orribili tentativi di esorcizzare i demoni della propria ammalata mascolinità».

La trasformazione psichica

Lingiardi aggiunge che sul versante maligno della personalità narcisistica alcuni aspetti tendono a esplodere in comportamenti violenti. Con un’anestesia completa delle facoltà empatiche, che «fa sì che l’altra persona venga disumanizzata e vista solo come un ostacolo da eliminare. È una violenza onnipotente che toglie di mezzo la donna che dice “posso fare a meno di te, voglio fare a meno di te”. Un affronto intollerabile che mette in crisi l’idea grandiosa di sé e l’idea della propria donna come madre che ti deve accudire e schiava che ti deve ubbidire». Secondo lo psicanalista è possibile una diagnosi non solo individuale, ma anche sociale e culturale che aiuta a riconoscere le situazioni a rischio. Così come la terapia individuale può aiutare.

Motivazione e consapevolezza

«Ma la terapia ha bisogno di motivazione e consapevolezza, anche minima, del proprio disturbo di personalità e della propria abissale fragilità emotiva. Dove la terapia individuale non arriva, è necessaria una “terapia sociale”. Fatta di educazione, studio, ascolto di testimonianze dirette, di esempi, capace di decostruire i pericolosi stereotipi di genere dai quali ancora oggi molti ragazzi e ragazze sono condizionati. In un mondo sempre più virtualizzato dobbiamo tornare a insegnare il rispetto dei corpi e delle relazioni», conclude.

Commenti   

#1 walter 2023-11-20 19:23
PARLARE DI PREVENZIONE Come la morte di Giulia Cecchettin cambia il discorso pubblico sul femminicidio
Giulia uccisa. Nordio: “Già inasprite le pene. Ora occorre educare” La premeditazione, qualora provata, e la stessa fuga non vogliono dire che Filippo abbia mai realisticamente pensato di farla franca
ALESSANDRO BARBANO 20 NOV 2023 ifoglio.itn

Negli ultimi decenni si è assistito a una proliferazione delle politiche penali di contrasto alla violenza di genere senza precedenti, ma il numero dei femminicidi è rimasto sostanzialmente stabile. L’unica prevenzione possibile è l’educazione sentimentale

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La morte di Giulia segna un punto di svolta nel discorso pubblico sul femminicidio. Per la prima volta si conviene sul fatto che l’obiettivo di annientamento della vittima sopravanza, nella mente dei maschi assassini, qualunque valutazione sulle conseguenze del gesto. La dinamica di questa tragedia, del resto, lo conferma. La premeditazione, qualora provata, e la stessa fuga non vogliono dire che Filippo abbia mai realisticamente pensato di farla franca, o che abbia sottovalutato ciò che lo attende. Un giovane di ventidue anni ben istruito, che vive in un contesto sociale evoluto, sa bene a che cosa va incontro. Se uccide lo stesso, lo fa perché il suo bisogno di punire è più forte di qualunque controllo delle emozioni distruttive e di qualunque convenienza razionale. Ciò vale a dimostrare che la sanzione penale non ha un effetto deterrente su un fenomeno che ha un’incidenza relativa crescente nella casistica omicidiaria del nostro Paese. Perché negli ultimi tre decenni i delitti attribuibili alla criminalità si sono fortemente ridotti in valore assoluto, mentre i femminicidi sono rimasti sostanzialmente stabili. Ma ciò vale anche a smentire l’efficacia delle politiche penali di contrasto perseguite fin qui, che pure hanno conosciuto una proliferazione normativa senza precedenti

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