Unità socialista. Bettino Craxi e le ceneri del socialismo. Quella sinistra italiana che non vuole essere riformista
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Unità delle forze socialiste Ed era così convinto di questo che nel 1992 modificò il simbolo del Partito aggiungendo la parola Unità Socialista
Gianfranco Borghini 22.1. 2025 alle 18:00 ilriformista lettura 2’
Nel suo omaggio a Bettino Craxi in occasione del 25º anniversario della sua morte in esilio, Umberto Ranieri, un amico che stimo e un convinto riformista, trova però il modo di riproporre un’idea che non è soltanto sua ma che è sostenuta anche da alcuni autorevoli esponenti del vecchio Psi. L’idea, cioè, che se le cose sono andate come sono andate e se si è arrivati ad un passo dalla pura e semplice cancellazione della storia e della cultura socialista questo è, almeno in parte, responsabilità dello stesso Craxi il quale “non avrebbe saputo sganciarsi da quella che era ormai diventata una alleanza opportunistica e priva di avvenire con la Dc” e, soprattutto “avrebbe ignorato l’accorato appello all’unità delle forze socialiste che Norberto Bobbio gli aveva rivolto”.
Sinceramente mi sembrano critiche non solo poco fondate ma anche ingiuste. Craxi, il 4 ottobre del 1990, pubblicò sull’Avanti! un “accorato appello” all’unità di tutte le forze socialiste: “Non una generica unità della sinistra – scriveva Craxi – ma l’Unità Socialista perché da essa possa nascere una grande forza socialista, democratica, europea e internazionalista”. Ed era così convinto di questo che nel 1992 modificò il simbolo del Partito aggiungendo la parola Unità Socialista.
Il riformismo socialista
Questo processo di ricomposizione delle “sparse membra del socialismo italiano” (come le aveva definite Norberto Bobbio) poteva però realizzarsi soltanto sul terreno del riformismo socialista. Il riformismo di Giacomo Matteotti. Ed è precisamente questo approdo che gli eredi di Berlinguer, Occhetto e D’Alema, rifiutarono con tutte le loro forze. Al 18° congresso del Pci (che si svolse nel marzo 1989, pochi mesi prima del crollo del muro di Berlino) indicarono come orizzonte non quello del riformismo socialista ma quello della ricerca di una inesistente terza via tra il socialismo democratico, considerato superato, e il comunismo (fallito). Non più comunisti, dunque, ma neppure socialdemocratici.



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I riformisti Pd sono sul piede di guerra. E ad alzare i toni sono spesso le donne: se la leader del Pd “radicalizzato” è la prima segretaria donna, eccone quattro che non gliele mandano a dire.
Dall’Europa, brilla l’atlantismo e l’orgoglio occidentale di Pina Picierno, la giovane vicepresidente dell’Europarlamento sempre critica verso l’irenismo dei vari Tarquinio e i mal di pancia sull’Ucraina. Nel partito, in prossimità ideale con Paolo Gentiloni, c’è l’ex ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, che rappresenta la nobile scuole dell’ala governista di scuola emiliana e ha di recente visto arrivare in Parlamento, al posto di Andrea Orlando, il “suo” Alberto Pandolfo. C’è Lia Quartapelle, che ancora ieri ha alzato il tiro sulla Russia: “Sta tenendo un comportamento aggressivo nei confronti di vari paesi europei. Ci dobbiamo attrezzare con una politica di difesa comune: in un mondo pericoloso dobbiamo essere in grado di difenderci”, ha dichiarato. Chapeau....estratto
Aldo Torchiaro 23 Gennaio 2025 alle 14:31 ilriformista.it
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