Gli ex progressisti. Schlein, l’abbraccio populista, e il ritorno al passato antioccidentale della sinistra
- Dettagli
- Categoria: Italia
C’è in corso una regressione politica e culturale verso posizioni sovraniste, dalla resa a Putin agli omaggi alla Cina,
Mario Lavia 5.9.2025 linkiesta.it lettura4’
dagli elogi a Trump all’ostilità verso l’Europa. Ma c’è ancora una piccola speranza che gli adulti del Partito democratico, e Calenda, ricostituiscano lo spirito originario del Pd
La regressione della sinistra italiana – politica, culturale – è un fatto abbastanza inedito. Perlomeno in queste dimensioni. Con questa evidenza. Non si tratta più solo dell’avanzare del populismo e dell’egemonia di una certa politica di Giuseppe Conte: si vedano, per esempio, le ricette assistenzialistiche che stanno condizionando i programmi del campo largo per le regionali. No, qui la questione è quella riassunta su X, con la ruvidezza che lo contraddistingue, da Carlo Calenda: «Bettini inneggia a Trump contro l’Europa, D’Alema va da Putin e Xi Jinping. Bersani si schiera contro le garanzie di sicurezza all’Ucraina. Conte, Bonelli e Fratoianni sono da tempo su posizioni di resa a Putin. La sinistra italiana – perché non si può più chiamare centrosinistra – torna all’anti occidentalismo e diventa così un pericolo per la tenuta del posizionamento internazionale del Paese». Pertanto, afferma il leader di Azione, «abbiamo bisogno di volenterosi che si assumano il rischio di costruire la casa dei liberal-democratici. La tradizionale cultura di governo del Pd sta uscendo fuori, martoriata e umiliata, da queste elezioni regionali e dagli inchini ai 5S. È il momento di osare. Lo richiede la gravità del passaggio storico».
Segue una serie di personalità menzionate: da Paolo Gentiloni a Ernesto Maria Ruffini, da Pina Picierno a Giorgio Gori, da Pierluigi Castagnetti a Graziano Delrio, da Irene Tinagli a Elisabetta Gualmini, da Giuseppe Sala ad Antonio Decaro; quasi fosse un potenziale nucleo di qualcosa di nuovo e di diverso dall’attuale Partito democratico. Un embrione di un Pd vero.
Diciamo che, per ora, è una provocazione diretta a personalità interne al partito di Elly Schlein o comunque di area, come – oltre al sindaco di Milano – storici esponenti ulivisti quali Claudio Petruccioli e Arturo Parisi, sempre più costernati di fronte al nuovo corso schleiniano. Sono i volenterosi (ma, ovviamente, molti altri potrebbero esserci: come al solito, Calenda esclude Italia Viva) che dovrebbero «costruire la casa dei liberal-democratici». Perché la cultura del Pd, cioè il partito originariamente pensato proprio per essere il partito di tutti i riformisti, secondo Calenda è «uscita martoriata e umiliata da queste elezioni regionali e dagli inchini ai 5S».
Ma il punto più forte sta nei riferimenti allo slittamento della politica della sinistra su posizioni quantomeno incerte sull’Ucraina, ostili alla politica dell’Unione europea e con forti tratti antioccidentali.
La presenza, a Pechino, tra alcuni dei principali criminali del nostro tempo, di Massimo D’Alema non può essere archiviata come un episodio di decadenza individuale, di senile reviviscenza di qualcosa di antico. La verità è che si tratta di una piccola spia di quell’orientamento post-filosovietico e filocinese, in conflitto con i valori dell’Occidente, dell’Europa e dell’Italia, che si annida tra le pieghe della nuova sinistra comunista-contiana, venata da qualche striatura di cattolicesimo integralista. Aggiungiamoci anche lo strisciante antisionismo e il recupero di un ben poco romantico terzomondismo, e il gioco è fatto.
Ora, di tutto questo non sta discutendo nessuno. Il Pd parla di un sacco di cose, tranne che del mondo che cambia sotto i nostri occhi e del risorgere di vecchissime pulsioni dinanzi a questi cambiamenti. Il gruppo dirigente del Pd pare uscito dai licei dei primi anni Settanta: Conte ha fatto del M5S un partito, al tempo stesso, estremista e clientelare, shakerando Marco Travaglio e Antonio Gava. Verdi e Sinistra, ex vendoliana – l’Avs, che candida Donatella Di Cesare in Calabria – sembrano Lotta Continua dei poveri. È chiaro che l’estremizzazione della sinistra allontana quest’ultima da una seria cultura di governo – cosa che, per esempio, al Quirinale guardano con allarme – e favorisce la destra meloniana nella sua corsa a prendersi il Paese.
La cosa preoccupante è che questa radicalizzazione non avviene contro il suo elettorato di riferimento, ma al contrario vi si appoggia, ne eccita i tic antichi, ne esalta lo spirito minoritario, addirittura – se si pensa a certi attori, a certe scrittrici – elitario. È un fenomeno molto borghese. Mentre gli operai vanno a destra in cerca di quelle risposte che la sinistra non sa più dare nemmeno in termini di pura protezione, basta guardare alla fine che stanno facendo i sindacati.
Ma resta del tutto imprecisata la conseguenza pratica di questa analisi. In un quadro politico ingessato dal bipolarismo muscolare è arduo pensare alla nascita di una nuova forza politica in grado di restituire alla sinistra la sua funzione nazionale di governo (ciò che, per brevità, nel dibattito pubblico si chiama “riformismo”). Pare utopistico fare qualcosa di nuovo.
Chissà se Calenda ha tirato un sasso in piccionaia solo per interessi suoi, o per fare un po’ di casino, o per suscitare qualche reazione. Sarebbe un peccato se, al di là di Calenda, i riformisti – non solo del Pd – non provassero a ragionarci su. Se le cose stanno come si è cercato di descriverle, la componente di Base riformista, o come si chiama, potrebbe puntare a un forte rimescolamento di carte interno, e persino a una separazione consensuale tra la corrente e il gruppo di Schlein. Valutando, i riformisti dem, se provare a fare il Pd da un’altra parte, lontano dalla palude ideologica che ristagna dalle parti del Nazareno e dei suoi alleati strategici.



Commenti
"Un tempo D'Alema discuteva di politica estera con Clinton e Blair, oggi lo vediamo cercare interlocutori altrove. È una sua scelta. Ma non ci si illuda: da Pechino non è arrivato nessun messaggio di pace. Lì non si è celebrata la cooperazione internazionale, ma la forza di un blocco che vuole minare il multilateralismo. Non era l'esercito della salvezza, era un raduno di potenze che intendono affermarsi contro l'Occidente". A dirlo è Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, al Il Giornale. "Quel vertice dimostra la volontà di ridisegnare l'ordine globale sulla base della forza e contro il diritto. L'Europa non può rispondere solo con la leva commerciale. L'accordo con Mercosur è importante, certo, ma non basta. Di fronte a chi pratica apertamente la politica di potenza, serve costruire una politica estera comune, una difesa comune, una vera autonomia strategica. È una questione di sicurezza, di sovranità e di futuro"…. venerdì 5 settembre 2025 liberoquotidiano.it
RSS feed dei commenti di questo post.