Pensioni, il Pd tendenza Schlein si accoda ai Cinque Stelle e attacca la riforma Fornero proprio quando la

destra ci ripensa. Dalla polemica di Schlein al Congresso del Pse alla svolta del Pd sulle pensioni…

27.10. 2025, 6:29 | di Giuliano Cazzola |first.online lettura5’

Dalla polemica di Schlein al Congresso del Pse alla svolta del Pd sulle pensioni: il partito critica la Fornero e si avvicina alle posizioni sindacali, tra calcolo politico e incoerenza mentre il governo Meloni ondeggia sulla sostenibilità del sistema pensionistico

“Se ad Amsterdam ci fosse un Rubicone, Elly Schlein l’avrebbe varcato. Dire ai compagni socialisti europei che l’attentato a Sigfrido Ranucci dimostra che ‘la democrazia e la libertà di parola sono a rischio quando l’estrema destra è al governo’, equivale infatti a negare la patente di legittimità democratica all’avversaria, attribuendole una tendenza all’eversione. Dirlo all’estero, poi, equivale a disconoscere al proprio Paese la qualifica di democrazia matura e stabile”. È il commento di Antonio Polito sul Corriere della Sera dell’intemerata della segretaria del Pd al Congresso del Pse.

Purtroppo il Pd, in occasione del dibattito sulla manovra di bilancio 2026, ha varcato un altro Rubicone, nel campo della politica previdenziale, accodandosi ai suoi compagni di campo nel criticare la riforma Fornero. Apostrofando il ministro Giancarlo Giorgetti in un question time, Cecilia Guerra, responsabile del Lavoro per i dem, ha affermato con riguardo alle norme introdotte nel ddl:

“Questa è una cosa che non si può guardare, perché stiamo giocando con la vita delle persone. Noi siamo il Paese in cui l’età pensionabile è più alta in tutta Europa, quindi questa riflessione è assolutamente necessaria”.

(Si riferiva all’aggancio dei requisiti per l’accesso alla pensione all’incremento delle attese di vita, ndr).

“Siamo anche un Paese – proseguiva – in cui la maggioranza è andata al Governo, con anni di battaglia, dicendo: supereremo la legge Fornero. Questo non è successo. L’esito, dopo 4 anni, se consideriamo anche questa nuova legge di bilancio, è la chiusura sistematica, l’inaridimento di tutti i canali di uscita anticipata della pensione, e, in particolare, come lei ci conferma, anche in questo caso i colpiti saranno le categorie più fragili: i caregiver, gli invalidi, i disoccupati e le donne”.

Altri esponenti dell’opposizione, in differenti occasioni di dibattito, hanno sollevato questa incoerenza dell’attuale maggioranza rispetto a quanto sosteneva, in materia di pensioni, quando stava all’opposizione.

La questione vera

La questione vera però è un’altra. Che l’attuale maggioranza – in tema di pensioni e non solo – sia venuta meno non solo al suo programma elettorale, ma anche a battaglie di anni (si pensi alla guerra senza quartiere, senza argomenti fondati e senza buona creanza condotta dalla Lega e dal suo Conducator contro il ministro Elsa Fornero, a livello personale) può essere messo in evidenza nella polemica politica (a quanto pare, tuttavia, non pare che gli elettori del centrodestra e di FdI se ne preoccupino).

Ma questa incoerenza, dall’angolo di visuale di un partito che è stato al governo negli ultimi dieci anni, che ha espresso un presidente del Consiglio come Paolo Gentiloni, poi divenuto commissario dell’economia per la Ue, andrebbe salutata uccidendo il vitello grasso come al ritorno del “figliol prodigo”.

Perché se dal 2011 in poi l’Italia è riuscita ad evitare la bancarotta dei conti pubblici, grazie ad un filo di credito mantenuto sui mercati e le istituzioni nazionali, lo si è dovuto proprio al rigore della riforma Fornero, che – al di là della vicenda degli esuberi (una trovata sostanzialmente mediatica) – ha incontrato l’interesse di ogni Paese condannato a reggere lo tsunami dei sistemi pensionistici pubblici costretti nella tagliola dell’invecchiamento e della denatalità.

Tanto che neppure Matteo Salvini, “folgorante in soglio” nel governo giallo-verde, ha potuto – come aveva promesso – far approvare dal Consiglio dei Ministri un decreto legge che abrogasse la riforma Fornero.

 

Dalle “quote” al disincanto

Certamente, a Salvini venne data la possibilità – dopo che nel 2015 la Consulta aveva stabilito l’inammissibilità del referendum abrogativo promosso dalla Lega – di spassarsela, sperimentalmente per un triennio, con quota 100 e dintorni, salvo dover riscontrare alla fin dei conti un tasso di adesioni molto inferiore alle previsioni e, soprattutto, l’inefficacia dell’obiettivo “fuori gli anziani, dentro i giovani”.

Dal labirinto delle quote, dopo le prime correzioni apportate dal governo Draghi, il destino ha voluto che fosse un governo di centrodestra, con un suo autorevole esponente al Mef, a liquidare i rimasugli dei guasti apportati al sistema pensionistico dal “decreto meravigliao” Conte/Di Maio/Salvini (dl n.4/2019), finendo per fare delle quote (con i vincoli per quota 103) e di Opzione donna un disincentivo al pensionamento anticipato. Tanto da scoraggiarne l’utilizzo (limitato ormai a poche migliaia di persone) e consentirne la mancata riconferma nella prossima legge di bilancio.

Anzi, è stato il governo Meloni, già nelle precedenti leggi di bilancio, ad anticipare di due anni la scadenza del blocco dell’aggancio all’attesa di vita, che è il principale garante della sostenibilità (ancorché precaria) del sistema pubblico.

Ha ragione su questo punto l’on. Guerra: su questo aspetto cruciale il governo ha sbandato.

Sotto l’offensiva del Carroccio anche Giorgetti ha speso qualche parola di troppo, spingendosi fino all’idea di bloccare il meccanismo quando avesse ripreso ad operare nel 2027 apportando un prolungamento di tre mesi dei requisiti pensionistici anagrafici e contributivi.

 

L’opposizione e la responsabilità

Un’opposizione seria (ovviamente parliamo del Pd, di Iv e di Azione, perché non è possibile riconoscere una patente di serietà ad Avs e al M5S) che si candida a tornare al governo avrebbe dovuto criticare le incertezze della maggioranza su di un passaggio cruciale che poi costituisce, anche, lo snodo del rapporto tra le generazioni, dal momento che non è equo definire i trattamenti pensionistici solo in base ai requisiti maturati nel corso della vita attiva senza considerare il tempo durante il quale le pensioni saranno erogate a carico – in un sistema a ripartizione – delle generazioni future. Persino nel 2019, le sinistre si guardarono bene dall’imbarcarsi armi e bagagli su quota 100 e sul reddito di cittadinanza.

Questa volta, invece, non hanno esitato a schierarsi con la Cgil di Landini, nonostante che il governo, per suoi problemi interni, si sia prestato alla pagliacciata dello scaglionamento dei tre mesi in più che dovrebbero dipendere dall’allungamento dell’attesa di vita nel biennio 2027-2028.

Poi va ricordato che l’esclusione dei lavori disagiati e usuranti è una novità, perché prima non era prevista in ragione di quanto stabilito dall’art. 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 ovvero da parte dell’ultimo governo Berlusconi, prima della riforma Fornero. E non è vero che in Italia si vada in pensione più tardi che in Europa: è un calcolo truffaldino considerare che l’età effettiva al decorso della pensione è inferiore ai limiti legali. Secondo l’Ocse, in Italia l’età effettiva dell’uscita dal mercato del lavoro è inferiore di circa 3 anni rispetto alla media di quella dei paesi industrializzati.

Il quadro Inps e la questione di genere

Per quanto riguarda l’età pensionabile – si veda un Box nel XXIV rapporto dell’Inps – l’elemento più rilevante è l’aumento del differenziale d’età tra pensioni di vecchiaia e pensioni anticipate, che passa da 3,8 anni nel 2012 a 5,6 anni nel 2024.

Questo ampliamento è dovuto sia all’innalzamento progressivo dell’età media di accesso alla pensione di vecchiaia, cresciuta di 3,5 anni, sia a un aumento, seppur più contenuto, dell’età media delle pensioni anticipate (+1,7 anni). La divergenza riflette l’innalzamento del requisito anagrafico per la vecchiaia, a fronte dell’assenza di un requisito anagrafico minimo per l’anticipata. E questo punto si pone un netto differenziale di genere, perché – a causa della diversa presenza sul mercato del lavoro – la pensione di vecchiaia è erogata in maggioranza alle lavoratrici (che hanno storie lavorative più brevi), mentre quella di anzianità va in maggioranza ai lavoratori (che vantano anzianità contributive lunghe e continuative).

Sono problemi reali la cui radice si trova nella qualità dell’occupazione, una questione che non può essere risolta al momento della pensione, come se la previdenza fosse una sorta di vendicatore mascherato che ripara i torti subiti durante la vita lavorativa. Problemi che non si risolvono come ha cominciato a fare anche il Pd con le battute demagogico/populiste.

A che pro? Ancora una volta citiamo Antonio Polito: “c’è da chiedersi se il gioco vale la candela”

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