Per l'Europa il cuore del Mercosur è l'accesso alle materie prime. Rinvio a gennaio

per la firma dell'accordo che garantirebbe accesso alle terre rare anche nel futuro.

Davide Mattone 20 dic 2025 ilfoglio.it lettura2’

Rinvio a gennaio per la firma dell'accordo che garantirebbe accesso alle terre rare anche nel futuro. Mentre Bruxelles attende ancora le richieste italiane e Parigi tiene la porta socchiusa, Stati Uniti e Cina consolidano presìdi su minerali e filiere strategiche

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L’accordo Ue-Mercosur è stato rinviato a gennaio. La giustificazione pubblica – della premier Giorgia Meloni e del presidente francese Emmanuel Macron – parla solo di agricoltura e garanzie ancora non sufficienti. Paradossalmente il dossier continua a essere schiacciato sull’agricoltura, cioè sul pezzo più rumoroso ma meno centrale dell’insieme dell’accordo commerciale. Ma poco importa che l’Europarlamento abbia approvato il regolamento sulle salvaguardie a larga maggioranza, e che questo sia passato anche al trilogo. Serve solo che Meloni presenti le sue richieste, che probabilmente sono quelle del tandem Coldiretti–Confagricoltura. Secondo quanto ricostruito dal Foglio, spazi per compromessi ragionevoli che salvano la faccia a tutti, ce ne sono. Ma intanto a Bruxelles la paura che gennaio diventi l’inizio di una catena di rinvii esiste.

Eppure i flussi chiave dell’import dal Mercosur non sono i filetti di manzo premium, o il pollo: l’Europa importa dall’area petrolio grezzo, farina di soia per mangimi, caffè, pasta di legno, minerali di rame e di ferro, ferroleghe. E in cambio esporta beni ad alto valore aggiunto: carburanti raffinati, vaccini, farmaci confezionati, ricambi auto, turbine e generatori. Nel 2024, l’interscambio Ue-Mercosur ha superato i 111 miliardi di euro. Per l’Europa dunque il commercio con i quattro paesi del Sud America rappresenta circa l’1 per cento del suo commercio complessivo. E, per l’Italia, lo ricorda Confindustria: nel 2024 l’interscambio vale 13,4 miliardi (7,4 di export) e oltre l’81 per cento dei beni scambiati e il 94 per cento del nostro export verso l’area sono beni industriali, non agricoli.

Ma intanto, in Sud America, la competizione Usa-Cina non aspetta i tempi europei. Buenos Aires sta provando a rafforzare un canale con Washington con un framework su commercio e investimenti, e con colloqui su minerali critici e infrastrutture. Sempre in Argentina, la Cina resta un perno centrale in filiere come il litio. In Brasile, Pechino non fa più incursioni ma costruisce presìdi e preenze stabili: una cooperazione finanziaria che include linee di swap, e una presenza strutturale tra logistica e asset minerari. Washington risponde sul terreno dove fa più male: materiali strategici e capacità di lavorazione, con un sostegno pubblico a progetti di terre rare.

Ed è proprio qui che si trova il cuore geopolitico dell’accordo con il Mercosur: le tutele su materie prime, in formato paracadute, racchiuse all’interno dell’intesa. C’è una regola generale contro i dazi all’esportazione, con eccezioni limitate e comunque con l’idea di evitare che un paese (per esempio, lo stesso Brasile se pressato dagli Usa o dalla Cina) trasformi il rubinetto delle risorse in una leva geopolitica da usare a proprio piacere. E c’è il principio contro i monopolî dell’export: l’obiettivo è impedire che un governo concentri per legge le esportazioni in un solo soggetto (es. Cina). Significa avere regole più stringenti e tutele sull’accesso alle risorse che contano di più: energia e minerali per transizione e manifattura. Litio, nichel, rame, ferro, terre rare: materiali che finiscono nelle batterie ma anche nelle leghe e nei magneti, quindi nella difesa, senza bisogno di grandi discorsi.

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