Oggi quel racconto non regge più. L’ascensore sociale è fermo: per decenni abbiamo raccontato
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a intere generazioni che studiare, lavorare sodo e fare sacrifici sarebbe bastato…
Tullio Camiglieri 5 Gennaio 2026 alle 14:46 ilriformista.it lett2’
Senza merito non c’è futuro
In Italia l’ascensore sociale si è fermato da tempo. Non scricchiola, non sale lentamente: è bloccato. Le porte sono chiuse e, per molti, non si apriranno mai. Nascere in una famiglia con poche risorse economiche, relazionali o culturali significa oggi avere probabilità altissime di restare esattamente dove si è partiti. È un dato che le statistiche confermano e che le vite quotidiane raccontano con crudezza: il destino sociale pesa più dell’impegno, dell’intelligenza e persino del talento.
Il “Report Fragilità” 2025 ha rilevato che solo 3 italiani su 10 credono che i propri figli avranno un futuro migliore. Per decenni abbiamo raccontato a intere generazioni che studiare, lavorare sodo e fare sacrifici sarebbe bastato. Oggi quel racconto non regge più. Il merito non è sufficiente se il sistema non lo riconosce, non lo premia e non lo rende accessibile a tutti. In un Paese in cui il cognome, le reti familiari, l’origine geografica e il capitale di partenza contano più delle competenze, il merito rischia di diventare una parola vuota. Il blocco dell’ascensore sociale ha conseguenze profonde: alimenta la sfiducia, spinge i giovani più preparati ad andarsene, rafforza il cinismo di chi resta. Se l’impegno non paga, se il sacrificio non viene riconosciuto, allora il patto sociale si rompe. E quando si rompe il patto sociale, crescono l’astensione e la rabbia. Ripartire dal merito non significa ignorare le disuguaglianze di partenza, ma affrontarle. Significa costruire un sistema che dia davvero a tutti la possibilità di competere ad armi pari. La scuola e l’università sono il primo terreno di questa battaglia.
Oggi troppo spesso non sono ascensori, ma filtri: chi parte svantaggiato fatica di più, abbandona prima, viene escluso. Investire seriamente nella formazione, nel diritto allo studio, nell’orientamento e nella valorizzazione dei talenti significa rimettere in moto il meccanismo alla base della mobilità sociale. Ma il merito non si ferma ai titoli di studio. Riguarda le competenze reali, quelle che servono nel mondo del lavoro e che devono essere aggiornate, riconosciute e certificate. In Italia il legame tra formazione e occupazione è debole, frammentato, spesso casuale. Troppi giovani iperformati finiscono in lavori sottopagati e precari, mentre posizioni di responsabilità vengono assegnate per appartenenza più che per capacità. Questo non è solo ingiusto: è inefficiente. Il sacrificio, poi, è un’altra parola che abbiamo logorato.
Chiediamo sacrifici senza offrire prospettive. Chiediamo flessibilità senza sicurezza. Chiediamo dedizione senza tutele.
Un Paese che pretende sacrifici deve essere in grado di restituire opportunità, crescita, riconoscimento. Altrimenti il sacrificio diventa sfruttamento e il lavoro perde dignità. Rimettere in moto l’ascensore sociale richiede scelte politiche e culturali coraggiose. Trasparenza nei concorsi, valutazione seria delle competenze, fine delle scorciatoie e dei favoritismi. Il merito non è un privilegio per pochi, è una promessa per tutti. Una promessa che oggi in Italia è stata disattesa. Ripartire da merito, competenze e sacrificio non è uno slogan nostalgico, ma una necessità urgente. Perché senza mobilità sociale non c’è futuro, non c’è crescita e non c’è democrazia che possa reggere. Un Paese che non permette ai suoi cittadini di migliorare la propria condizione è un Paese che ha già iniziato a declinare.


