Torino, lo stato di diritto aggredito e l'alibi dello sgombero

smontano una tesi ricorrente e comoda: che la responsabilità della violenza sia di chi fa rispettare la legge, non di chi la viola

31 gen 2026 ilfoglio,it lettura 2’

I fatti e i video di oggi a Torino mostrano un’aggressione allo Stato di diritto. E smontano una tesi ricorrente e comoda: che la responsabilità della violenza sia di chi fa rispettare la legge, non di chi la viola

Ivideo di oggi da Torino non lasciano molto spazio alle interpretazioni. Volti coperti, lanci di oggetti, cassonetti incendiati, assalti alle forze dell’ordine, una città trasformata per ore in un teatro di scontro. Non scene isolate, non “tensioni improvvise”, ma una sequenza coerente di azioni che raccontano un metodo: usare la violenza come linguaggio politico e lo scontro come fine, non come incidente.

Eppure, puntuale come sempre, si affaccia una spiegazione che pretende di rovesciare la realtà: la violenza non sarebbe responsabilità di chi l’ha praticata, ma di chi ha sgomberato un centro sociale. Come se far rispettare una decisione dello Stato fosse una provocazione, e reagire con bombe carta e incendi una risposta comprensibile. È una tesi che non regge ai fatti e che, a guardarla bene, finisce per ridicolizzare chi la sostiene.

Perché le immagini di oggi non mostrano una protesta ferita o esasperata. Mostrano gruppi organizzati che cercano deliberatamente lo scontro, che si muovono con tattiche riconoscibili, che trasformano ogni intervento delle forze dell’ordine in un’occasione per alzare il livello della violenza. Attribuire tutto questo allo sgombero significa confondere causa ed effetto: lo sgombero non crea l’estremismo, semmai lo rivela.

Qui sta il nodo politico, prima ancora che di ordine pubblico. Accettare l’idea che la violenza sia una conseguenza “naturale” dell’applicazione della legge equivale a legittimarla. Significa dire, implicitamente, che esistono zone franche dove lo Stato deve arretrare per evitare guai, e che chi rompe le regole ha sempre un’attenuante morale pronta all’uso. È un ragionamento che svuota lo Stato di diritto dall’interno.

Su questo punto, le parole di Giorgia Meloni sono tutt’altro che ideologiche: “La libertà non è il diritto di fare tutto, ma il rispetto delle regole che consentono a tutti di essere liberi”. È una frase che oggi suona quasi polemica nella sua semplicità. Perché rimette la responsabilità dove deve stare: sulle azioni, non sulle decisioni legittime delle istituzioni.

I fatti di oggi dicono anche un’altra cosa. Che non siamo davanti a una protesta che “degenera”, ma a un copione che si ripete ogni volta che viene meno l’ambiguità. Finché l’illegalità è tollerata, tutto resta sotto traccia. Quando lo Stato esercita la sua funzione, l’estremismo esce allo scoperto e si presenta per quello che è: un’aggressione allo Stato di diritto mascherata da dissenso.

 

La polemica vera, allora, non dovrebbe essere contro chi sgombera, ma contro chi continua a cercare giustificazioni. Perché spostare la colpa sull’azione dello Stato significa offrire una copertura culturale a chi vive di destabilizzazione. E significa, soprattutto, accettare l’idea che la forza delle istituzioni sia sempre una colpa, mentre la violenza di piazza sia sempre una reazione.

I video di oggi ci chiedono una scelta di chiarezza. Il dissenso è legittimo. La protesta è un diritto. Ma la violenza non è mai una risposta, e non diventa più nobile se la si attribuisce a uno sgombero. Continuare a confondere i piani non è neutralità: è complicità. E lo Stato di diritto, quando viene aggredito, ha bisogno di difese, non di alibi

Commenti   

#2 walter 2026-02-01 18:19
feb 2026 18:52 dagospia.com
SINISTRA ASKA-TAFASCIO! SE LA SCHLEIN AVESSE AVUTO TEMPISMO POLITICO GIÀ IERI SERA, DOPO GLI SCONTRI E IL POLIZIOTTO PRESO A MARTELLATE, DOVEVA ANDARE ALL’OSPEDALE – AVS HA STIGMATIZZATO MA SUBITO DOPO HA ATTACCATO LA “REPRESSIONE”: RICORDIAMO ALLA SINISTRA DI OGGI QUANTO IL PCI HA PAGATO CON LA STORIA DEI "COMPAGNI CHE SBAGLIANO" DURANTE GLI ANNI DI PIOMBO - CONDANNARE QUANDO LA VIOLENZA ESPLODE È TARDI, BISOGNA FARLO QUANDO FERMENTA IN QUESTI CENTRI SOCIALI COME ASKATASUNA… - estratto da Roberto Arditti per formiche.net - Estratti
#1 walter 2026-02-01 10:06
……MAZZE, FUOCHI E SCUDI D’ACCIAIO. L’INTERNAZIONALE DEI BLACK BLOC CHE HA SCATENATO LA GUERRA A TORINO da dagospia.com

Estratto dell’articolo di Lodovico Poletto per www.lastampa.it

….

In due ore di follia, a pochi passi dall’ex centro sociale sgomberato l’antivigilia di Natale, si consuma quel che non si vedeva da anni in una manifestazione di piazza. […]Tra 700 black bloc - come chiamarono dopo il G8 di Genova i gruppi di ragazzi vestiti di nero che cercavano lo scontro - e gli uomini in divisa che difendono 150 metri di strada. Guerriglia.

[…] Ed eccolo qui il blocco nero: spunta dal nulla in mezzo al corteo dei 20 mila. […] Volti e nomi dei 700 si vedranno e si sapranno tra qualche ora o tra qualche giorno, se mai scatteranno gli arresti. Ma, in linea di massima, chi sono già lo si sa. «Sono stranieri» dice qualcuno. Ma non è la regola.

Ci son quelli dei centri sociali più agguerriti del Paese, e ci sono ragazzi arrivati dall’estero. Non è una supposizione. Ne hanno fermati una decina prima di sabato pomeriggio. […] Quelli che hanno bloccato durante i controlli per strada erano francesi. Ma ci sono anche ragazzi di altri Paesi. E ci sono moltissimi italiani.

[…] Le regole d’ingaggio sono sempre le stesse: «Distruggi il sistema» e assalta gli uomini in divisa. Poliziotti, carabinieri, finanzieri: l’acronimo «Acab» li comprende tutti…..

Ma qui, in corso Regina Margherita, stavolta c’è di più. Gli scudi sono quelli dei guerrieri medievali: lastre di metallo spesse qualche millimetro e manici rivettati per portarli con le braccia. E un marchio sulla parte esterna che già racconta tutto: la stella rossa con la saetta gialla. Anarchia. […]

E adesso sono tutti lì a chiedersi chi sono i «generali» di questo «blocco nero». Chi e come hanno fatto a portare in piazza gli scudi? Chi ha deciso la strategia di attacco? Al primo piano della questura più d’uno ha idee ben chiare. Ma il problema è dimostrarlo. […]

Dagospia.com

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