Sliding doors. L’asse Italia-Germania e l’abile doppio gioco di Meloni
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L’intesa tra Roma e Berlino si può vedere in due modi: come prova dell’europeismo italiano o come smentita di quello tedesco,
Francesco Cundari 11 Febbraio 2026 linkiesta.it lettura2’
scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
Ci sono due modi di interpretare il nuovo asse italo-tedesco di cui si parla su tutti i giornali: come la conferma dell’evoluzione europeista di Giorgia Meloni o come la smentita della reale volontà di procedere sulla strada dell’integrazione da parte di Friedrich Merz. Personalmente, non avendo mai creduto alla prima ipotesi, tendo a propendere per la seconda. Tutto sta a capire se il cancelliere tedesco stia tentando di coinvolgere anche il nostro governo nella costruzione di un’Unione più forte, o se al contrario intenda utilizzarlo per frenare qualunque serio progresso in quella direzione, facendo con Meloni un gioco simile a quello che Angela Merkel ha condotto a lungo con Viktor Orbán.
Finora ho l’impressione che Meloni abbia tratto notevole beneficio da questa attitudine, alla base anche delle molte attenzioni riservatele da Ursula von der Leyen, e anche dalla stampa europea. La sua abilità è consistita essenzialmente nella capacità di recitare due parti in commedia, da un lato confermando la sua storica affinità politico-ideologica con il nemico numero uno dell’Unione europea, l’amministrazione di Donald Trump, dall’altro lasciando intendere agli altri leader e anche agli osservatori europei che non lo faceva per piacer suo, ma a beneficio di tutti, per fare da ponte, argine, avvocato difensore dell’Unione presso la Casa Bianca.
Inutile aggiungere che la narrazione della Meloni populista sui generis, diversa da tutti gli altri (o la favola della sua inesistente evoluzione politico-ideologica), serviva anzitutto a giustificare la sua legittimazione e il suo pieno coinvolgimento nelle stanze del potere, mentre al contempo se ne tenevano ben lontani i nazionalpopulisti degli altri paesi (a cominciare dai tedeschi dell’Afd). Tanto, si saranno detti i nostri partner, gli italiani ad avere i populisti al governo sono abituati sin dai tempi di Silvio Berlusconi, per non rimontare troppo indietro nei precedenti storici. In poche parole, la solita logica del meglio a te che a me.
Comunque sia, finché in Europa ha prevalso la linea dell’appeasement con Trump – non a caso promossa proprio da Italia e Germania – questo abile posizionamento di Meloni si è rivelato prezioso e per lei anche estremamente gratificante. Ma a mano a mano che l’aggressività e la prepotenza del presidente americano si sono dimostrate ingestibili, dalla guerra commerciale alle minacce di annessione della Groenlandia, dal disimpegno in Ucraina all’aperto tentativo di interferire nella politica e nei processi elettorali europei favorendo (e anche finanziando) i partiti nazionalpopulisti, l’equilibrismo meloniano ha cominciato a mostrare i suoi limiti.
Vedremo nei prossimi giorni, nel prevertice convocato per domani proprio da Italia e Germania e poi nel vertice europeo vero e proprio di giovedì, con Mario Draghi ospite d’onore, se e quanto le leadership dell’Unione sapranno fare fronte alla nuova e inquietante realtà della politica internazionale, segnata non tanto dall’abbandono, quanto dall’aperta ostilità dell’America di Trump. Di cui Meloni resta comunque la prima e più naturale alleata europea, insieme con il suo amico e sodale Viktor Orbán.


