PARERI. DENTRO IL REFERENDUM | “Il governo aumenta i consensi, il No non è un voto per il campo largo”

Nonostante la sconfitta politica sul quesito, il numeri del referendum dicono cose interessanti sia al governo sia al campo largo

Int. Stefano Trancossi 25 Marzo 2026 ilsussidiario.net lettura6’

Nonostante la sconfitta politica sul quesito, il numeri del referendum dicono cose interessanti sia al governo sia al campo largo

53,2% contro 46,8%: l’esito del referendum sulla legge costituzionale di separazione delle carriere è una sconfitta secca e spiazzante per il governo. Molti sono i numeri che hanno fatto di questa votazione un tornante politico. Innanzitutto l’affluenza: 58,93% degli aventi diritto. E poi la radiografia del voto subito diffusa dai media. Alcune cifre: il No schiacciante nella classe di età 18-34 anni (i giovani), pari al 61,1% (Opinio Italia per Rai) contro il 38,9% di Sì; oppure (elaborazioni Youtrend) il 22% degli elettori di centrodestra che non ha seguito il governo: 11% di astenuti e 11% contrario, con il picco che viene raggiunto da Forza Italia (16% per il No, 12% di astenuti). Nello stesso tempo, il 10% degli elettori del campo largo si è astenuto e il 5% ha votato Sì.

Abbiamo provato a guardare “dentro” l’esito del voto con Stefano Trancossi, esperto di analisi dei dati nel MHEO, Dipartimento di economia, management e metodi quantitativi dell’Università degli studi di Milano ed esperto di sistemi elettorali. MHEO, Dipartimento di economia, management e metodi quantitativi dell’Università degli studi di Milano ed esperto di sistemi elettorali.

Il voto referendario è polarizzante. Da dove si deve cominciare?

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Dipende molto dalle lenti che vogliamo indossare per analizzare il risultato: se seguiamo la narrazione ufficiale della maggioranza, le sorti del governo Meloni e quelle della riforma della giustizia sono nettamente divise e non ci saranno conseguenze sulla legislatura. Se invece partiamo dalla premessa che il voto abbia avuto un significato politico, si potrebbe parlare di una sconfitta, ma non è esattamente quello che dicono i numeri.

Ne è sicuro? Il giudizio sull’attuale maggioranza è netto.

A conti fatti per il Governo potrebbe addirittura considerarsi una vittoria: su un quesito secco in merito ad un punto importante del programma, la maggioranza ha ottenuto un consenso addirittura maggiore rispetto al risultato elettorale del 2022, ovvero quasi 3 punti percentuali in più. La differenza sta tutta nel risultato concreto, che in questo referendum – ma anche nel 2022, se le opposizioni si fossero presentate unite – si è tradotto in una sconfitta, mentre alle ultime elezioni, grazie alla presenza dei collegi uninominali, ha garantito al centrodestra ampie maggioranze in entrambe le Camere.

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Cosa dicono i flussi elettorali?

In questo caso è improprio parlare di flussi. Già è statisticamente impreciso confrontare tra loro i risultati di due elezioni dello stesso tipo a distanza di tempo, perché i partiti cambiano nome e/o programmi: basta pensare a quanto sarebbe ingannevole comparare un elettore della Lega nel 2018 a un elettore dello stesso partito nel 2008, o un elettore del Pd di Renzi a uno del Pd di Elly Schlein. E poi perché il corpo elettorale si rinnova al ritmo di circa 700mila nuovi aventi diritto all’anno, l’1,5%. Ma c’è un altro motivo ancora più importante: le politiche, le europee, i referendum abrogativi e questo referendum costituzionale sono votazioni strutturalmente e politicamente diverse. Oltretutto, ogni analisi parte da dati ottenuti tramite campionatura, su base puramente volontaria. Detto questo, rimane sicuramente utile avere un’idea di come gli elettori hanno deciso di votare sulla base della loro aderenza partitica, soprattutto pensando alle elezioni dell’anno prossimo.

Allora prendiamo il comportamento degli elettori dei vari partiti. I tre partiti della maggioranza (FdI, Lega, FI) hanno registrato in media un tasso di astensione e di No più alto dei tre partiti di opposizione. Come lo spiega?

È sempre molto difficile cercare di entrare nella mente degli elettori, però si possono formulare ipotesi. Farei tre osservazioni. Innanzitutto, potrebbe aver giocato un ruolo il fatto che, a differenza degli elettori di opposizione, i sostenitori del centrodestra non avevano bisogno di questo voto per mandare un segnale di rottura.

Seconda osservazione?

Per quanto la questione della giustizia sia sempre stata importante – soprattutto per Forza Italia –, la riforma interveniva su questioni abbastanza tecniche e forse poco accessibili per un vasto elettorato, a differenza, per esempio, della responsabilità civile dei magistrati, su cui si era votato nel 1987.

Terzo punto?

Proprio il fatto che esponenti di primo piano dell’esecutivo avessero escluso conseguenze politiche derivanti dall’esito referendario potrebbe aver spinto l’elettorato di centrodestra, più di quello di centrosinistra, a valutare la riforma nel merito.

Una considerazione a parte forse la merita il Sud. In sintesi: il Mezzogiorno ha voltato le spalle alla Meloni.

Sicuramente potrebbero aver giocato un ruolo la tradizionale attenzione del centrodestra per il tessuto produttivo e sociale delle regioni settentrionali, emblematicamente rappresentata dall’abolizione del Reddito di cittadinanza, unita anche alle recenti questioni, non particolarmente popolari, relative al Ponte sullo Stretto e alla gestione delle emergenze idrogeologiche.

Che cosa ha mosso il No? Un “vaffa” alla Meloni o l’“attentato alla Costituzione” e la necessità di proteggerla?

In un seggio elettorale, durante il referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 (Ansa)

Ripeto, è complesso interpretare le intenzioni reali degli elettori. Sicuramente c’è stata una quota di voto “di pancia” antimeloniano, ma un ruolo non meno importante deve aver giocato la popolarità della Costituzione proprio tra molti di quegli elettori disaffezionati, che magari disertano le urne ai referendum abrogativi ma si presentano a difendere una Costituzione che, seppure un po’ idealizzata, rimane il fondamento della convivenza civile nel nostro Paese. È quello che hanno fatto nel 2016.

Questo offre il destro ad un’altra considerazione che riguarda l’affluenza. Gli astenuti sono diminuiti. Cosa pensa di questo dato?

Sono diminuiti rispetto ai referendum abrogativi e alle europee, ma sono aumentati rispetto alle politiche del 2022. Come dicevo, è difficile fare paragoni tra votazioni essenzialmente diverse: l’ultimo referendum costituzionale, nel 2020, aveva visto un’affluenza leggermente inferiore (51%), ma quello del 4 dicembre 2016 era arrivato oltre il 65%. Non credo che siamo di fronte ad un rinnovamento permanente della democrazia, quanto piuttosto all’ennesima dimostrazione che anche votare, come quasi tutto, ogni tanto torna di moda.

Si può dire, come ha fatto qualcuno, che “il centrosinistra riporta alle urne 3 milioni di astenuti rispetto alle politiche e 5 milioni rispetto alle europee”?

Per dirlo bisognerebbe essere certi di poter collegare l’aumento dell’affluenza degli elettori di centrosinistra alla campagna per il No. Non credo che questo collegamento sia così immediato, soprattutto se si tiene conto della forte componente di voto “a difesa della Costituzione” che questo quesito ha mobilitato. Riassumendo: il No non equivale, e sarebbe ingenuo pensarlo, a un voto per il centrosinistra in una qualunque delle sue possibili formazioni future.

Quindi, in sostanza, il No colpisce perché porta allo scoperto, forse per la prima volta, ciò che stava “nascosto” nell’esito elettorale del 2022: è così?

Esatto: siamo ormai abituati a pensare che le elezioni si vincano con il 30, 35, 40% dei voti, perché le ultime leggi elettorali, Rosatellum e Porcellum soprattutto, hanno meccanismi di distorsione delle preferenze degli elettori. Un referendum è molto più diretto.

Una distorsione, l’ha appena detto, dovuta agli imprevisti “miracoli” – o agli sgambetti – del Rosatellum. Ci ricorda come funziona il meccanismo distorsivo?

I seggi uninominali del Rosatellum causano una forte dispersione dei voti di tutte quelle forze che non raggiungono la maggioranza relativa. Se immaginiamo un collegio uninominale in cui il centrodestra ottiene il 40% e le due forze di opposizione, divise, entrambe il 30%, il centrodestra ottiene il seggio e quel 60% di voti contrari viene semplicemente ignorato dal sistema. È vero che il Rosatellum rimane una legge elettorale di impianto proporzionale, per cui la dispersione dei voti di chi non ha vinto all’uninominale è mitigata dal fatto che comunque questi partecipano alla distribuzione proporzionale dei seggi, ma il Rosatellum manca totalmente di meccanismi di compensazione, come lo scorporo di mattarelliana memoria, che contrastino, nella quota proporzionale, l’impatto della distorsione dovuta ai collegi uninominali.

Adesso il governo si ripropone di cambiare la legge elettorale. E se le opposizioni insistessero nel dire no, come già stanno facendo?

Allo stato attuale, le opposizioni non possono opporsi ad una modifica della legge elettorale; potrebbero fare ostruzionismo, anche plateale, ma i regolamenti delle Camere con il tempo sono stati resi sempre meno aperti a queste tattiche. Se però ammettessimo che, per azione delle opposizioni o per disaccordo nella maggioranza, anche nel 2027 si voti con il Rosatellum, il centrosinistra si troverà comunque – e di nuovo – nella condizione di dover necessariamente presentarsi unito. Altrimenti avremmo una riedizione del 2022.

Le opposizioni vanno verso la sintesi, per lo meno politco-elettorale: Conte ha lanciato le primarie di coalizione.

Proprio per questo il Governo sta ora spingendo per una riedizione, costituzionalmente più attenta, del premio di maggioranza del Porcellum, con ballottaggio eventuale. È cosciente che il suo più grande punto di forza è la capacità di creare coalizioni che superano alcune evidenti diversità ideologiche, mentre il centrosinistra ha dimostrato di fare molta più fatica a realizzare lo stesso risultato.

(Max Ferrario)

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