Modi di dire: a caval donato non si guarda in bocca
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Veloce, snello, generalmente bianco, il cavallo ricopriva un ruolo di primo piano presso i Veneti antichi,
Marcello Marzani domenica, 26 Luglio 2026 qdpn.it lettura2’
Veloce, snello, generalmente bianco, il cavallo ricopriva un ruolo di primo piano presso i Veneti antichi, popolo indoeuropeo stanziatosi nei territori dell’attuale Italia nordorientale a partire dal II millennio a.C.
Essenziale per l’economia, decisivo battaglia, oggetto di venerazione religiosa l’ekvo, questo il nome del cavallo presso i nostri antenati, ha lasciato innumerevoli tracce: bronzetti, lamine votive, incisioni e steli funerarie che lo raffigurano testimoniano la centralità del cavallo nella cultura veneta antica. Fra le tante suggestioni si ipotizza addirittura che il toponimo Jesolo abbia a che fare con l’ancestrale allevamento degli equini nelle terre dell’alto Adriatico.
Quando Leonte di Sparta, nel 440 a.C., vinse l’ottantacinquesima Olimpiade grazie alla prestanza dei cavalli veneti la reputazione di questi destrieri si diffuse in tutto il bacino mediterraneo trasformandoli in veri e propri status symbol: lodati da Esiodo e da Strabone giunsero sino alle scuderie di Dionisio, il celebre tiranno di Siracusa, anch’egli affascinato da questi straordinari quadrupedi.
Il valore economico di un cavallo discende da una serie di fattori quali la razza, il sesso, le condizioni di salute e soprattutto l’età. Un aspetto, quest’ultimo, che gli esperti riescono a valutare con buona approssimazione attraverso l’esame dei denti equini. Dettagli quali l’individuazione della stella dentaria, la presenza o meno del cornetto, la comparsa del cosiddetto segno di Galvayne e altri misteriosi (per i non addetti ai lavori) indicatori consentono una stima attendibile dell’età del cavallo e dunque del suo valore commerciale.
L’esame della dentatura equina ha ispirato anche un popolare modo di dire attribuito nientemeno che a San Girolamo: a caval donato non si guarda in bocca. Traduttore, teologo ed erudito biblista, originario dell’Istria, Girolamo è considerato il padre della citazione latina Noli equi dentes inspicere donati, ovvero non si devono guardare i denti del cavallo donato.
La locuzione è un invito ad accettare il dono, materiale o immateriale, per quello che è, senza indulgere in considerazioni inopportune e sconvenienti. Il santo protettore dei traduttori e degli archeologi, in virtù della propria saggezza, invita dunque ad accontentarsi del regalo e mostrarsi riconoscenti indipendentemente dal suo effettivo valore. Come dire che la generosità prevale di gran lunga sull’effettivo pregio dell’offerta.
Il pensiero di San Girolamo trova riscontro in numerose culture: in Spagna, ad esempio, si usa dire “Caballo regalado no le mires el diente”, equivalente del britannico “Don’t look a gift horse in the mouth” e del francese “À cheval donné on ne regarde pas les dents”.
La riconoscenza auspicata dal santo istriano, tuttavia, non è affatto scontata. Lo sapeva bene il senatore romano Publio Cornelio Tacito che, per sottolineare l’indole malvagia dell’essere umano, con lucido pragmatismo affermò: “Gli uomini sono più decisi a restituire un torto che non un favore, poiché la gratitudine è un fardello e la vendetta un piacere”


