Contro il bipopulismo. L’inconcludente fronda anti Salvini, I governatori della Lega
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sono come i riformisti del Pd e i sedicenti liberali di Forza Italia, tanta agitazione per nulla. Quello che serve è il coraggio di disarticolare i poli e di costruire un’alternativa al populismo di destra e di sinistra
Christian Rocca 19.3. 2026 linkiesta.it lettura3’
I mitologici amministratori leghisti del nord sono un po’ come i riformisti del Pd: appaiono seri e credibili, quasi adulti, ma poi quando il gioco si fa duro, al contrario di John Belushi in “Animal House”, rientrano sempre nei ranghi, e lasciano combattere la battaglia a chi vuole e sa sporcarsi le mani nella palude della politica, accontentandosi che i veri duri gli garantiscano un ulteriore, gratificante, e inconcludente diritto di tribuna in Parlamento o al governo.
Sono anni che i giornali fantasticano di una rivolta interna di Luca Zaia, Giancarlo Giorgetti e Massimiliano Fedriga, non tanto per riportare la Lega alle origini – anche perché con Umberto Bossi, Mario Borghezio e compagnia indipendentista la Lega era più simile a quella di Salvini che a quella di Giorgetti, solo più locale e non nazionale – ma per offrire agli elettori, soprattutto del nord, un partito radicato nel territorio e nel tempo, sostenuto da bravi amministratori e non da arruffapopoli pasticcioni e inconcludenti.
Temo, però, che anche stavolta non succederà niente di rilevante, così come non era successo nulla poco più di un anno fa quando Matteo Salvini, già in picchiata di consensi per dabbenaggine interna e impresentabilità internazionale, aprì le porte della Lega a Roberto Vannacci, fino a nominarlo vicesegretario e cavallo di Troia.
È improbabile un esito diverso, tenuto conto che anche questa volta i tre capi leghisti cosiddetti buoni non hanno lanciato una sfida aperta al segretario, ma si sono limitati a mandare avanti un amministratore locale capace come l’assessore allo sviluppo economico della Lombardia Guido Guidesi con un’intervista al Foglio, e da ultimo il presidente della Lombardia Attilio Fontana con una più cauta intervista al Corriere.
L’inconcludenza politica degli amministratori leghisti e dei riformisti Pd non è affatto isolata in un panorama politico caratterizzato da aspiranti, wannabe, più che da volenterosi, willing.
Nessuno, per esempio, ha notizia dei sedicenti liberali di Forza Italia, ammesso che siano mai esistiti dopo la primissima stagione dei professori Lucio Colletti, Piero Melograni, Saverio Vertone, Marcello Pera, Vittorio Mathieu, Giorgio Rebuffa. Forza Italia ormai è diventato un partito subalterno a Fratelli d’Italia, a Roma come a Milano, e sempre in attesa che Marina Berlusconi dia una scossa liberale che non arriva mai, mentre le televisioni di famiglia diffondono il credo retequattrista, che è l’ultimo rifugio prima del neofascismo.
Questa morta gora popolata da personaggi senza spina dorsale, e in balìa delle forze populiste maggioritarie, sarebbe in teoria l’area politica più coerentemente avversa al bipopulismo perfetto italiano, quella che potrebbe combattere allo stesso modo e allo stesso tempo la demagogia, l’autoritarismo e il razzismo della destra e il radicalismo anticapitalista e illiberale della sinistra. Ma al momento è una prospettiva fantascientifica, anche se almeno in due, Carlo Calenda e Pina Picierno, ci stanno lavorando con tutte le difficoltà del caso.
In un mondo ideale, questo spazio sarebbe occupato da leader, intellettuali, dirigenti e militanti lungimiranti e impegnati ad azzerare il gran caos di questi anni di finta repubblica dell’alternanza, per trovare il modo di disarticolare gli attuali poli fino a ricostruirli su altre basi e maggiori coerenze: di qua chi difende il sistema liberal democratico che ha garantito pace, sicurezza e prosperità per quasi un secolo, e che ha esportato benessere e diritti dove non se ne erano mai visti, e di là gli eversori dell’ordine costituito, i nostalgici dei tempi che furono, gli agenti del caos e gli utili idioti.
Da una parte il Pd riformista, gli amministratori leghisti giudiziosi e responsabili, i liberali sparpagliati di qua e di là, i socialisti democratici, i centristi senza dimora, e i fuoriusciti dai vari schieramenti per eccesso di estremismo populista, e dall’altra i populisti inconcludenti, le caricature dei fondamentalismi del XX secolo, i nostalgici di Futuro Nazionale e i giovani Pd che celebrano Fidel Castro, i nemici dell’Europa e dell’Ucraina, i trumpiani e i putiniani di destra e di sinistra.
Bisognerebbe avere coraggio e visione, e poi soprattutto rischiare, rompere gli schemi, non aver paura di perdere la «cadrega» (come diceva Bossi) nel tentativo lungo e faticoso di costruire una coalizione repubblicana per l’Italia: un fronte europeista, liberale e socialista capace di difendere la civiltà dei diritti e delle libertà, tenendo conto dei meriti e dei bisogni dei cittadini, dagli assalti delle forze autoritarie e oscurantiste.
Se la casa comune brucia, bisogna innanzitutto salvare dal fuoco populista il tetto, le colonne portanti e le fondamenta dell’edificio, rimandando a un secondo momento la discussione sul colore del prospetto e su come arredare le stanze. Altrimenti la casa crolla, e sotto ci restiamo tutti noi.


