Il Veneto istituisce l’Antimafia e da’ una lezione di realismo alla politica nazionale

Metà agosto è la data che Palazzo Balbi ha scelto per una cosa che a Venezia non era mai stata fatta: un’unità organizzativa regionale Antimafia

Mario Alberto Marchi 20.8. 2026 ilriformista.it ettura3’

Il presidente dice «abbiamo istituito»; la nota parla di avvio del percorso interno agli uffici. Nel linguaggio degli uffici è un passaggio tecnico: una casella nuova nell’organigramma, competenze e personale da assegnare. Politicamente è un’altra cosa. È il momento in cui la Regione che per trent’anni ha risposto con l’alzata di spalle del “qui non funziona così” mette la questione a bilancio. La struttura affiancherà i Comuni sull’accesso e la gestione dei beni confiscati, e arriva dopo che Alberto Stefani, a fine maggio, si era preso in giunta la delega all’antimafia. Non l’ha girata a un assessore. Se l’è tenuta.

 

Il perimetro è amministrativo: supporto a enti locali e terzo settore che chiedono di riutilizzare immobili, aziende e terreni sottratti alle cosche. Il numero che il presidente mette al centro, ripreso dall’Anbsc, riguarda quel patrimonio: 307 beni nel 2023, già 329 l’anno dopo. Ma la frase da isolare è quella con cui Stefani spiega perché la sua regione interessi: il dinamismo economico, dice, è inevitabilmente il terreno d’azione delle organizzazioni criminali. Detta mentre l’economia segna il passo e al Veneto servono investimenti pubblici e privati, è un’ammissione che da quel livello istituzionale non era mai arrivata, e senza le circonlocuzioni consuete.

 

Non è che mancassero le carte: mancava il riconoscimento politico. Le relazioni della Direzione investigativa antimafia hanno depositato un catalogo mai smentito, dalle operazioni “Fiore reciso”, “Camaleonte” e “Malapianta” in avanti. Nel Veronese l’operazione “Isola scaligera”, della Dda di Venezia, si è chiusa in primo grado con centocinquanta anni di reclusione e a novembre ha avuto il sigillo della Cassazione: a Verona operava una locale della cosca Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, guidata da Antonio Giardino. Il metodo, negli atti: il denaro prodotto da false fatturazioni e spaccio serviva ad “aiutare” imprenditori in difficoltà, per poi subentrare nella gestione dell’azienda. A Venezia e in provincia la DIA ha segnalato capitali di famiglie siciliane riciclati nell’immobiliare. Dall’inchiesta “Doppio binario” della Dda di Milano sugli appalti di manutenzione ferroviaria sono emerse anche società trevigiane, intestate a prestanome e ricondotte alle famiglie Giardino e Aloisio. Vent’anni di atti parlamentari letti in Veneto un po’ come cronaca di altri.

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Il punto sta sempre nei capitali in transito. Già nella relazione sul primo semestre 2022 la DIA indicava Pedemontana, Alta Velocità e Milano-Cortina, con le risorse del Pnrr, fra le opportunità di sviluppo da sorvegliare. I comparti più esposti, nelle sue analisi, non sono i margini del sistema: immobiliare, edilizia e movimento terra, estrattivo, ristorazione, lavori ferroviari, trasporto conto terzi. È l’ossatura. E le Olimpiadi, spenta la fiamma, lasciano cantieri aperti e un’esposizione che sopravvive all’evento.

Poi c’è la lettura politica, che viene fatta con accortezza. Stefani è alla prima prova identitaria da governatore, e una Lega che si intesta la legalità parla a Roma quanto a Palazzo Balbi. Qualcuno si chiede se la mossa sia una ventata d’aria fresca o il sintomo di una frizione con la componente zaiana della maggioranza, quella che a Ferro Fini guarda magari ad accordi trasversali dopo le politiche. Ipotesi, nulla di più. Ma segnala che l’annuncio è stato letto anche come un posizionamento, riconoscendo implicitamente la sottrazione del tema ad un monopolio di parte.

 

Tornando ai fatti, un’unità organizzativa non contrasta le cosche: gestisce pratiche. Assegna, verifica, istruisce. Ed è precisamente il punto. Al Nord le organizzazioni criminali si affermano offrendo servizi, liquidità senza istruttoria, manodopera disponibile, tempi che nessun canale regolare garantisce. Trovano spazio dove il tessuto produttivo lavora sulla fiducia personale e sulla rapidità, e dove nei passaggi difficili la verifica diventa un lusso. Contro una penetrazione che ha la forma del servizio l’anticorpo è procedurale, ed è quello che Palazzo Balbi ha scelto. La verifica arriverà sui mezzi: quante persone, quali poteri istruttori, quale raccordo fra Regione, prefetture e Comuni. Ma il primo passo, quello che per trent’anni nessuno aveva fatto, adesso c’è.

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