L’Europa che verrà, Minniti: “Il No dell’Islanda è un segnale,
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la Russia non vince, Kyiv leader dei droni. Pantano Hormuz, da Epic Fury a Economic Fury”
Aldo Torchiaro 1 Settembre 2026 alle 01:28 ilriformista.it lett6’
L’ex ministro: “L’Unione resti unita. Nel 2027 molti Paesi al voto: Parigi a un bivio, ma ci siamo anche noi. Tra meno di due mesi le midterm Usa che contano molto pure qui”
Che mondo ci aspetta, tra crisi, guerre e le tante prove del voto in agenda? Lo abbiamo chiesto a Marco Minniti, presidente di Med-Or Italian Foundation.
Minniti, che segnale arriva dal no islandese all’ingresso nella Ue?
«Il voto islandese rappresenta due cose. La prima è la dimostrazione icastica della contraddizione epocale che viviamo: al fallimento dell’idea taumaturgica della globalizzazione è corrisposto un nazionalismo economico, con il prevalere dell’interesse della pesca islandese su un progetto politico. Ma questo è l’esatto contrario di ciò che serve, perché viviamo in un mondo profondamente interconnesso: non si può pensare a soluzioni guardando solo al proprio punto di vista. La seconda è un durissimo monito per l’Europa. Le sfide globali non possono essere affrontate con un’Europa del minimo comune denominatore, incapace persino di costituire un’attrattiva. Serve invece un’Europa che scelga nettamente l’autonomia strategica: non contro qualcuno, ma nell’interesse degli equilibri del pianeta, per contribuire a progetti di pace stabile e duratura».
Il prossimo anno sarà decisivo per gli appuntamenti elettorali.
«Un anno cruciale, a cominciare dalle elezioni del 6 settembre in Sassonia, dove l’AfD è data in maggioranza assoluta: potrebbe governare da sola. Un segnale durissimo per Merz, che viene detto giocarsi molto in questa partita. Poi Francia, Polonia, Grecia e Italia: un anno decisivo per il futuro dell’Unione».
Le elezioni francesi saranno il primo grande banco di prova?
«Sì, ed è quasi un bivio della storia: tornare alla sola Comunità economica europea o proseguire nel progetto politico. Non si può tornare indietro dall’euro, ma si potrebbe scegliere la sola cooperazione economica. Di fronte alle sfide globali, però, ogni singolo Paese europeo, per quanto forte, da solo non ce la fa: scegliere unicamente la via nazionale è una drammatica illusione».
Perché questa debolezza nazionale è così evidente?
«È passato poco più di un anno dall’incontro di Anchorage tra Trump e Putin, che sembrava annunciare una nuova fase. Non è successo nulla di positivo, anzi. La pace in Ucraina appare lontana, col rischio di un’ulteriore radicalizzazione: bastano le cronache degli attacchi russi degli ultimi giorni per capirlo. Zelensky è messo a durissima prova da conflitti politici e indagini di corruzione, eppure l’Ucraina ha retto anche di fronte a promesse non mantenute, come quella di Trump al vertice Nato di Ankara sui missili Patriot costruiti su licenza in Ucraina. Intanto l’Ucraina è diventata leader mondiale nei droni».
E questa capacità tecnologica cambia i rapporti con i Paesi del Golfo?
«Certamente: Zelensky viene oggi accolto con tutti gli onori anche nei Paesi del Golfo, un tempo prudentissimi, perché quei Paesi hanno bisogno delle tecnologie ucraine sui droni per difendersi dagli attacchi iraniani. È tutto interconnesso».
Sul terreno, però, la guerra resta bloccata. Qual è la prospettiva?
«L’Ucraina ha retto anche grazie alla capacità di colpire in profondità la Russia. Sul terreno c’è stallo, senza cambiamenti significativi, e un accordo appare lontano: Putin ha appena respinto duramente la proposta di pace di Zelensky. La Russia ha problemi economici reali: il petrolio, suo storico punto di forza, è diventato fragilità dopo gli attacchi ucraini alle raffinerie. Le code ai distributori non dipendono da scarsità di greggio, ma di raffinato, che Mosca è costretta a importare dall’India — la quale a sua volta importa greggio russo e lo riesporta raffinato. Un esempio perfetto di quanto tutto sia connesso».
Problemi che possono spingere Putin verso un compromesso?
«Non credo, perché non abbiamo compreso fino in fondo il putinismo: è un nazional-imperialismo che riprende l’imperialismo degli zar con una forte dose di nazionalismo, e che non può permettersi di abbassare le pretese per debolezza interna».
Putin sta scegliendo la strategia della massima pressione?
«Sì: pressione militare sui centri civili e le infrastrutture energetiche ucraine in vista dell’inverno, e pressione su tutto il fronte orientale della Nato, dalla vicenda del drone nell’aeroporto di Lipsia alla pressione su Romania, Polonia e Baltici, fino ad un diretto contenzioso con il Regno Unito».
Che significato ha la visita del direttore della Cia Ratcliffe a Mosca?
«Una visita inusuale, che non avveniva da cinque anni, e che segnala come la pressione sulla Nato esponga direttamente gli Stati Uniti. C’è anche la convinzione, diffusa in ambienti internazionali, che il conflitto con l’Iran abbia logorato le riserve militari americane. Putin non ha intenzione di rompere politicamente con Trump: la strategia è piuttosto tenere sotto massima pressione Ucraina ed Europa per tutto l’inverno, aspettando la stagione elettorale europea, come già aspettò, con relativa tranquillità sul fronte ucraino, le elezioni americane. Putin sa che un atteggiamento aggressivo immediato rischia di ricompattare l’Europa, mentre le elezioni potrebbero avere un esito difficile da gestire per l’Unione».
E la Nato?
«Il vertice di Ankara ha confermato un punto cruciale: la piena applicazione dell’articolo 5, dopo che se ne era messa in dubbio la piena praticabilità. Un segnale rivolto sia ai membri dell’Alleanza sia, soprattutto, all’esterno».
Ankara è anche il luogo dell’accordo tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. È una Nato del Golfo?
«Sì, ed è potenzialmente aperto anche all’Iran: i tre protagonisti, pur sunniti, hanno lasciato intendere un’apertura a un grande Paese sciita, anche per la forte minoranza sciita pachistana».
Da cosa nasce l’Accordo della Mecca?
«Dalla guerra con l’Iran e dalla crescente preoccupazione di Paesi storicamente amici di Washington. Non è casuale che il vertice Nato si sia tenuto in Turchia, Paese del forte rapporto Trump-Erdogan e culla dell’Accordo della Mecca. Questi Paesi restano legati agli Stati Uniti — basti il ruolo pachistano di negoziatore con l’Iran — ma preoccupati dalle oscillazioni americane».
A cosa si riferisce?
«All’accordo sul nucleare civile saudita annunciato dal segretario di Stato, un vero upgrading per Riyad, che Trump ha bloccato trasferendolo al Congresso e vincolando all’adesione saudita agli Accordi di Abramo — tutt’altro che scontata. La risposta di Riyad è stata l’intesa con Turchia e Pakistan, esposti nel rapporto con Israele come mostra lo scontro Erdogan-Netanyahu sulla flottiglia per Gaza».
Il fatto che il Pakistan sia potenza nucleare incide?
«Certamente: è l’unica potenza nucleare musulmana, e il segnale è chiaro — amici degli Stati Uniti, ma con un’autonomia di visione per garantire la propria sicurezza. Il che dice molto sull’importanza dell’autonomia strategica europea, che renderebbe l’Unione interlocutore immediato di questi Paesi».
Quindi l’autonomia strategica europea è una necessità anche per la Nato?
«Esattamente, e non è un segnale di conflitto con gli Stati Uniti, tutt’altro: con una unica voce diplomatica e con autonoma capacità di difesa l’Europa sarebbe utilissima e complementare a Washington. Vale ancora la logica delle tre D della Albright per la difesa europea: no discrimination, no duplication, no decoupling. Una Nato così è più forte».
Torniamo all’Iran. L’intervento del 28 febbraio ha prodotto l’effetto sperato da Trump?
«No. L’Accordo della Mecca tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, aperto all’Iran, testimonia come quell’intervento si sia trasformato in un pantano: il conflitto è ripreso proprio in queste ore, rendendo difficile per Trump concentrarsi sulla pressione economica. E ha rafforzato l’ala più radicale del regime, con nomine che rimettono in campo protagonisti financo esclusi da Khamenei padre. A pagare il prezzo più drammatico resta il popolo iraniano».
A ridefinire gli equilibri anche la Shanghai Cooperation Organisation, riunita in questi giorni.
«Un dato simbolico importante: con la Cina prima protagonista, vi partecipano tra gli altri India e Russia e quest’anno per la prima volta direttamente l’Iran. Un altro segno di come si creino nuovi spazi di influenza. Tutto ciò testimonia quanto sia impresa difficile vincere la partita con l’Iran attraverso l’isolamento economico e le sanzioni e quanto sia complicato passare da Epic Fury ad Economic Fury».
Perché le elezioni di midterm americane contano così tanto anche per Putin?
«Siamo a poco più di sessanta giorni dal voto. Se le vince o le pareggia, no problem per Trump. Anche perché per lui il pareggio sarebbe un clamoroso successo. Perdere le midterm, comunque, non pregiudica di per sé il futuro di un presidente: accadde a Clinton, che poi vinse nettamente il secondo mandato. Il vero interrogativo è se Trump possa gestire una fase da anatra zoppa, lame duck, o se rifiuterà quello scenario aprendo a un ripiegamento degli Usa su se stessi — un calcolo che chi gioca la partita nazional-imperialista tiene in considerazione. Se dovesse aprirsi una nuova Capitol Hill, sarebbe più insidiosa di quella del 6 gennaio 2021: allora c’era già un presidente eletto, Biden, in attesa di entrare alla Casa Bianca. Stavolta, se i dubbi venissero sollevati dal presidente stesso, la questione avrebbe una delicatezza enorme per una grande democrazia come gli Stati Uniti».
Come dobbiamo dunque guardare agli Stati Uniti di oggi e di domani?
«Gli Stati Uniti sono la prima potenza democratica, economica e militare del mondo, cruciali e insostituibili negli equilibri del pianeta».
Aldo Torchiaro
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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchiest



Commenti
01 Settembre 2026 - 18:10 Stefania Carboni
Rutte MerzRutte Merz
Alta tensione Mosca-Berlino sull'attacco (fallito) dello scorso 4 agosto. Rutte e von der Leyen chiamano Merz: «Siamo con voi»
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Nelle ultime ore il conflitto tra Russia e Ucraina ha registrato un’ulteriore escalation lungo diversi fronti. La notte è stata segnata da un massiccio attacco missilistico e con droni sferrato da Mosca contro infrastrutture critiche, militari ed energetiche ucraine, provocando vittime civili e ingenti danni. Contestualmente, la risposta di Kiev si è concretizzata in attacchi con droni sul territorio russo, mentre lo sconfinamento di velivoli non identificati nello spazio aereo di Estonia e Lettonia ha fatto scattare l’allerta generale e l’intervento immediato della NATO.
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