Sottomissione Vannacci e Conte sfruttano la paura di perdere di Meloni e Schlein

L’ex generale e l’ex premier sono diversi per storia, idee e collocazione politica. Ma entrambi hanno capito che per comandare.. basta rendersi indispensabili

Marco Taradash 28.9. 2026 linkiesta.it lett3’

… e fissare condizioni non negoziabili

Per comandare un partito, a volte basta minacciare di portargli via gli elettori. Per comandare una coalizione, basta rendersi indispensabili e fissare condizioni non negoziabili. Roberto Vannacci e Giuseppe Conte stanno dando una dimostrazione dei due metodi. Giorgia Meloni ed Elly Schlein rischiano di dimostrare quanto funzionino.

Vedremo questo pomeriggio se il movimento di Vannacci sarà riuscito a far perdere al centrodestra le elezioni suppletive di Reggio Calabria. In quel caso crescerebbero le probabilità di una trattativa in vista delle politiche, tutta a vantaggio del generale che si diverte con chi spoglia le senatrici della concorrenza con l’intelligenza artificiale. Il valore dei suoi voti dipende infatti anche dai seggi che può sottrarre alla coalizione: è il passaggio dalla concorrenza ideologica al potere contrattuale. Vannacci ha presentato Reggio come la sua «Sassonia», con un richiamo esplicito all’AfD. È il modello europeo al quale ha scelto di associarsi.

Per fermarlo, Meloni si è messa a parlare la sua lingua sul decreto scuola, anche se il testo si è poi rivelato diverso dagli annunci. Da qui la domanda: inseguire il generale sui temi identitari serve a recuperare elettori, oppure accredita le sue posizioni e lo rende un interlocutore sempre più necessario? Una destra di governo che accetta di misurare la propria coerenza sul metro di Vannacci gli ha già consegnato una parte della direzione politica, qualunque sia il risultato delle suppletive.

Dall’altra parte Conte dispone di una leva diversa. Il Pd vuole costruire l’alternativa di governo e considera i Cinquestelle indispensabili. Il capo del Movimento può così presentare le proprie scelte come condizioni alle quali gli altri dovranno adattarsi. A Prato, al convegno dei riformisti, Giorgio Gori ha contestato proprio questo rischio: che il Pd subisca l’egemonia di un partito «con la metà dei suoi voti». Il margine però si assottiglia: l’altro ieri un sondaggio del Corriere della Sera ha segnalato che la forbice tra i due partiti si sta restringendo, e ogni punto recuperato da Conte accresce il suo potere di veto. Il sostegno all’Ucraina sarà uno dei terreni sui quali si deciderà chi guida e chi segue.

Ma a Prato il discorso più doloroso, e politicamente più esigente, è stato quello di Emanuele Fiano sul voto contrario annunciato dal Pd al disegno di legge contro l’antisemitismo fondato sulla definizione dell’IHRA.

Fiano ha raccontato di aver chiesto un dibattito pubblico, fuori dal circuito tra Senato e sede del partito. Non c’è stato. Ha chiesto iniziative, incontri, approfondimenti sul Medio Oriente, sull’antisemitismo e sul razzismo. La risposta che ha ricevuto sta in una parola: silenzio.

È un’accusa che precede e supera il dissenso sulla legge. Quale confronto può esserci se una questione di questa portata arriva alla decisione senza il lavoro pubblico di discussione che un dirigente chiede da mesi?

Fiano ha ricordato le vittime del 7 ottobre e quelle palestinesi, ha denunciato le violenze dei coloni, ha raccontato gli incontri con l’opposizione israeliana e con i rappresentanti palestinesi. Proprio per questo rifiuta che il contrasto all’antisemitismo venga presentato come un ostacolo alla critica di Netanyahu. La sua posizione tiene insieme ciò che la propaganda pretende di separare.

Poi ha chiesto a Schlein che cosa sia cambiato rispetto al sostegno che dette alla definizione IHRA nel 2017, quando sedeva al Parlamento europeo. E ha ricordato che quella definizione fu accolta dal governo Conte 2, sostenuto da Movimento 5 stelle e Partito democratico, e poi ripresa dal governo Draghi. Ha chiesto una spiegazione politica della contraddizione, e ha avvertito: «Quando un partito cambia una scelta senza che cambino le condizioni, vuol dire che sta perdendo l’identità».

Un cambiamento del genere impone di spiegare dove sia l’obiezione e come superarla. Altrimenti resta il sospetto che a cambiare sia stata soprattutto la convenienza: ciò che ieri si poteva condividere oggi intralcia l’alleanza con Conte.

La domanda di Fiano riguarda però anche i riformisti che lo ascoltavano. Quanto vale proclamare una convinzione irrinunciabile se, al momento della scelta, a rinunciare sono sempre quelli che la sostengono?

Vannacci e Conte sono diversi per storia, idee e collocazione politica. Il meccanismo che attivano però si somiglia: trasformare la paura di perdere del partito maggiore in potere sulla coalizione. Meloni teme di consegnare elettori al generale. Schlein teme di compromettere l’alleanza con Conte. Entrambe rischiano di cedere qualcosa che i sondaggi non misurano: la capacità di convincere gli elettori della fermezza delle proprie convinzioni. Fiano ha chiamato questo rischio «perdere sé stessi». Sottomissione è il nome del percorso.

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