Dobbiamo impararlo noi, l’arabo. Quindi non è più chi arriva a doversi adattare
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nella casa che lo ospita. È la casa che lo ospita a doversi adattare ai suoi costumi e al suo idioma.
Michele Magno 28.9. 2026 ilriformista.it lett.2’
«Dobbiamo impararlo noi, l’arabo». Lo ha detto un amico che stimo e mi è caro, Paolo Mieli, a Omnibus La7 mentre in studio si discuteva sul tetto agli alunni stranieri. Insieme a lui, il politologo Piero Ignazi ha rincarato la dose: «I poliziotti che non sanno parlare l’arabo sono un problema». Quindi non è più chi arriva a doversi adattare nella casa che lo ospita. È la casa che lo ospita a doversi adattare ai suoi costumi e al suo idioma.
Quando gli italiani non parlavano italiano
Come ha osservato su Facebook Roberto Riccardi, generale dei carabinieri nonché scrittore raffinato, il salto logico è enorme. L’integrazione «biunivoca» è ormai senso comune nell’intellighentia di sinistra italiana. Mieli, da storico erudito, ha ricordato che nel 1865 i ragazzi del Regno delle Due Sicilie parlavano lingue diverse, non dialetti, eppure ce l’abbiamo fatta. È vero: ce l’abbiamo fatta. Ma come? Nel 1861, secondo gli studi di Tullio De Mauro, l’italiano lo parlava forse il 2,5 per cento della popolazione. Un secolo dopo lo capivano quasi tutti. Solo che lo Stato unitario non ha imparato il napoletano, il siciliano o il friulano. Ha insegnato l’italiano ai napoletani, siciliani e friulani. Con la scuola obbligatoria, con la leva che metteva nella stessa camerata il bergamasco e il calabrese, con la radio e poi con la televisione. I più anziani hanno certamente memoria delle lezioni del maestro Alberto Manzi a «Non è mai troppo tardi», della Rai che insegnava a leggere e scrivere a un Paese di adulti analfabeti. Quello era servizio pubblico. E poi: un poliziotto che capisce una lingua in più è certamente una risorsa, anche se gli interpreti e i mediatori culturali esistono già, pagati dall’Erario. Ma di quale arabo si parla? Quello marocchino ha poco a che fare con l’egiziano o con il tunisino. E perché l’arabo e non il romeno, l’albanese, il cinese, l’ucraino o il bengalese, cioè le lingue delle comunità più numerose e degli immigrati più recenti?
Quale arabo dobbiamo imparare?
La scelta dell’arabo non è casuale. Rivela chi, nel pensiero del «progressismo» domestico, è l’ospite da privilegiare. Non la badante ucraina o il commerciante cinese, che l’italiano lo imparano da soli e non pretendono nulla. Ma un’etnia che ha fatto della propria identità religiosa una bandiera da issare nella sfera pubblica, non da coltivare nella sfera privata. Perché siamo arrivati a questo? Perché una parte dell’élite culturale europea vive da decenni un senso di colpa diventato ossessivo. Colpa del passato coloniale, colpa del benessere, colpa di essere occidentali. Ogni richiesta rivolta a chi arriva suona come un sopruso. Ogni rinuncia imposta a noi stessi suona come un gesto di civiltà. Una deriva ideologico-politica che, parafrasando Marx, si illude di lavorare per le riforme, mentre non fa altro che ingrossare le truppe del re di Prussia.


