Il Sol dell’Avvenire tramonta a Est I vecchi comunisti perdono i simboli, ma non

l’asservimento psicologico alla Russia I totem del comunismo sono scomparsi, ma in una parte della sinistra sopravvive l’idea che Mosca abbia diritto a decidere la sovranità altrui

3 Ottobre 2026 Angelo Argento linkiesta.it lett5’

La lettera di Goffredo Bettini sull’Ucraina ripropone una lettura antica dei rapporti con Mosca: cambiano le parole, resta l’idea che alla Russia debba essere riconosciuto un diritto speciale sulla sicurezza e sulle scelte dei Paesi che le stanno intorno. Ma proprio Helsinki, evocata da Bettini, dice qualcosa di diverso. I comunisti italiani hanno perso da tempo la falce e martello, il centralismo democratico, il mito dell’economia pianificata e perfino il nome. Una parte della sinistra italiana, però, continua a mostrare una particolare indulgenza culturale verso le ragioni geopolitiche di Mosca.

La lettera pubblicata sul Corriere della Sera da Goffredo Bettini ne offre un esempio particolarmente interessante. Non perché Bettini giustifichi l’invasione. Fa esattamente il contrario: definisce la guerra russa «sciagurata e criminale». Il problema viene dopo, quando cerca di spiegare come si sia arrivati fin qui e quale pace dovrebbe seguirne.

È qui che vale la pena rispondergli punto per punto.

1. «L’Europa non ha pronunciato la parola pace»

È una ricostruzione discutibile. L’Unione europea dichiara ufficialmente di sostenere una pace «globale, giusta e duratura», fondata sulla Carta delle Nazioni Unite e sul diritto internazionale. Nel giugno 2026 il Consiglio europeo ha nuovamente accompagnato al sostegno militare, economico e politico a Kyjiv il sostegno esplicito a una soluzione diplomatica. Sostenere militarmente uno Stato aggredito e cercare una soluzione diplomatica non sono due politiche necessariamente incompatibili. La domanda vera è un’altra: quale pace? Una pace può fermare una guerra. Ma se cristallizza automaticamente le conquiste ottenute con la forza può anche creare un precedente per la guerra successiva.

2. «L’errore di portare la Nato ai confini della Russia»

È probabilmente il passaggio più rivelatore. Perché contiene implicitamente una concezione dell’Europa divisa in zone d’influenza: alcuni Stati sarebbero pienamente sovrani; altri dovrebbero calibrare le proprie alleanze sulla sensibilità della potenza confinante. Ma nel 1997 fu proprio la Russia a sottoscrivere con la Nato un atto fondativo nel quale venivano riconosciuti la sovranità, l’indipendenza e il diritto degli Stati di scegliere i mezzi con cui garantire la propria sicurezza. Lo stesso documento respingeva la costruzione di sfere d’influenza capaci di limitare la sovranità degli Stati. La questione, dunque, può essere discussa sul piano dell’opportunità geopolitica. Sul piano del principio, però, Polonia, Estonia, Lettonia o Lituania non sono territori intermedi fra Russia e Occidente. Sono Stati sovrani.

Ed è significativo che molti Paesi dell’Europa orientale abbiano chiesto di entrare nella NATO: l’allargamento non è stato semplicemente il movimento di una frontiera occidentale verso Mosca, ma anche la scelta politica di Stati che cercavano garanzie di sicurezza. La stessa dottrina Nato sull’allargamento affermava che nessuno Stato esterno all’Alleanza avrebbe avuto un diritto di veto sulle adesioni.

3. Le «ragioni dell’aggressore»

Naturalmente la storia deve essere studiata. Ogni guerra ha antecedenti, errori diplomatici, occasioni perdute e percezioni di sicurezza contrapposte. Ma spiegare le cause non significa distribuire retroattivamente la responsabilità dell’aggressione. Nel 2022 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite qualificò l’azione russa come aggressione contro l’Ucraina e chiese alla Federazione Russa di cessare l’uso della forza e ritirare le proprie truppe. La risoluzione ottenne 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astensioni.

C’è poi un particolare che spesso scompare dalle ricostruzioni geopolitiche. Nel 1994 l’Ucraina rinunciò all’arsenale nucleare presente sul proprio territorio nell’ambito del processo legato al Memorandum di Budapest. Russia, Stati Uniti e Regno Unito confermarono, tra l’altro, l’impegno a rispettarne indipendenza, sovranità e confini e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’Ucraina. Questo precedente rende particolarmente delicata qualsiasi proposta di sicurezza futura fondata semplicemente su nuove rassicurazioni internazionali.

4. «Kyjiv nell’Unione europea, ma non nella Nato»

Qui emerge una contraddizione. Bettini rivendica la sovranità dell’Ucraina, ma propone contemporaneamente di decidere in anticipo una delle scelte strategiche fondamentali che l’Ucraina potrebbe compiere. Si può essere favorevoli o contrari all’ingresso di Kyjiv nella Nato. È una questione politica legittima. Ma una cosa è sostenere che i membri dell’Alleanza non debbano ammettere l’Ucraina; altra cosa è sostenere che la neutralità ucraina debba diventare la condizione imposta per rassicurare Mosca. Perché allora la domanda diventa inevitabile: chi decide la collocazione internazionale dell’Ucraina? Kyjiv o Mosca? Nel frattempo l’integrazione europea non è più soltanto un’ipotesi: nel giugno 2026 UE e Ucraina hanno aperto il primo cluster negoziale, quello sui fondamentali, nel processo di adesione.

5. La tregua sulla linea del fronte

È certamente una delle ipotesi diplomatiche possibili. Ma bisogna chiamare le cose con il loro nome. Congelare il fronte significa, almeno temporaneamente, lasciare sotto controllo russo territori ucraini occupati. Questo può essere valutato come prezzo necessario di una tregua; non può però essere trasformato automaticamente in riconoscimento giuridico delle acquisizioni territoriali. L’Onu ha ribadito il principio opposto: i territori non possono essere acquisiti legalmente attraverso la minaccia o l’uso della forza. Nel 2022 l’Assemblea generale ha inoltre condannato con 143 voti favorevoli i tentativi russi di annessione delle regioni ucraine occupate indicate nella risoluzione. Una linea del cessate il fuoco può essere una necessità militare. Non deve necessariamente diventare un confine politico.

6. «Armi difensive» sì, le altre no

La distinzione è politicamente suggestiva ma militarmente assai meno semplice. Un sistema antiaereo è difensivo. Ma anche colpire una piattaforma dalla quale partono missili contro una città può avere una finalità difensiva. La distinzione decisiva non è quindi soltanto nominale fra arma offensiva e difensiva. È per quale obiettivo politico e nel rispetto di quali regole viene impiegata la forza. Bettini ha comunque una posizione diversa da quella di Giuseppe Conte: ammette che durante un autentico percorso negoziale sia «legittimo e opportuno» continuare a sostenere militarmente l’Ucraina con armi difensive. Conte ha replicato che continuare a inviare armi non rappresenterebbe la svolta da lui richiesta. La discussione nel centrosinistra, dunque, esiste ed è sostanziale.

7. Il paradosso di Helsinki

Infine Bettini propone di tornare allo spirito di Helsinki. È forse il punto più interessante della sua lettera. Perché l’Atto finale di Helsinki del 1975 non afferma soltanto la distensione e la sicurezza reciproca. Afferma l’eguaglianza sovrana degli Stati, il divieto della minaccia o dell’uso della forza, l’inviolabilità delle frontiere, l’integrità territoriale e la non ingerenza negli affari interni. Proprio l’Osce, erede di Helsinki, ha ricordato che quei principi devono essere applicati insieme e senza gerarchie. Nel cinquantesimo anniversario dell’Atto, nel 2025, la Troika OSCE ha indicato nella guerra russa contro l’Ucraina una violazione dei principi fondamentali di Helsinki. Dunque sì: torniamo a Helsinki. Ma torniamoci davvero. Non soltanto alla sicurezza della Russia. Anche alla sovranità dei suoi vicini. Non soltanto all’equilibrio tra le potenze. Anche all’inviolabilità delle frontiere. Non soltanto alla pace. Anche alla libertà degli Stati di non essere satelliti di qualcun altro.

È questo, alla fine, il punto politico della discussione aperta da Bettini. Non occorre sostenere che chiunque chieda un negoziato sia filorusso. Sarebbe una caricatura e impedirebbe qualsiasi discussione seria sulla fine della guerra. Esiste però nella cultura politica italiana una questione più profonda: la difficoltà, presente in settori diversi e non soltanto a sinistra, di considerare i Paesi che furono nell’orbita sovietica come soggetti pienamente autonomi e non come pedine collocate fra due grandi potenze. È una forma mentis che appartiene al Novecento.

L’Urss non esiste più. Il Patto di Varsavia non esiste più. Il Pci non esiste più. Sono scomparsi simboli, sigle e appartenenze. Ma ogni volta che la libertà di un Paese dell’Est viene subordinata alla necessità di tranquillizzare Mosca, riaffiora una domanda che credevamo consegnata alla storia: quanto deve essere sovrano uno Stato vicino alla Russia perché la sua sovranità venga considerata davvero uguale alla nostra? È questa la domanda a cui dovrebbe rispondere la sinistra italiana.

Perché si può discutere di confini, neutralità, Nato, armi e compromessi. Si può e si deve cercare la pace. Ma la pace europea nata da Helsinki poggia su un principio molto semplice: la sicurezza non può essere costruita cancellando la sovranità degli altri. I simboli del comunismo possono anche essere scomparsi. L’idea che Mosca abbia diritto a una propria zona d’influenza, invece, merita ancora di essere discussa. E soprattutto contestata.

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