Storia. D’Alema non fa i conti con la Storia, la ricostruzione patinata

e la storia reale fatta di lacrime e sangue… nell’intervista resa a Corrado Augias su La7 durante la quale è emerso come all’epoca ci fosse un bipolarismo fra DC e PCI

Fabrizio Cicchitto 7 Ottobre 2026 alle 15:16 3lett3’

Premessa: le considerazioni riguardanti il libro di Massimo D’Alema Eravamo comunisti riguardano la presentazione che il suo autore ha fatto nell’intervista resa a Corrado Augias su La7 durante la quale è emerso come all’epoca ci fosse un bipolarismo fra DC e PCI, tenuto nella massima considerazione da Berlinguer, che Craxi cercava di rompere interponendosi fra i due partiti maggiori. Stop. Per ciò che riguardava Craxi, specie il Craxi degli ultimi anni (dal 1989 in poi), le cose stavano proprio così.

In risposta allo stimolo esercitato da una parte significativa del gruppo dirigente del PSI (Formica, Martelli, Signorile, Capria) Craxi superò l’interpretazione annessionistica che aveva dato all’unità socialista e la aprì ad una operazione unitaria con il PDS.

La controprova del fatto che questa era la sua intenzione è che egli, disattendendo le pressioni che venivano da una parte del suo partito (e certamente dal Presidente Cossiga), recepì la richiesta avanzata a nome del PDS, di D’Alema e di Veltroni di evitare le elezioni anticipate nel 1991 che li avrebbe colti in “mezzo al guado”.

Sulla linea dell’unità socialista Craxi e il PSI ritrovarono la convergenza dei miglioristi (Macaluso, Chiaromonte, Napolitano, Bufalini, Cervetti, Ranieri) ma non certo quella dei “ragazzi di Berlinguer” (Occhetto, D’Alema, Veltroni), motivo per cui le cose poi sono finite in modo drammatico.

Come scrisse D’Alema nel libro-intervista fatto con Fasanella e Martini: «Era in corso una discussione fra noi. Io stesso quando Petruccioli mi consultò per conto di Occhetto avevo detto: “Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo cambiare nome”. […] Eravamo come una grande nazione indiana chiusa fra le montagne con una sola via d’uscita: un canyon. E lì ad aspettarci c’era Craxi con la sua proposta di unità socialista», in sostanza un progetto annessionistico.

 

Quello che è avvenuto poi con Mani Pulite ha come retroterra un incredibile paradosso storico-politico. Finito il pericolo comunista i poteri forti decisero di liberarsi dei partiti potenti anche in economia, così Cuccia – cervello del capitalismo italiano – prima tramite Salvatore Ligresti, poi in prima persona, si rivolse a Craxi affinché fosse lui il protagonista della svolta.

Craxi rifiutò perché riteneva che i partiti fossero l’essenza della democrazia politica. «Peccato, era la sua ultima occasione» fu il commento di Cuccia.

Così nello spazio di un anno e mezzo Craxi, dall’essere l’unico candidato per la Presidenza del Consiglio, divenne il cinghialone da braccare. Tangentopoli era un sistema che coinvolgeva tutti i grandi gruppi industriali, finanziari, editoriali e tutti i partiti senza eccezione alcuna, PCI compreso.

Invece Mani Pulite, con la motivazione del finanziamento irregolare che si tramutava sempre in corruzione, rase al suolo il PSI, l’area di centrodestra della DC, e i partiti laici.

Il posto che nell’idea originaria di Cuccia apparteneva a Craxi fu preso proprio da due dei ragazzi di Berlinguer, cioè D’Alema e Veltroni, campioni di real politik.

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Fra il ‘93 e il ‘94 nessuno poteva prevedere che il vuoto lasciato libero dalla distruzione mediatico giudiziaria della DC, del PSI e dei partiti laici sarebbe stato riempito da Silvio Berlusconi (che avrebbe fondato un nuovo partito e federato e rilanciato il centrodestra). Fatto sta che così avvenne e nacque la seconda Repubblica con il suo anomalo bipolarismo.

In sostanza fra la storia reale fatta di lacrime e sangue e merda e la ricostruzione patinata offerta da Massimo D’Alema, uno dei suoi fondamentali protagonisti, c’è una bella differenza. La differenza che corre tra una abile manipolazione della storia politica e quella che è stata la storia reale del Paese in quegli anni.

Fabrizio Cicchitto

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