Il caso #Disinfo2026. Trump finanzia i Maga europei, e vuole pure
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che non la si chiami disinformazione Washington ha spinto gli alleati a sfilarsi da una conferenza sulla disinformazione: Canada, Lituania e Ue hanno ceduto, la Francia no.
9 Ottobre 2026 Linkiesta.it lettura3’
A guidare la pressione è stata la sottosegretaria che finanzia l’ecosistema trumpiano in Europa
C’è un modo piuttosto semplice per capire cos’è accaduto intorno a #Disinfo2026: osservare chi è rimasto e chi se n’è andato. La conferenza annuale dell’EU DisinfoLab, il principale appuntamento europeo della comunità che si occupa di disinformazione, si è tenuta a Vilnius senza tre dei suoi principali sostenitori istituzionali. Il Canada e la Lituania hanno ritirato il loro sostegno, mentre l’European External Action Service, il servizio diplomatico dell’Unione europea, ha fatto sparire il proprio logo dai materiali dell’evento. La Francia, invece, è rimasta.
Il motivo è un panel dal titolo inequivocabile: «USA as a FIMI threat: acknowledge, adapt, push back». FIMI sta per foreign information manipulation and interference, la definizione utilizzata dagli europei per indicare le operazioni di manipolazione e interferenza informativa straniere. Per anni l’etichetta è stata applicata soprattutto a Russia, Cina e Iran. A #Disinfo2026 qualcuno ha posto la domanda se lo stesso schema analitico potesse essere applicato anche agli Stati Uniti.
A Washington non è piaciuto. E così, il dipartimento di Stato ha fatto pressione per giorni su Canada, Lituania e Francia affinché riconsiderassero la loro partecipazione. Tre funzionari americani hanno confermato l’attività diplomatica e la Reuters ha visionato la corrispondenza relativa alle pressioni. Un documento interno citato dal Guardian mostra inoltre che Washington ha ringraziato la Lituania per avere preso «sul serio» le sue preoccupazioni.
La spiegazione ufficiale degli alleati è diversa. Vilnius ha detto che alcune parti del programma non riflettevano la posizione ufficiale del governo. Il Canada ha parlato di modifiche alla partecipazione dopo cambiamenti nel modo in cui erano stati presentati alcuni panel. Anche l’Ue ha spiegato il ritiro del sostegno istituzionale con una formulazione non allineata alle proprie posizioni ufficiali. Il programma, però, era pubblico da mesi.
E soprattutto la conferenza non è stata cancellata. Il panel contestato si è svolto regolarmente.
È qui che entra in scena Sarah Rogers, sottosegretaria di Stato americana per la diplomazia pubblica. Secondo il Guardian, alcune delle comunicazioni partite da Washington sembrano provenire proprio dall’ufficio di Rogers. È la stessa funzionaria che negli ultimi mesi ha trasformato la diplomazia pubblica americana in uno degli strumenti più aggressivi dell’amministrazione Trump per intervenire nel dibattito politico europeo.
Rogers non è una figura marginale di questa strategia. Come aveva raccontato Linkiesta nei mesi scorsi, il suo ufficio ha promosso una linea di forte contrapposizione alle norme europee sulla libertà di espressione e sulla regolamentazione delle piattaforme, presentandole come strumenti di censura. E ha annunciato finanziamenti americani per organizzazioni europee impegnate su questa agenda.
Il punto è il paradosso. Washington sta utilizzando risorse e strumenti della propria diplomazia pubblica per sostenere in Europa un ecosistema politico e culturale vicino alle posizioni di Trump. Ma quando una conferenza europea sulla disinformazione decide di applicare alla politica americana la stessa lente con cui vengono studiate le operazioni russe o cinesi, Washington interviene perché gli alleati prendano le distanze.
Non è necessario stabilire se gli Stati Uniti siano davvero un attore della disinformazione per capire il problema.
È sufficiente notare che la domanda non dovrebbe essere proibita in partenza. Una conferenza che studia la manipolazione informativa deve poter discutere anche delle attività informative degli alleati, soprattutto quando queste attività sono rivolte allo spazio politico europeo.
La Francia lo ha capito e ha mantenuto il proprio sostegno. «Sosteniamo la società civile», ha spiegato una diplomatica francese a Reuters. Non soltanto per principio, ma per ragioni operative: la conferenza, ha detto, è un «laboratorio» utile a costruire le politiche europee sulla disinformazione.
Il caso #Disinfo2026 rischia così di diventare una dimostrazione involontaria di uno dei problemi più difficili nella lotta alla disinformazione: decidere chi abbia il diritto di stabilire quali minacce possano essere studiate.
Se il criterio cambia quando sul banco degli imputati informativi finisce Washington, il problema non è più soltanto la disinformazione. È il confine entro cui l’Europa è autorizzata a studiarla


