Nella ritirata della minoranza Pd c’entrano anche le mosse di Mattarella

Se cade il governo si va alle elezioni. E’ ovvio che a urne chiuse le polemiche si riaccenderanno. Ma non saranno più dello stesso tenore di quelle dell’Italicum

di Redazione | 21 Maggio 2015 ore 13:32

Le lettere di protesta. La minoranza del Pd darà del filo da torcere fino a un certo punto a Matteo Renzi. Gli esponenti di quell’area politica in questi giorni hanno avuto degli abboccamenti riservati e hanno deciso di non tirare troppo la corda soprattutto in questa fase di campagna elettorale. L’offensiva mediatica del presidente del Consiglio nei loro confronti, infatti, a quanto pare, sta funzionando. L’accusa, che ormai per il premier è diventata una sorta di ritornello, di aiutare la destra in queste elezioni, come in Liguria, sta facendo breccia nell’elettorato del Partito democratico e a più di un parlamentare della minoranza interna sono giunte e mail di protesta di militanti che chiedono al partito di restare unito in questo frangente. E’ questa la ragione vera che ha spinto ieri sia Pier Luigi Bersani sia Gianni Cuperlo ad annunciare e a far sapere ai giornali che anche loro faranno dei comizi in giro per l’Italia in queste ultime due settimane di campagna. “Daremo una mano al partito” è stata la loro promessa.

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Se cade il governo si va alle elezioni. E’ ovvio che a urne chiuse le polemiche si riaccenderanno. Ma non saranno più dello stesso tenore di quelle dell’Italicum. Anche perché l’obiettivo non è più quello di far cadere il governo Renzi. Nella minoranza si sono fatti due conti e hanno capito che questa è un’aspirazione irrealizzabile. E, soprattutto, si sono resi conto che, al contrario di quanto credevano all’inizio, il rapporto tra il premier e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è più saldo di quanto credessero. Non è affatto scontato, come speravano, che in caso di caduta dell’attuale governo il capo dello Stato metta in piedi un nuovo esecutivo che si prenda il tempo necessario per riformare anche la legge elettorale del Senato. Anzi. Il messaggio che è stato fatto arrivare è che, in caso di crisi di governo, si andrà comunque con Renzi alle elezioni.

Scindersi con molta calma. Perciò da ora in poi le battaglie parlamentari, che pure la minoranza continuerà a condurre, non saranno più cruente come quella dell’Italicum. Del resto non avranno più la stessa posta in gioco. La riforma elettorale riguardava la sopravvivenza stessa della sinistra interna del Partito democratico. Le altre, no. Come dimostra, tanto per fare un esempio, la diversa condotta che la minoranza ha tenuto sulla scuola. I Fassina e i D’Attorre vengono dati per persi ma quasi nessuno intende unirsi a loro. Quello che la sinistra intende fare è assicurarsi un numero di posti in lista che non la cancelli definitivamente dal Pd. Perciò da ora in poi le battaglie saranno anche dure, ma portate avanti con la massima correttezza, perché altrimenti, è la battuta che gira da quelle parti, “Renzi non farà prigionieri”.

Il capogruppo a me. Dal canto suo il presidente del Consiglio non ha deposto l’idea di mantenere un dialogo con la minoranza che accetta il confronto. Ma di qui ad affidargli il ruolo di capogruppo del partito ce ne corre. Quello è un ruolo che il presidente del Consiglio preferirebbe dare a un fedelissimo. Più facile immaginare di dare un contentino alla sinistra interna con un posto di sottogoverno.

Aiuto, Speranza. E sempre a proposito di minoranza interna c’è da notare il disagio sempre più evidente di Gianni Cuperlo, che accetta a fatica l’idea di avere come leader della componente Roberto Speranza. Ma tant’è. Nella sinistra il gruppo più numeroso è quello dei bersaniani e loro hanno fatto questa scelta e non intendono tirarsi indietro. Speranza non li porterà certo alla vittoria al Congresso. Ma non è questo su cui contano. Quello che importa è che li terrà compatti. Quanto a Cuperlo, alla fine, dicono i bersaniani, si dovrà adeguare.

Categoria Italia 

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