Modi di dire: fare il giro delle sette chiese. La lunghezza del cammino, ha fatto sì

che l’espressione “giro delle sette chiese” abbia assunto anche un significato palesemente laico, equivalente a “vagabondare senza meta” …

Marcello Marzani domenica, 11.1. 2026 da www.qdpn.it lettura 3’

A metà del Trecento un ignoto viandante si accasciò stremato alle porte di Tovena, minuscolo borgo della Marca Trevigiana ai piedi di Passo San Boldo. Il misterioso pellegrino narra la leggenda, prima di far perdere le proprie tracce consegnò agli abitanti del villaggio una preziosa reliquia: la testa di Santa Ottilia, vissuta in Alsazia fra il VII e l’VIII secolo, fondatrice e prima badessa dell’abbazia di Hohenbourg. Soltanto dopo una serie di preghiere, atti di penitenza e processioni i tovenesi riuscirono a traslare la reliquia dal luogo ove lo sconosciuto pellegrino l’aveva deposta alla parrocchia ove tuttora è venerata.

Il pellegrinaggio, dal latino peregrinatio “viaggio in terra straniera”, è un fenomeno comune a molte confessioni religiose. Nel mondo cristiano iniziò a prendere piede nel IV secolo; da allora si moltiplicarono i pellegrini che per sciogliere un voto e rafforzare la propria fede affrontavano viaggi lunghissimi e pericolosi diretti verso le tombe degli apostoli, le catacombe, i santuari più famosi. Una pratica devozionale che, se da un lato fu foriera di straordinarie testimonianze di fede, dall’altro sollecitò fenomeni alquanto discutibili come la compravendita delle indulgenze o il mercato delle reliquie.

Le destinazioni più ambite dai pellegrini erano Gerusalemme e Roma, autentici pilastri della cristianità; ed è proprio nella città eterna che si dipanava un itinerario noto già nell’Alto Medioevo e riproposto da San Filippo Neri nel Cinquecento. Il cosiddetto Giro delle Sette Chiese prevedeva la sosta in sette basiliche romane: San Giovanni in Laterano, San Pietro in Vaticano, San Paolo fuori le mura, Santa Maria Maggiore, San Lorenzo, Santa Croce in Gerusalemme, San Sebastiano. I pellegrini medievali, detti Romei, percorrevano i venti – venticinque chilometri del giro in uno o due giorni, recitando i sette salmi penitenziali, chiedendo perdono per i sette peccati capitali, riflettendo sulle sette opere di misericordia e invocando l’indulgenza divina.

Con il passare dei secoli il pellegrinaggio, da severa pratica religiosa, assunse anche i contorni di allegra scampagnata durante la quale, oltre a pregare e meditare, si mangiava e beveva all’aria aperta accompagnati dal suono di trombettieri e fanfare.

Il Giro delle Sette Chiese si svolge ancora oggi, di notte, nei mesi di maggio, settembre e nella settimana di Pasqua; un decreto pontificio emanato in occasione del Giubileo del 2000 prevede che anziché a San Sebastiano fuori le mura oggi si possa fare tappa alla Madonna del Divino Amore.

La lunghezza del cammino, per alcuni interminabile, ha fatto sì che l’espressione “giro delle sette chiese” abbia assunto anche un significato palesemente laico, equivalente a “vagabondare senza meta” o “peregrinare alla ricerca di un interlocutore”. Vagare senza successo da un ufficio all’altro per ottenere un documento, cercare invano l’impiegato capace di risolvere il nostro problema, illudersi di trovare una persona sensibile e competente equivale, nel linguaggio quotidiano, a ingaggiare una impari lotta “contro i mulini a vento della burocrazia”. Una frustrazione ben nota a coloro che, dopo un inutile pellegrinaggio, fanno ritorno a casa senza aver combinato un fico secco pur avendo completato il “giro delle sette chiese”.

Oggi i cammini sulle orme degli antichi pellegrini sono tornati di gran moda: accanto al celeberrimo pellegrinaggio a Santiago di Compostela o alla Via Francigena, chi lo desidera può cimentarsi nel cammino di San Tommaso, di Celestino, di Sant’Antonio o del Beato Claudio solo per citarne alcuni. Il rischio, tuttavia, è quello di privilegiare la performance sportiva e trascurare la componente spirituale, vera essenza del pellegrinaggio. Al riguardo, l’inglese San Riccardo di Chicester (1197 – 1253), patrono dei cocchieri, ammonisce: “Turista è chi passa senza carico né direzione. Camminatore chi ha preso lo zaino e marcia. Pellegrino chi, oltre a cercare, sa inginocchiarsi quando è necessario”.

(Autore: Marcello Marzani)

(Foto: archivio Qdpnews.it)

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