Gli ultimi crociati. Primi nella storia a convertirsi

al cristianesimo, gli assiri hanno resistito per secoli alle invasioni islamiche. Ci riusciranno ancora?

di Giulio Meotti | 05 Aprile 2015 ore 06:00 Foglio

Portano il nome dei favolosi sumeri che inventarono l’alfabeto derivando i caratteri cuneiformi dalla scrittura pittografica, sono stati la prima nazione della storia ad accettare la cristianità sotto la predicazione di Tommaso, Bartolomeo e Taddeo, e sono stati i primi cristiani a costituirsi in milizie armate contro gli islamisti. Il mondo adesso è tornato a parlare di loro, dei cristiani assiri, dopo che i militanti dello Stato islamico, passati con i bulldozer sopra la città di Nimrud, tesoro della Mesopotamia, ne hanno rapiti un gran numero, convertendoli a forza all’islam. Scrive il New York Times che “i cristiani assiri, il popolo indigeno dell’Iraq, gli eredi dell’antica civiltà mesopotamica e i primi convertiti al mondo al cristianesimo, sono a rischio di essere completamente sradicati dalla loro patria”.

Vero è che l’antica Assiria è proprio quella che ha dato il nome alla moderna Siria. In quel coacervo di etnie e religioni che è la mezzaluna fertile, fra circassi, turcomanni, curdi, maroniti, melchiti, armeni, caldei, samaritani, drusi, nosairiti, ismaeliti, gli assiri vengono prima di tutti gli altri.

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L’origine dei cristiani assiri risale all’anno 431 d. C., quando a Efeso si tenne il Concilio ecumenico che condannò Nestorio. Il Patriarca di Costantinopoli e padre della chiesa assira sosteneva che Maria fosse la madre solo della persona umana di Cristo. Con la condanna di tale proposizione, il Concilio ecumenico di Efeso stabilì il dogma della maternità divina della Madonna, e per solennizzare l’evento, Sisto III fece costruire a Roma la basilica di Santa Maria Maggiore. La prima chiesa cristiana è nata a Efeso: San Paolo vi sostò a lungo per predicare e fu anche imprigionato perché col suo proselitismo distraeva molti fedeli, e quindi i loro doni, dal pagano Artemision. E prima di lui vi sostò San Giovanni, che pare abbia scritto a Efeso il suo Vangelo.

I cristiani assiri sono i figli di Nestorio e parlano ancora l’aramaico, la lingua di Gesù. Le cronache che ci arrivano adesso dai villaggi assiri in Iraq sembrano provenire da un’epoca lontana: interi villaggi svuotati, con centinaia di prigionieri; la distruzione di opere d’arte leggendarie; una tassa sulle minoranze religiose; conversioni forzate di massa; decapitazioni. Una furia che ricorda Tamerlano e Gengis Khan, che pure non erano riusciti a distruggere la chiesa assira. I militanti islamici stanno perseguendo contro gli assiri una campagna implacabile per annientare tracce di civiltà risalenti all’antica Mesopotamia. I cristiani assiri, infatti, sono gli eredi del regno cristiano di Edessa, baluardo contro i turchi e gli arabi, “primo scalino della potenza cristiana in oriente” come scrive il Tasso nella “Gerusalemme liberata”.

Si fa risalire proprio a Edessa l’origine del mandylion, l’immagine del Cristo barbuto dai lunghi capelli, la più antica raffigurazione del volto di Gesù. Molti volti “miracolosi” del Cristo raggiunsero l’Italia, come la Veronica, veneratissima nel Medioevo, che finì a Roma in San Pietro. Ma è l’immagine di Edessa ad aver plasmato l’immaginazione occidentale. Secondo la leggenda, il mandylion di Edessa non fu dipinto da mano umana, ma nacque come impronta del viso di Cristo su un panno. Il mandylion fu inviato da Gesù al Re Abgar di Edessa, l’assiro che è stato il prototipo del monarca convertito al cristianesimo. La reliquia fu trasferita a Costantinopoli, dove divenne il palladio della città imperiale, prima di arrivare a Genova.

La storia del cristianesimo attribuisce a Edessa, dove si rifugiò Nestorio, anche altri primati. Con la conversione di Abgar IX, il regno di Osroene sarebbe stato il primo al mondo ad abbracciare ufficialmente la religione cristiana. Edessa poi diede alla fede il Peshitto, ovvero la prima traduzione siriaca del Vecchio Testamento e il poeta Bardasane, compagno di studi di Abgar IX cui si attribuisce l’invenzione della poesia religiosa cristiana.

Da Edessa transitarono anche le reliquie di San Tommaso, riportate dall’oriente. E’ in questa tradizione cristiana straordinaria che affonda la presenza degli assiri oggi fra Siria e Iraq. Dopo il 424, i contatti fra gli assiri e le grandi chiese di Costantinopoli e Roma rimasero scarsi se non praticamente nulli. Durante quei secoli i cristiani assiri si dimostrarono tra i missionari più determinati che la cristianità avesse mai conosciuto.

Vi fu un momento in cui la chiesa nestoriana – a cui dedicò pagine bellissime in “Dalla montagna sacra” William Dalrymple, autore della riflessione sulla caducità delle città degli uomini – arrivò a estendersi dal Mediterraneo fino all’oceano Pacifico. Vi erano cristiani nestoriani in Asia centrale come nell’impero bizantino, e in particolare in medio oriente e in Egitto. All’apice della loro espansione, gli assiri potevano contare sulla presenza di vescovi nelle maggiori città dell’Azerbaijan, della Siria, del Tibet, dell’India e a Sana’a nello Yemen, così come a Gerusalemme, a Pechino, a Samarcanda e appunto a Edessa. Avevano chiese a Bombay a Shangai. Per cinquecento anni, la chiesa assira d’oriente è stata la più grande comunione cristiana al mondo, estendendo la sua influenza dal levante all’India. Fu da Edessa, che oggi è la città turca di Sanliurfa, che i missionari cristiani portarono il Vangelo in tutto l’oriente. La chiesa assira aveva un messo anche presso il re mongolo Arghun Khan, che mandò a sua volta un missionario nestoriano in Europa per sottoscrivere un patto contro il comune nemico: il jihad. Rabban Sauma, questo il nome dell’inviato, incontrò imperatori, pontefici, re d’Europa, ma alla fine nessuna alleanza venne stretta. Nel 635 il missionario nestoriano Alopen portò il Vangelo in Cina, e tre anni più tardi fu portata a termine la prima chiesa. Nell’VIII secolo vi erano già nel paese abbastanza nestoriani da fondare numerose diocesi. E un imperatore cinese chiamò il cristianesimo “la dottrina luminosa”, incoraggiandone la diffusione.

Ma all’orizzonte il jihad stava marciando verso la comunità assira. Alla fine del VII secolo, i califfi devastarono diverse chiese dopo che gli assiri gli avevano negato dell’oro. In Siria cinquemila cristiani assiri dovettero scegliere tra convertirsi all’islam o morire sotto la spada.

Lo Stato islamico oggi non fa che ripetere quel copione e si accanisce contro uno dei popoli cristiani che più a lungo e più tenacemente ha resistito all’islamizzazione. I militanti dello Stato islamico hanno appena diffuso un video per documentare l’asserita conversione all’islam di uno degli ostaggi cristiani assiri da loro catturati a febbraio. Un cristiano assiro del villaggio di Tel Temit e identificato con il nome di Sargon David pronuncia la formula della Shahada (“Non vi è alcun Dio al di fuori di Dio, e Muhammad è il suo profeta”) per certificare la sua conversione all’islam. Poi viene abbracciato dai terroristi islamici che lo circondano e lo rinominano “Abu Omar”.

Quando nel VII secolo gli arabi conquistarono la regione centrale del cristianesimo siriaco, portando l’islam con loro come una nuova forza politica e religiosa, il processo di assimilazione coinvolse i popoli ellenizzati e iranizzati della Mesopotamia e della Siria, a cominciare dagli assiri.

Nel corso del tempo le due chiese siriane hanno perso grandi porzioni delle loro diocesi, ma sono state in grado di mantenere se stesse in enclavi e, nel caso della chiesa siro orientale, anche di estendere la propria missione in Asia. A più riprese, nel corso del IX e del X secolo, folle di musulmani pronti a uccidere e a saccheggiare si avventarono sui cristiani assiri di Baghdad e dintorni. Le persecuzioni ripresero nel 1268, quando i musulmani sottrassero Antiochia ai crociati.

Molti cristiani assiri furono ridotti in schiavitù e le loro chiese andarono distrutte; un vescovo fu lapidato e il suo corpo venne esposto alle porte della città come ammonimento ai cristiani. In altri attacchi perpetrati nel XII e nel XIII secolo dagli arabi, dai curdi e dai mongoli, il numero di assiri uccisi o ridotti in schiavitù fu incalcolabile. Ma il peggio arrivò con Tamerlano, il musulmano devotissimo, che guidò violente campagne jihadiste contro i nestoriani devastando le loro città e le loro chiese. Quella che si scatenò fu una vera e propria guerra contro i cristiani assiri, al termine della quale Tamerlano offrì loro l’ormai nota alternativa: la conversione all’islam, la “dhimmitudine” (ovvero la sottomissione e il servilismo, tramite una tassa da pagare, come pegno di sopravvivenza) o la morte.

Nel 1400 dei vasti domini nestoriani non rimaneva ormai più traccia, e in Persia, in Asia Centrale e in Cina il cristianesimo era quasi completamente scomparso. Da allora, praticamente tutti i nestoriani assiri hanno vissuto da dhimmi sotto il dominio musulmano. E sono caduti, uno dopo l’altro, i regni crociati. Come il Regno Nabateo di Petra in quella che oggi è la Giordania; il Regno di Htra, vicino a Kufa in Iraq; quello di Edessa in Siria; quello di Palmira, l’antica Tadmor, la “città delle palme”, ancora oggi nodo strategico nel deserto della Siria. Cinquecentomila assiri hanno abbandonato l’Iraq e trecentomila avevano già lasciato il paese sotto Saddam Hussein, che cercò di arabizzarli e islamizzarli.

Le stragi di cristiani assiri in Iraq ripresero nel 2003. Una studentessa assira dell’Università di Mosul, Anita Tyadors, è stata giustiziata perché parlava inglese, vestiva all’occidentale ed era orgogliosamente cristiana. Pochi giorni dopo ci fu il massacro di quattro assiri che scortavano Pascale Warda, l’unico ministro donna del governo iracheno. Poi fu ucciso l’assiro Ra’aad Augustine Qoryaqos, docente di Medicina dell’Università di Anbar. Due cristiani di Baghdad, Ameejon Barama e sua moglie Jewded, furono ritrovati con la gola recisa. I jihadisti poi hanno ucciso il traduttore assiro Layla Elias Kakka Essa. Nella rivendicazione, al Qaida definì gli assiri “collaborazionisti crociati”. Gli islamisti conoscono meglio di noi occidentali la storia dei cristiani di Edessa che ci hanno consegnato la prima sindone della storia.

Come ha scritto lo studioso francese Alain Besançon, “non è la prima volta che chiese locali fiorenti scompaiono nel nulla, basti pensare alle comunità a cui scriveva san Paolo, agli efesini, ai colossesi, e poi alle chiese di Alessandria, Cartagine, Ippona… Sono rimasti solo dei ruderi”. Per adesso esiste ancora una chiesa assira. Ma fino a quando?

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