Francesco e il mistero dell’enciclica icona degli anti capitalisti

Il Pontefice si presenta come un anticristo politicamente corretto, ecologista, pauperista, spoglio di orpelli tradizionali. In realtà è autoritario, oltre che naturalmente autorevole, e spinge con veemenza e artigli d’acciaio la sua chiesa verso la meta. Ma l’equivoco c’è e nasce da qui: dal messianesimo proletario

di Giuliano Ferrara | 29 Luglio 2015 ore 17:40Foglio

Il Papa comunista è concetto ambiguo, impreciso, rovesciato. Ma non insignificante. Il Papa, questo, è gesuita. Il comunismo è una variante del gesuitismo. Lo stampo ebraico, profetico, è analisi della società civile in Marx, declamazione di valori intesi come fatti e di speranza messianica. Ma il comunismo è Lenin, i Soviet, l’elettrificazione, più Stalin che consolida la funzione papale, vicaria, del partito. Un gesuita non è comunista più di quanto i comunisti non siano gesuiti.

Gli ignaziani hanno un’idea: il vangelo deve reggere il mondo, a partire dai segreti dell’Io mistico e da una sofisticata critica morale del peccato, ma la reggenza deve manifestarsi in una egemonia culturale e morale che fonda la diversità della compagnia e del suo insegnamento, il partito unico che agisce nel popolo e forma la sua coscienza. L’antropologia dei bolscevichi salva la negatività dell’umano attraverso la sua divinizzazione nell’avanguardia: è il mito politico, spirituale e militare dell’élite sicura di sé, dominatrice, disposta a tutto e legata disciplinarmente al progetto perinde ac cadaver.

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Francesco si presenta come un anticristo politicamente corretto, ecologista, pauperista, spoglio di orpelli tradizionali, umanissimo e peccatore, un uomo che non giudica in tutto quello che spetta a Dio, cioè tutto. In realtà è autoritario, oltre che naturalmente autorevole, spinge con veemenza e artigli d’acciaio la sua chiesa verso la meta. Il gaudio evangelico, la laudatio perenne del francescano d’elezione, è un rallegrarsi nella salvezza comune attraverso la chiesa domestica, la chiesa del sentimento e della miserciordia che non conosce altra legge. La sua chiesa non usa la ragione, strumento ideologico e formalistico della cultura illuminista, la chiesa usa l’animo umano, il cuore, lo spirito che va e viene come vuole lui, e la letteratura biblica delle omelie del mattino è uno splendido aggiornamento del mito scritturale, la prefigurazione in pillole del nuovo Adamo, dell’uomo nuovo, che nasce dall’incontro con il soggetto regale del messianesimo, il Cristo. Nel comunismo, variante tarda e scientifica, materialista, il messianesimo nasce nel proletariato, nello sviluppo delle forze produttive, nel rapporto sociale di produzione che porta al programma minimo della libertà e della salvezza umane, emancipando tutto e tutti, tutti e ciascuno, dalle catene della miseria e della dipendenza. Lo sfruttamento è una relazione sociale misurabile, non un atto di avidità, di grettezza.

Agli americani del nord il Papa saprà piacere, sebbene per adesso li imbarazzi e li disturbi. Loro chiedono rispetto per l’individualismo economico e il moralismo sociale, due assenze del progetto francescano. Il Papa chiede l’opposto: la critica dell’individuo che promuove da sé la salvezza, questo vuole, e una moralità fondata sulla fede, e solo sulla fede, in cui la legge, pur non abolita, è superata, perfezionata, compiuta nel messianesimo reale che abolisce lo stato di cose presente, formula che in parafrasi vigoreggia nel marxismo (comunismo è “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”). Il Papa sa bene che il capitalismo è l’unico mezzo attraverso il quale si sia riusciti a ridurre la povertà globale, e a raccorciare il tratto lungo dell’ingiustizia nella storia. Se ignora questo dato è perché la povertà di cui parla non è un rapporto sociale di produzione, non è lo sfruttamento come relazione tra salario e profitto, non è prezzo della merce lavoro, ma è chiusura dell’umano nel suo Sé, assenza di carità, di amore, è freddezza del cuore.

Gli americani del nord, che alla fine non si permetteranno di giudicare il Papa, a parte qualche talk-show host in carriera, non amano queste sottigliezze europee. Vorrebbero un Papa politicamente anticomunista, legato alla libertà come la concepiscono loro, libertà liberale dai ceppi dello statalismo, e invece hanno un Papa di Roma, un ignaziano, che tutto ritiene plasmabile, perfino il clima, come in una reducción universale, per effetto dello spirito missionario. Tra Seicento e Settecento, fino alla loro espulsione dall’America latina, in Paraguay, Argentina, Brasile, Bolivia i gesuiti promossero stati sociali basati sul rispetto della cultura indigena, sulla conversione delle anime a Cristo, resistenti alle pretese coloniali del Re di Spagna e ad altre minacce, fondate sulla messa in comune dei beni e su un tratto di evangelizzazione che ha fatto parlare di teocrazia, di utopia, e che è stato variamente giudicato dagli storici.

Il Papa è venuto dalla fine del mondo, ma non perché figlio dell’Argentina con il suo complesso abbandonico. La fine del mondo cristiano occidentale come l’Europa, i suoi vescovi, i suoi successori apostolici insigniti del papato, lo avevano sempre concepito, questa è la fine da cui prende inizio il suo pontificato. L’occidente è romano o greco-romano. Una chiesa che rinunci alla sua romanità, alla sua potenza canonica, e paradossalmente proprio mentre il Pontefice si presenta come semplice vescovo dell’Urbe, interrompe la continuità, il Papa direbbe “ideologica”, del cristianesimo e della Cattolica. Ma il testimone dell’occidente, da molti e molti anni, è passato al costituzionalismo americano, alla ricerca della felicità individuale, alla filosofia dei diritti, all’ecologia, al gender, alla privacy, all’idea consolatoria del Dio personale, del Cristo di casa, del cuore, dell’animo: c’è posto per la chiesa, per il recupero della modernità che ossessiona i gesuiti alla Martini, se tutela queste virtù familiari, comunitarie ma sopra tutto individuali. Da questo punto di vista il gesuita è attrezzatissimo. E’ assai più capitalista di quanto non pensi. Sospetto che nel viaggio più difficile, il Papa comunista si troverà a suo agio. Forse c’era bisogno, invece che di recuperare il tempo di duecento anni, il ritardo martiniano della chiesa sul mondo, di un papato post contemporaneo capace di mettersi cento anni davanti alle derive e alle rovine del mondo moderno. Sarà per un’altra volta.

Categoria Religione

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