Lettere al Direttore Foglio 25.8.2016
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In politica non esistono vuoti. Trump e Putin spiegati con Weil. - Sintesi chiarissima, quella di Ryszard Legutko sul Foglio di ieri, dell’attuale situazione dell’Europa.
1-Al direttore - I terremoti non si possono prevedere, le cose che si dicono dopo sì.
Giuseppe De Filippi
2-Al direttore - Pier Carlo Padoan e famiglia. Le colpe dei figli non ricadano sui padri.
Giuliano Cazzola
3-Al direttore - L’editoriale di Maurizio Crippa sulla cultura per l’Europa in poche battute centra quella che è la questione di fondo: chi siamo e che cosa intendiamo fare per difenderci e ciò vale anche per il mondo cattolico in particolare che non sempre sembra rendersi conto di quello che sta accadendo in medio oriente, vedi per es. l’articolo di Matzuzzi sull’intervista di mons. Ballin, vicario apostolico dell’Arabia del nord, a Radio Vaticana.
Pasquale Ciaccio
4-Al direttore - Sintesi chiarissima, quella di Ryszard Legutko sul Foglio di ieri, dell’attuale situazione dell’Europa. Che la massa sia facilmente influenzabile e che arrivi a essere compattamente contro se stessa, contro il proprio interesse, non è una novità storica, tuttavia è la prima volta che ciò accade sotto un così ampio ancorché fasullo vessillo di libertà. E se si riesce a convincere la massa che mettersi un cappio al collo è indispensabile per rimanere libera di scegliere se andare in vacanza al mare o in montagna, è poi difficile tentare di sopprimere questo tipo di schiavitù ammantata com’è dall’abito luccicante di una libertà personale che non si cura delle limitazioni più serie. Sono da ammirare coloro che hanno avuto l’idea del marchingegno psicologico, o quanto meno lo è chi ha lanciato, magari involontariamente, la piccola palla di neve che rotolando si è ingrossata fino a divenire valanga. Io dei nomi li avrei ma il discorso sarebbe troppo lungo. Mi chiedo però quante persone, anche qui sul Foglio, troveranno questo articolo irragionevole, ma soprattutto quanti, non solo sul Foglio, naturalmente, ma in tutti i grandi o piccoli falansteri in cui la civiltà occidentale è racchiusa (sia pure con la possibilità di chiamare un taxi per l’aeroporto, portafogli permettendo) temono che Trump venga a togliere loro la libertà di scegliere tra Cesenatico e le Seychelles (il panem et circenses per i sudditi dell’impero pol. corr.), e ogni sera pregano affinchè madama Clinton vinca, per essere rassicurati sul loro destino, che non cambi mai.
Mario Mauro
5-Al direttore- Donald Trump sta esercitando una sorta di fascino malefico e di indiretto condizionamento sulle analisi di politica estera per cui c’è una sorta di autocensura anche in Italia nei confronti delle valutazioni di fondo da fare sulla presidenza Obama. A voler essere obiettivi Obama non aveva ricevuto da Bush jr una buona eredità specie per la gestione Bremer del secondo intervento in Iraq (prima lo smantellamento del Partito Baath e dell’esercito iracheno poi la liquidazione della linea assai duttile adottata dal generale Petraeus), ma egli successivamente ha fatto una catena di errori. Infatti Obama ha combinato l’intervento insensato in Libia con una altrettanto insensata tendenza a una frettolosa e totale ritirata dall’Afghanistan e dall’Iraq, aggravati da una sostanziale inazione in Siria. Quello che stava per accadere in Afghanistan e in Iraq è davanti a tutti: il rischio di una riscossa dei talebani in Afghanistan e la trasformazione di Daesh da nucleo terrorista a un atipico esercito e un ancor più atipico Stato con il controllo di larghe porzioni di territorio. La catastrofe era cosi evidente che la stessa amministrazione americana è stata costretta a correggere la linea, fortunatamente con qualche effetto positivo. Ma è in Siria che gli errori commessi dagli Usa nel 2011 e poi nel 2013 hanno anche oggi effetti devastanti. Nel 2011 la prima rivoluzione siriana era laica e filo occidentale: l’occidente, Usa e Ue, l’ha abbandonata a se stessa con conseguenze disastrose: all’interno dei rivoltosi ha preso piede la componente jihadista sostenuta da varie correnti sunnite e dalla Turchia, e, in aiuto di Assad, un dittatore sanguinario incapace di mediazioni, sono intervenute la Russia, l’Iran e gli hezbollah. Nel 2013, di fronte all’uso di armi chimiche di Assad, Obama si fece convincere da Putin a non intervenire con il bel risultato che ad agire in modo ancor più ampio e penetrante è stata la Russia che oggi svolge un ruolo dominante anche nel medio oriente, dopo aver attaccato nel nord Europa prima la Georgia e poi l’Ucraina. Se oggi in Siria c’è la tragedia umanitaria che tutti deprecano ciò è dovuto al fatto che Assad e Putin, avendo il pallino in mano, bombardano tutto e tutti, i gruppi rivoluzionari siriani che dovrebbero essere associati, Daesh e il popolo siriano, ospedali compresi, facendosi beffe dell’Onu. Più in generale c’è un ritorno in forze della politica neoimperiale della grande Russia che è arrivata a sostenere tutte le forze populiste che destabilizzano l’Europa e persino a muovere qualche pedina nelle elezioni presidenziali americane. In Italia, nemmeno ai tempi del Pci, il “Partito russo” era cosi forte perché oggi è sapientemente distribuito fra destra, centro e sinistra. Se tutto ciò avviene lo dobbiamo al combinato disposto fra la spregiudicatezza della politica di potenza russa e il “buonismo” politicamente corretto di Obama e di Kerry.
Fabrizio Cicchitto
Presidente Commissione Esteri
Camera dei Deputati
C’è un filo sottile che lega la forza della Russia e la forza di Trump: quando un presidente degli Stati Uniti non esercita fino in fondo la sua leadership, nel mondo si creano dei vuoti e quei vuoti, di solito, vengono riempiti da qualcuno che probabilmente non ci piacerà. Diceva Simone Weil: “Tutti i peccati sono tentativi per colmare dei vuoti”. Aveva ragione.
6-Al direttore - Diversamente da quanto scritto ieri sul Suo giornale, la totalità della Pirelli non è stata ceduta allo stato cinese. Gli azionisti italiani, guidati dalla holding Mtp spa, detengono oggi, attraverso Camfin, il 22 per cento circa della società. Il management italiano, cui rimane affidata la gestione di Pirelli, allargherà il perimetro delle sue responsabilità andando a gestire anche le attività Pneumatici Industrial del Gruppo ChemChina. Nello statuto di Pirelli sono inoltre state inserite clausole che impediscono il trasferimento all’estero della sede e del centro di Ricerca e Sviluppo del gruppo, che può essere attuato solo con il voto favorevole del 90 per cento degli azionisti. Gli accordi siglati riconoscono inoltre al dottor Tronchetti prerogative e diritti sotto il profilo della gestione, della riquotazione in Borsa della società e della scelta del suo successore. Inoltre per garantire una governance allineata agli standard internazionali e il miglior successo del relisting, il Gruppo ChemChina si è impegnato a ridurre la propria quota sotto il 50 per cento. L’accordo raggiunto garantisce quindi a Pirelli la stabilità azionaria e il supporto necessario per crescere in mercati strategici come quello cinese, ma ne preserva al tempo stesso la radice italiana.
Ufficio stampa Pirelli


