Lettere al Direttore .Lasciare il segno dopo un terremoto. Cosa vuol dire, come si fa
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Pier Luigi Bersani: “Io rifarei lo streaming [con il M5s] perché sotto quei voti c’è anche della roba buona, alcuna molto buona”. Ennio Flaiano: “Dev’esserci qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo”.
Foglio 5.11.2016
1-Al direttore - Marina Petruzzella angelo nel fango! Giuseppe De Filippi
2-Al direttore - Pier Luigi Bersani: “Io rifarei lo streaming [con il M5s] perché sotto quei voti c’è anche della roba buona, alcuna molto buona”. Ennio Flaiano: “Dev’esserci qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo”.
Michele Magno
Il problema di Bersani è che è rimasto al 22 marzo del 2013: quando Giorgio Napolitano affidò all’allora segretario del Pd l’incarico per verificare la presenza di una maggioranza in Parlamento e quando Bersani si intestardì che gli unici voti accettabili erano quelli del Movimento 5 stelle. Lo stesso schema oggi viene applicato sul referendum, e su tutto. Il futuro del Pd è andare verso Grillo. Era il governo di cambiamento. E come tutti i progetti impossibili e irrealizzabili resterà quello che è: un non modello nato dopo una non vittoria che ha portato a un non governo con un non partito. Prima lo capirà Bersani e meglio sarà anche per il Pd.
3-Al direttore - Condivido in toto le considerazioni svolte ieri sul Foglio da Costanza Miriano. Intendiamoci, per certi aspetti la Scaraffia ha ragione quando dice, commentando sul Corsera il viaggio papale in Svezia, che “il problema della salvezza non assilla più nessuno”. In effetti, se uno guarda al dibattito teologico contemporaneo o a certa omiletica (che se possibile la fede te la toglie anziché confermartela) gli indizi che la salvezza sia scomparsa dai radar sono più d’uno. Ma questo accade, è accaduto – e il discorso vale anche per l’Aldilà, i sacramenti, ecc. – perchè ormai da decenni la secolarizzazione che ha colpito la chiesa (a sua volta figlia di una malintesa “apertura” al mondo, prima e dopo il Vaticano II) ha fatto sì che ormai ampi settori ecclesiali siano più interessati alla salvezza dell'economia che non, appunto, all’economia della salvezza. Come se Cristo avesse patito quello che ha patito per un mondo più giusto (“i poveri li avrete sempre con voi”, do you remember?), più equo e solidale, con pari opportunità per tutti, più buono. E non perché possiamo dannarci in eterno. Il vero miracolo è che ciò nonostante il sensus fidei del popolo di Dio, che spesso e volentieri sa sintonizzarsi sul canale del Padreterno anche senza decoder, continua a vivere e lottare in tantissimi cattolici. E tanto basta.
Luca Del Pozzo
4-Al direttore - 1349, 1703, 1832: sono le date di (alcuni dei) terremoti devastanti in Umbria. Quello che fa unico e prezioso il carattere dei paesi colpiti, quello che vediamo distrutto e temiamo di poter perdere, sono le ricostruzioni che le generazioni passate fecero dopo quei disastri. Sono quelle il loro lascito. E noi, che cosa lasceremo alle generazioni future? Nella ricostruzione di Napoli del 1980, scrive Minopoli (“Le ragioni della ‘deportazione’”, il Foglio, 3 novembre 2016), “si incominciò col cedere al ricatto ‘no deportazione’, cioè con la decisione di ricostruire le stesse abitazioni negli stessi luoghi”, e si finì con “la mostruosità rappresentata nell’iconografia, nella letteratura e nella rappresentazione contemporanea della malsanità di Napoli: i nomi tristemente noti di Scampia, delle Vele di Secondigliano, del centro antico ponteggiato, di Barra, di Pianura, di Ponticelli”. Anche adesso il “no alla deportazione”, così spesso pronunciato anche dal presidente del Consiglio, è “rassicurante ma può essere fuorviante”. Fuorviante perché riduce il problema del dopo terremoto al ripristino, quanto più è possibile, dello stato precedente il sisma. Sarebbe paradossale se, dopo avere cercato di portare in tribunale i sismologi rei per non aver saputo prevedere i fenomeni, oggi non si prendesse coscienza di quello che la scienza indica con precisione, e cioè che “la sismicità italiana non è un insieme, variegato e randomico, di territori a rischio” (ancora Minopoli), ma che il paese “ch’Appenin parte” è il luogo dove si scaricano le energie sviluppate dalla subduzione della placca europea a quella africana. Viene spontanea l’analogia con le migrazioni: sono dell’Italia la maggior parte delle coste europee che si affacciano all’Africa. Questa è l’Europa: nel senso che entrambi i fenomeni – il sisma come le migrazioni – fanno parte della geografia dell’Europa. E fanno parte della sua storia: è (anche) per le radici storiche che i recenti terremoti sono una ferita non solo per l’Italia ma per l’Europa. Quelle città e quei borghi, quei castelli e quelle chiese parlano di papi e di imperatori, di invasioni e migrazioni: hanno visto gli scontri in cui si è formata l’Europa moderna, quella degli stati-nazione. Dobbiamo prima capirlo noi, per poterlo poi far capire a tutti. Non per trarne spunto per chiedere all’Europa dell’Unione qualche decimale (o qualche intero) in più rispetto al vincolo di bilancio: potrebbe essere rassicurante ma sarebbe fuorviante, anzi riduttivo. Qui non si tratta solo di gestire l’emergenza, ma di prendere atto del cambiamento quale risulta dalla nuova mappatura sismologica del territorio. Per l’alluvione di Firenze e l’inondazione di Venezia si trattava di riparare danni, e si mosse il mondo. Per i terremoti dell’Umbria si tratta di progettare un futuro: è un impegno diverso, e lo possiamo soddisfare solo noi. Alle tentazioni del “no deportazioni” bisogna opporre un’ambizione: fare dopo questo terremoto quello che le generazioni passate hanno fatto dopo i loro terremoti. A noi si chiede di lasciare il segno di come si costruisce, si vive, si lavora, si comunica in regioni che hanno quelle caratteristiche sismiche; si chiede di rispondere con le realizzazioni della tecnologia alle rivelazioni della scienza. Ovunque possibile i manufatti di valore artistico dovranno essere restaurati e ricostruiti; e così pure quanto di case, opifici e strade necessiti per non perdere il fascino di quei borghi. Ma per il resto, invece degli orrori con cui abbiamo rovinato tanta parte del nostro paese, dobbiamo fare qualcosa di cui poter andare orgogliosi. Non stupire con gli archistar, non consolare con gli artisti, non l’ennesimo concorso internazionale (abbiamo eccellenze nostrane che sarebbero felici di raccogliere la sfida); non la razionalità di Pienza, né il razionalismo di Latina, né il costruttivismo delle new town. Qui si ha il vantaggio di non creare qualcosa nel vuoto. Quei luoghi raccontano anche dell’individualismo, che tanta parte ebbe del successo dell’occidente: anche i progetti urbanistici dovranno essere occasioni di libertà di scelta dei singoli. Dovranno essere consoni ai modi di stare insieme, di lavorare e comunicare in cui si vive oggi: per interpretare il presente, tra un passato da conservare e un futuro da inventare.
Franco De Benedetti


