A Le Mans vince sempre lei

Quello dei motori è uno sport di squadra, e la 24 ore più famosa del mondo ne è la sua sublimazione

di Umberto Zapelloni 15 Giugno 2019 www.ilfoglio.it                

A Le Mans vince sempre lei. Vince sempre la gara. Un po’ come a Indianapolis. Sono sfide leggendarie che passerebbero alla storia anche senza i copioni di Hollywood che sta comunque tornando a raccontare la 24 ore con un filmone dei suoi focalizzato sulla mitica sfida tra Ford e Ferrari degli anni Sessanta. Correre per 24 ore di fila è qualcosa difficile da spiegare, ma straordinario da raccontare. Piloti, macchine, spettatori, venditori di birre e di hot dog: tutti sono messi a dura prova nel weekend di Le Mans. Per sentirne il profumo e gustarne il sapore arrivano personaggi come Steve McQueen, Paul Newman, Patrick Dempsey. Gente a cui basta uno sguardo per far impazzire una tribuna piena di signorine. A Le Mans non sono arrivati per recitare, ma per correre. Come Porfirio Rubirosa, un altro a cui basterebbe uno sguardo per far saltare i bottoni alle camicie di molte signore. Ma, anche se potrebbe sembrarlo, questa non è Hollywood.

Questa è gara vera con costruttori che hanno investito milioni di euro o di dollari o di yen per riuscire a vincere, passando da una tecnologia (motori diesel) all’altra (ibridi), con appassionati che hanno investito mesi (o anni) di stipendi per provare a partecipare. Non ci sono più Ford e Ferrari, non ci sono più neppure Audi e Porsche, ma la Toyota è ancora lì con la sua star, Fernando Alonso, alla caccia della seconda affermazione di fila dopo il primo successo dello scorso anno. A LeMans puoi stare in testa per 23 ore e poi trascorrere un’ora d’inferno e perdere tutto. Chiedere sempre a Toyota per credere. Quest’anno, edizione numero 87, sono 62 le vetture al via. In palio c’è anche il Mondiale Endurance, una sfida privata tra i due equipaggi Toyota. E Alonso che potrebbe aggiungerlo ai due conquistati in Formula 1. “A Le Mans non mi è mai passato per la mente quel sentimento di superiorità quasi arrogante che si sente dopo aver vinto una gara importante. Non ti senti il più forte del mondo come dopo aver vinto una gara sprint. Provi rispetto per una gara gigante e senti di aver scritto una piccola parte della storia del motorsport”, racconta Emanuele Pirro che non è solo il commissario che ha punito Vettel, ma è soprattutto un pilota che a Le Mans ha vinto 5 volte e altre 4 è finito sul terzo gradino del podio in dieci anni con l’Audi.

“Per vincere a Le Mans serve un sacco di preparazione, una squadra buona. Cominci a vincerla o perderla all’inizio dell’anno perché il percorso di preparazione ha un impatto enorme sul risultato della gara. Serve un’ottima alchimia tra i tre compagni di squadra, devi capire che sei un anello della catena e che la catena è debole quanto l’anello più debole. Il motorsport è uno sport di squadra e Le Mans ne è la sublimazione. Non serve una superstar, ma una squadra con tre piloti sui livelli simili e la squadra deve stara attenta a non far vedere che ha una preferenza”. Sembra tutto facile, ma poi in pista ci vanno loro. Tre piloti per team a dividersi le 24 ore. Consapevoli del fatto che basta una distrazione per compromettere tutto: “Se un ingegnere sapesse quante volte rischiamo un incidente per un pelo… Le Mans è un percorso a ostacoli tostissimo e la bandiera a scacchi è quasi una liberazione. Ma durante i tuoi turni vai sempre al massimo. Sul cruscotto hai il tuo Delta time e all’uscita di ogni curva verifichi se sei in vantaggio o svantaggio sul tuo miglior giro. Hai sempre il coltello tra i denti. E devi avere cento, mille occhi. Distrazioni, doppiati, incomprensioni sono tutti pericoli. Ogni giro passi tre quattro cinque macchine e sai che devi perdere meno tempo possibile. Il pilota più che vincere la gara deve dare il massimo per non perderla”. Non è poi così facile come dirlo.

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