Io e le mie scarpe da running: cosa bisogna sapere per sceglierle bene

Gli studi dimostrano che le calzature non correggono l’andatura. È preferibile prendere quelle che ci sentiamo meglio ai piedi, più o meno tecnologiche

di Alessandro Cannavò, Corriere della Sera Agosto 10 2015

Lontani dai feticismi che rendono le estremità femminili uno show di estetica, audacia e sofferenza, le scarpe per un runner meritano molto di più di un attimo di concentrazione. D’altronde sono lo strumento dell’arte di correre, per dirla alla Murakami che le ha ampiamente omaggiate nel suo libro-inno al podismo. Certo, c’è la moda che si è appropriata di questo mondo dell’atletica. Ma pensate a un paio di marchi sportivi tra i più popolari e siate sicuri che non sono venduti in un negozio serio di corridori. Quello che conta, hanno sempre insegnato a noi che da tempo battiamo la strada, è che la scarpa corregga i difetti dell’andatura nella corsa e che dunque limiti, se non prevenga, i rischi di infortunio. Insomma, ci lasciamo quasi sempre sedurre dalla scarpa tecnologica, frutto della ricerca più avanzata.

Il cambio di calzatura

Sarebbe successo anche a me quando qualche giorno fa, facendo un veloce calcolo e rendendomi conto che con le stesse suole di gomma avevo già superato i mille chilometri (800 è il massimo indicato per un corridore di mezza età e di medio livello) sono «corso» in un negozio specializzato. Le scarpe che stavo per buttare via avevano fatto il loro dovere ma francamente non mi avevano soddisfatto del tutto: leggerissime, forse fin troppo, al punto da imputarle le colpe di qualche ricorrente dolorino post allenamento, dai tendini alla schiena. Le avevo scelte dopo la prova sul tapis roulant (riportata su uno schermo) in cui era apparsa evidente una pronazione, cioè la tendenza dei piedi a ruotare verso l’interno. «Queste sono adatte per correggere la pronazione» aveva spiegato il venditore «e sono dell’ultima generazione». La parola-chiave riappare ora nello studio pubblicato dal British Journal of Sports Medicine che ha aperto un dibattito sul New York Times. E la usa il dottor Benno Nigg, professore emerito di kinesiologia all’università di Calgary in Canada e uno dei massimi esperti al mondo di biomeccanica, per confutare le tesi finora in voga.

L’esperimento

Da decenni di osservazioni sulla relazione tra infortuni dei corridori e le loro scarpe emerge quanto non sia affatto vero che un piede con la pronazione interna o esterna sia più a rischio. È vero caso mai il contrario, secondo l’esperimento condotto da Nigg su mille corridori principianti che avevano diverse caratteristiche di corsa. E inoltre, dallo stesso studio appare chiaro come chi ha un’andatura che impatta molto sul terreno non soffre più di altri di danni e comunque la scarpa non corregge questo atteggiamento. La conclusione della ricerca è forse poco scientifica ma molto di buon senso: nella scelta delle scarpe occorre sentire il proprio corpo. Il quale, quasi sempre, sa adattare la corsa alle nostre imperfezioni.

I piccoli accorgimenti in azione

Basta andare al parco o su un lungomare per osservare la varietà di passi e andature: ben pochi jogger possono mostrare la leggerezza dei corridori kenioti o etiopi, molti si portano appresso il peso di un consumismo sociale e di eccessi personali. Eppure corrono, forse male, goffamente, ma corrono. E ne traggono benefici. A volte, come rivela un altro studio realizzato con un gruppo di soldati in esercitazione (sempre riportato dal New York Times), bastano piccoli accorgimenti per far calzare al meglio il piede in azione. Insomma, più che il gel ultra tecnico potè la tradizionale soletta. Bisognerebbe avere dunque un rapporto più confidenziale con le proprie scarpe da corsa. Io il nuovo paio l’ho comprato «di una generazione precedente». Più strutturato, forse non il massimo per le gare. Ma (spero) compagno ideale della mia libertà on the road.

Categoria Sport

Solo gli utenti registrati possono commentare gli articoli

Per accedere all'area riservata