Lo Stato è in crisi, ma ovunque nascono nuovi tipi di governance

La frammentazione interna della statalità e il bisogno crescente di vertici sovranazionali. Oltre Salvini di La versione di Cassese

7 Maggio 2019 alle 11: www.ilfoglio.it

Professor Cassese, Matteo Salvini ha dichiarato il 31 marzo 2018: “Altro che espellere i diplomatici russi, qui bisogna allontanare i diplomatici francesi! Con noi al governo l’Italia rialzerà la testa in Europa, da Macron e Merkel non abbiamo lezioni da prendere, e i nostri confini ce li controlleremo noi”. Nel giugno 2018: “Da soli sette giorni al governo, sto lavorando per recuperare quasi sette anni di ritardi e di buonismo: il nostro obiettivo è ridurre gli sbarchi e aumentare le espulsioni, tagliare i costi per il mantenimento dei presunti profughi e i tempi della loro permanenza in Italia, coinvolgendo istituzioni europee e internazionali che fino a oggi hanno lasciato gli italiani da soli. Sapremo farci ascoltare!”. Il 6 settembre 2018: “Più immigrazione significa più delinquenza, i numeri sono chiari”. Il 15 aprile 2019: “Per il bene degli Italiani, con me i porti sono e rimangono CHIUSI!”.

Quindi, il ministro dell’Interno vuole ristabilire l’autorità dello stato, difenderne il territorio, proteggere la popolazione, riaffermare la sovranità statale. Si può affermare che lo stato è in crisi?

Facciamo ancora esercizi di salvinologia. Oppongo alle dichiarazioni gli eventi reali. I segni di crisi dello stato sono dovunque. Frammentazione interna, decentramento, trasferimento di poteri, privatizzazioni. Il paradigma dell’unità dello stato sta ancora in piedi ora che, in Italia, vi sono da mezzo secolo venti regioni ognuna delle quali con propri ordinamenti, e con la richiesta di maggiore autonomia, per di più differenziata? Salvini, che dichiara di voler riaffermare la forza dello stato, è anche il maggior sostenitore dell’autonomia differenziata di Lombardia e Veneto, nonché il promotore di alleanze sovranazionali di forze sovraniste. Non le pare anche questa contraddizione un segno del cedimento di quel principio di unità ed esclusività in cui risiede lo stato “allo stato puro”? E non si vedono le tensioni tra la frammentazione interna e il bisogno crescente di vertici sovranazionali? Dov’è lo stato come autorità che ha l’ultima parola? E la massa ingente di diritto non statale, quella evocata già nel 2007 da Laurent Cohen-Tanugi, nel suo Le droit sans l’État (Paris, PUF)?

A furor di popolo

Mai la nostra Repubblica è stata tanto oligarchica come da quando è divenuta populista. La crisi della democrazia che attraversiamo deriva anche dalla crisi della democrazia interna dei partiti

Ma vi sono alternative allo stato?

Da più di un secolo ne vengono proposte. L’autogoverno di origine inglese. La socializzazione del potere di origine marxista. I nuovi modelli di “governance”, che sono all’attenzione della politologia odierna (bisogna risalire a cinque o sei secoli fa per trovare in uso la parola italiana equivalente, governanza).

Ancora obietto: lo stato ha operato come la maggiore fonte di pace e di stabilità sociale, come precondizione di un ordine giuridico per garantire i diritti degli individui.

Lo so, è l’argomento di Ernst-Wolfgang Böckenförde (i cui principali scritti sullo stato sono ora raccolti in inglese nel volume su Constitutional and Political Theory. Selected Writings, pubblicato da M. Künkler and T. Stein, Oxford Univ. Press, 2017), che riprende vecchie tesi, sviluppandole, tesi che risalgono a Hobbes. Lo stato risolve i conflitti interni alla società e assicura il suo sviluppo pacifico. In precedenza, prima dell’affermazione dello stato secolare, lo stato aveva anche un fine etico. Tuttavia, l’esperienza statale del Novecento ha riservato una realtà molto cruda, quella dello stato come promotore di conflitti interni e di guerra. Di qui una sfiducia nello stato, manifestata sinteticamente dal sociologo tedesco Helmut Schelsky: “Ein Staat an den niemand glaubt”, uno stato al quale nessuno crede (Die Grundsatzschwächen der Bundesrepublik, in “Deutsche Zeitung”, n. 53, 23 Dez. 1977, p. 3). Insomma, allo stato ora manca la fiducia dei cittadini. Basta vedere dove sono collocati i maggiori organi dello stato nei sondaggi compiuti in Italia.

Differenziare le regioni?

Il paradosso di un governo che, in nome di più democrazia, assicura meno trasparenza e meno democrazia. Parla Cassese

Se la sovranità viene erosa e lo stato non è rispettato, non cadono anche le condizioni del rispetto dei diritti dei cittadini, della pace interna e esterna, della sicurezza? Non c’è bisogno di un altro Leviatano, se mai a un altro livello?

Conosco questa preoccupazione, che era quella di Carl Schmitt e della sua scuola. La frammentazione della statalità, l’assenza di una entità capace di decidere, sarebbe sostituita – secondo alcuni – da autorità superiori, come l’Unione europea. Ma si obietta: come può un approccio economico e di mercato essere un veicolo di integrazione economica? Dov’è la fonte di legittimazione democratica dell’Unione, se questa non assume una struttura più chiaramente federale?

"Affascinati dalla sopravvivenza dello stato, non riusciamo a cogliere i modi in cui si stanno formando tipi diversi di governanza. Sappiamo che sono meno gerarchici. Che hanno piuttosto la forma di rete. Che gli esecutivi non vi giocano il ruolo che avevano una volta", dice Sabino Cassese

Ma non esiste solo l’Unione.

Questo è il problema: affascinati dalla sopravvivenza dello stato, non riusciamo a cogliere i modi in cui si stanno formando tipi diversi di governanza. Sappiamo che sono meno gerarchici. Che hanno piuttosto la forma di rete. Che gli esecutivi non vi giocano il ruolo che avevano una volta (ad esempio, che le corti vi svolgono un ruolo maggiore che in passato: pensiamo soltanto alla onnipresenza delle corti, alla quantità di decisioni giudiziarie, alla quantità di rinvii pregiudiziali che si fanno tra corti nazionali e sovranazionali, al fatto che nessuna parte del vivere civile è immune da corti, persino le attività belliche, tanto che Jacques Krynen, uno storico del diritto francese, ha scritto volumi su l’État de justice). Che delle reti fanno parte tanti organismi (pensiamo soltanto a quanti incontri si svolgono nel mondo ogni giorno tra capi di stato e di governo).

E la crisi vuol dire che lo stato è destinato a perire?

Ora corre troppo. Le cito quel che scrive Pierangelo Schiera, un allievo di Gianfranco Miglio che ha dedicato allo stato studi importanti: “Crisi è stato un carattere costante della sua [dello stato] struttura, la quale si è potuta mantenere in vita grazie proprio all’intrinseca capacità di adattamento istituzionale ai bisogni sempre in movimento dei soggetti interessati” (P. Schiera, Colloquio su Stato, Diritto e Costituzione, con F. Pedrini, pubblicato nella rivista “Lo Stato” 2018, n. 10, p. 278).

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