Le differenze di genere: quattro miti da sfatare (1 di quattro)

In questo articolo vorrei offrire una breve sintesi dello stato della ricerca sulle differenze di genere, che possa servire da introduzione e punto di partenza per ulteriori approfondimenti.

20 Marzo 2023 - di Marco Del Giudice fondazionehume.itlettura lettura4'

Società

Il tema delle differenze di genere è sempre attuale e sempre capace di accendere gli animi, soprattutto quando il discorso si concentra su questioni “calde” come quelle della parità e degli stereotipi. Da parecchi anni faccio ricerca in quest’ambito, a cavallo tra la psicologia e la biologia; capisco bene l’urgenza di queste questioni, oltre che l’importanza di un confronto aperto a tutti i livelli e di un pubblico informato e consapevole. Purtroppo, il dibattito attuale è troppo spesso basato su prese di posizione ideologiche, e rimane ancorato ad assunti e modelli teorici che sono rimasti sostanzialmente fermi agli anni ’70. Anche quando ci si appella a “quello che dice la scienza”, si tratta quasi sempre di informazioni distorte, selettive o poco aggiornate. Soprattutto dal punto di vista biologico (ma anche da quello dell’analisi statistica), la ricerca in questo campo ha fatto passi avanti che in molti casi hanno cambiato nettamente i termini della questione; ma la consapevolezza di questi cambiamenti è ancora poco diffusa, non solo nel grande pubblico ma anche tra intellettuali e scienziati.

In questo articolo vorrei offrire una breve sintesi dello stato della ricerca sulle differenze di genere, che possa servire da introduzione e punto di partenza per ulteriori approfondimenti. Lo faccio in modo dialettico, partendo da quattro grandi “miti” che fanno da sfondo al dibattito ma che raramente vengono messi in discussione. Eccoli:

La psicologia moderna ha dimostrato che maschi e femmine sono estremamente simili quanto a personalità, interessi e abilità cognitive.

Le differenze di genere sono, in massima parte, un prodotto della cultura e della socializzazione.

Non ci sono differenze di genere rilevanti a livello cerebrale; le poche differenze che si trovano sono prodotte dalle diverse esperienze che maschi e femmine fanno nel corso dello sviluppo.

Gli stereotipi di genere sono dannosi, sostanzialmente infondati, ed esagerano quelle che in realtà sono differenze minime o inesistenti.

Per non appesantire la lettura, i riferimenti bibliografici sono tutti alla fine dell’articolo, organizzati per argomento. Alcune sezioni del testo sono adattate da questo articolo. Prima di iniziare, due note terminologiche. La prima è che spesso uso “maschi” e “femmine” in senso generico per non essere costretto a continue specificazioni per età (bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne…). Mi rendo conto che alcuni trovano questi termini indelicati o perfino offensivi, ma rimango in netto disaccordo: non c’è niente di cui vergognarsi nel riconoscere che siamo creature biologiche, plasmate dall’evoluzione e dalle dinamiche della riproduzione (senza le quali non esisteremmo come esseri umani). Penso anche che distinguere in modo netto tra “sesso” (riferito alla biologia del corpo) e “genere” (riferito al comportamento e culturalmente determinato) non sia molto utile a fare chiarezza; è una distinzione che sembra chiara e intuitiva ma, esaminata da vicino, si rivela fumosa e incoerente (come ho discusso qui). Per questo motivo uso “sesso” e “genere” come sinonimi, in modo flessibile a seconda del contesto.

Mito #1: La psicologia moderna ha dimostrato che maschi e femmine sono estremamente simili quanto a personalità, interessi e abilità cognitive.

Questa idea molto diffusa (e spesso ripetuta, sia negli articoli divulgativi che nei libri di testo) si basa su quella che possiamo definire una “mezza verità” scientifica. Un modo semplice e intuitivo per quantificare la grandezza delle differenze di genere è considerare la sovrapposizione statistica tra le distribuzioni di maschi e femmine. Maggiori sono le differenze, minore è la sovrapposizione; viceversa, differenze piccole si traducono in alte percentuali di sovrapposizione (fino al 100% quando le distribuzioni sono identiche). Nel caso della personalità, se si considerano tratti come estroversione, coscienziosità o impulsività, le differenze di genere in ogni singolo tratto tendono ad essere piuttosto limitate, con sovrapposizioni superiori al 90%. Anche nei tratti che mostrano le differenze più spiccate (come amichevolezza e stabilità emotiva nel modello di personalità dei Big Five) la sovrapposizione rimane intorno all’80-85%. Risultati simili a questo si ritrovano in altri ambiti della psicologia. Da qui l’idea che, contrariamente agli stereotipi, maschi e femmine siano estremamente simili dal punto di vista psicologico. Ma questa generalizzazione diventa inesatta e fuorviante—e quindi un mito da sfatare—perché non tiene conto di quattro fenomeni cruciali.

Per prima cosa, esistono dimensioni psicologiche importanti in cui le differenze di genere sono molto più marcate. Un esempio è la preferenza per professioni e attività orientate alle cose o alle persone (people-things orientation), dove la sovrapposizione tra i sessi è solo del 50-60%. Mentre gli uomini tendono a preferire lavori centrati su oggetti inanimati o concetti astratti, le donne (in media) hanno una preferenza per lavori centrati sulle persone o con una forte componente relazionale. Differenze di dimensioni simili o maggiori emergono anche nell’ambito dell’attrazione (per esempio rispetto all’età ideale del proprio partner) e della sessualità (per esempio rispetto alla frequenza/intensità del desiderio, o nella preferenza per la “varietà” sessuale con diversi partner, al di fuori da un rapporto di coppia stabile). Nel dominio delle abilità cognitive, non ci sono differenze marcate tra la media dei maschi e quella delle femmine nel quoziente intellettivo (QI) o simili indici di intelligenza generale (anche se, come discuto più sotto, ci sono differenze rilevanti nella loro variabilità). Ma quando si vanno a identificare dimensioni cognitive più specifiche, controllando statisticamente per l’intelligenza generale, le differenze emergono chiaramente e la sovrapposizione tra i sessi si riduce al 60-80%. Soprattutto a partire dall’adolescenza, le femmine sono relativamente più brave nei compiti basati sul ragionamento verbale e in quelli che richiedono di dividere l’attenzione tra molti elementi diversi. I maschi invece hanno prestazioni più alte nei compiti che richiedono abilità visivo-spaziali, e sono avvantaggiati quando si tratta di prestare attenzione in modo focalizzato; la divergenza maggiore si trova nei compiti che richiedono di ragionare su meccanismi e sistemi fisici. Queste differenze di abilità si combinano con quelle nelle preferenze e influenzano in modo sostanziale le scelte accademiche e professionali. Ad esempio, gli studenti che possiedono abilità visivo-spaziali e quantitative relativamente più sviluppate di quelle verbali e sono più interessati alle cose rispetto alle persone scelgono più spesso di iscriversi a facoltà scientifico-matematiche (le cosiddette STEM). A causa della diversa distribuzione di questi tratti nei due sessi, tra gli studenti con questo tipo di profilo ci sono molti più ragazzi che ragazze.

Il secondo punto critico è che piccole differenze in diversi tratti presi singolarmente possono sommarsi, e diventare grandi quando gli stessi tratti vengono considerati nel loro insieme. Nel caso della personalità, la sovrapposizione tra maschi e femmine nei singoli tratti è in genere piuttosto alta; ma quando si consideranoprofili di personalità che mettono insieme i vari tratti (tenendo in considerazione le loro correlazioni reciproche), la sovrapposizione si riduce a meno del 50%. Applicando procedure statistiche per correggere l’errore di misura (che nei test psicologici è tutt’altro che trascurabile), si arriva a una sovrapposizione del 20-30%. Considerazioni analoghe si possono fare per le abilità cognitive, le preferenze per il partner, e le preferenze lavorative (nel caso di queste ultime, la sovrapposizione tra i sessi arriva intorno al 40% quando si considerano più variabili contemporaneamente).

Ma anche quando le differenze sono relativamente modeste, bisogna tenere conto che piccole differenze “medie” in un certo tratto possono trasformarsi in differenze notevoli agli estremi di quel tratto. Questo succede perché le differenze tendono ad amplificarsi via via che ci si muove verso gli estremi della distribuzione. Per esempio, il tratto dell’amichevolezza nei Big Five identifica persone che tendono ad essere cooperative, generose, empatiche, gentili, fiduciose e poco aggressive; al contrario, le persone con bassi livelli di questo tratto tendono ad essere ostili, aggressive, egoiste, abrasive, sospettose e poco empatiche. La sovrapposizione tra i sessi in questo tratto è intorno all’80%; la “donna media” è più amichevole dell’”uomo medio”, ma non di molto. Però, se andiamo a vedere chi sono le persone che si collocano a livelli estremamente alti di questo tratto (cioè all’estremo superiore della distribuzione), troviamo circa due-tre donne per ogni uomo; e se consideriamo i livelli estremamente bassi, troviamo circa quattro uomini per ogni donna. In altre parole, ci possono essere divergenze notevoli agli estremi della distribuzione anche se le medie dei due sessi non sono così diverse tra loro. Questo fenomeno si ritrova in moltissimi altri tratti. La differenza tra maschi e femmine nell’aggressività fisica è simile a quella nell’amichevolezza (sovrapposizione intorno al 75%); ma più del 90% degli omicidi (la forma più estrema di aggressività) vengono commessi da uomini. Sulla stessa falsariga, le differenze nel tratto della stabilità emotiva (che misura la tendenza a provare emozioni negative come paura, ansia e tristezza, e mostra una sovrapposizione intorno all’80%) si traducono in un rischio di sviluppare disturbi depressivi, d’ansia e da stress che è all’incirca doppio nelle donne rispetto agli uomini. Considerazioni analoghe valgono per le abilità cognitive, dove gli estremi (ad es., le persone con livelli eccezionali di abilità visivo-spaziali o matematiche) tendono a mostrare differenze di genere più marcate rispetto a quelle che si osservano nei dintorni della media. E se le differenze medie sono già sostanziali (come nel caso delle preferenze cose-persone), possono diventare davvero notevoli quando ci si muove verso gli estremi della distribuzione.

Per finire, in molti tratti psicologici (ma anche fisici, come ad esempio l’altezza o il volume del cervello) le differenze non riguardano solo la media ma anche il grado di variabilità all’interno dei due sessi. In generale, i maschi tendono ad essere più variabili tra loro delle femmine; questa differenza si manifesta soprattutto agli estremi della distribuzione dei tratti. Sottolineo subito che ci sono diverse eccezioni a questa “regola”; per citare due esempi già nominati sopra, le femmine (considerate a livello di gruppo) risultano più variabili dei maschi sia nel tratto della stabilità emotiva che nel desiderio sessuale. Nel dominio delle abilità cognitive, invece, la variabilità è sistematicamente più alta nei maschi. Questo fenomeno è molto importante da comprendere, perché può creare differenze agli estremi anche in assenza di differenze medie. Nel caso paradigmatico del QI, le differenze medie tra i sessi sono spesso considerate trascurabili (anche se alcuni studi recenti trovano una lieve differenza a favore dei maschi nell’intelligenza generale, a partire dall’adolescenza). Ma a causa della maggiore variabilità maschile, si trova una preponderanza di uomini sia ai livelli più alti che a quelli più bassi della distribuzione del QI (compreso il ritardo mentale). Questa osservazione ha suscitato controversie scientifiche per centocinquant’anni (fin da quando è stata descritta da Darwin in The Descent of Man), ma è stata confermata dagli studi più grandi e rappresentativi che abbiamo a disposizione.

Riconoscere che le differenze psicologiche tra i due sessi sono reali, tangibili, e a volte di notevole entità non vuol dire negare la variabilità individuale o voler schiacciare maschi e femmine su rappresentazioni e ruoli rigidamente “binari”. Anche nei tratti più fortemente differenziati esiste un certo grado di sovrapposizione; in ogni ambito psicologico (dalla personalità alla cognizione) ci sono uomini con profili tipicamente femminili e donne con profili tipicamente maschili, oltre che molte persone con profili “misti” che combinano aspetti caratteristici dei due sessi. Sullo sfondo delle differenze di genere c’è ampio spazio per eccezioni, gradazioni, e tutte le variazioni sul tema che ci rendono non solo maschi o femmine ma persone uniche quali siamo. Possiamo dare il giusto risalto alla variabilità individuale e all’unicità delle persone senza dover fingere che maschi e femmine siano completamente sovrapponibili e omologati dal punto di vista psicologico, o che le differenze di genere siano così trascurabili da non avere ricadute importanti a livello personale, sociale e lavorativo.

(continua..)

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