Ricca e pasionaria

Femminista severa e irriverente, intellettuale elusiva e iconoclasta, la milionaria Elisabeth Badinter è la “réac” più influente di Francia

di Giulio Meotti | 27 Dicembre 2015 ore 06:27 Foglio

I lettori francesi ricordano Elisabeth Badinter come la ragazza dagli occhi celesti, i capelli biondo-cenere pettinati all’indietro, il trucco leggero: una bellezza discreta ed elegante

Intimidisce per la sua severità e rigore, mentre le sue idee anticonformiste e la sua forza di combattimento inducono all’ammirazione amici e nemici. Con le sue idee, i suoi libri, i suoi interventi pubblici, Elisabeth Badinter ha generato una faglia all’interno del femminismo francese, tanto da spingere di recente Christine Delphy, fondatrice nel 1981 assieme a Simone de Beauvoir della rivista Nouvelles Questions féministes, a tacciarla di “islamofobia”. Altri giornali della gauche l’hanno eletta “réac”, reazionaria, più importante di Francia. Elisabeth Badinter è diventata la portabandiera più intransigente della laicità, ma declinata diversamente dalla sinistra benpensante.

Figlia ed erede di Marcel Bleustein-Blanchet, l’inventore della moderna pubblicità in Francia, moglie di un politico che a sinistra ha segnato il suo tempo, Elisabeth Badinter è un’intellettuale senza concessioni, che vive come una nonna e una studiosa austera. Quando si oppose alla criminalizzazione dei clienti delle prostitute, molte colleghe di università e di vita mondana e pubblica si scandalizzarono nel vedere questa celebre femminista battersi per gli uomini. Di carattere sfuggente, umile e discreta, Elisabeth si trasforma in una pasionaria quando comincia le sue lotte. Diventa aggressiva, spietata, convinta che i giovani francesi stiano minando il principio universalista sancito dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Lei crede che, in nome della “differenza”, le donne siano vittime di finzioni socio-biologiche che le riducono allo status di femmine dei mammiferi, programmate per le “pretese superiori” dell’utero e della mammella.

Badinter ha scritto cinque bestseller ammonitori e contundenti a proposito delle donne e dei loro uomini. Il suo primo volume, “L’Amour en plus”, è stato pubblicato nel 1980, quando aveva trentacinque anni. E fu un successo clamoroso. Badinter vi respinse il mito dell’istinto materno come costrutto culturale. L’altro libro, “Le conflit: la femme et la mère”, è una dissezione graffiante di quello che lei considera come un “culto della maternità” in occidente. I suoi cospiratori includono fanatici dell’ecologia (“niente pannolini usa e getta”), discepoli del gruppo americano La Leche League e ostetriche untuosamente autoritarie (“niente sigarette e champagne in allattamento”). Poi, in un libro intitolato “Fausse route”, Badinter si è scagliata contro quello che ha definito “femminismo da vittimismo”, ammantato sia come “abbraccio di genere” (oggi di moda) sia come “richiesta di risarcimento legislativo”. Accompagnato da un grande successo di vendite in Francia e stroncato dalle più coriacee femministe, il libro sin dalle prime pagine è molto chiaro: “Essere un uomo implica un lavoro, uno sforzo che sembra non essere richiesto alla donna”. Badinter si trasforma in “femminista compassionevole, tenera come una nurse” al capezzale del maschio ammalato, dolente, sopraffatto, sperduto. Le femministe americane, e le loro discepole francesi, secondo Badinter, pretendono di sostituire il principio liberale e democratico della rappresentanza individuale con la “rappresentanza per gruppi” e invocano parlamenti e assemblee legislative in cui le donne siano esattamente la metà.

Si tratta, sottolinea Badinter, di una rivendicazione che ha “conseguenze mortali per la nostra Repubblica laica e universalista”. Se si concede alle donne il diritto a una rappresentanza speciale come gruppo, tutti gli altri gruppi etnici, razziali, religiosi, e gli omosessuali avanzeranno anch’essi la medesima richiesta e questo sarebbe la morte della Repubblica e dell’unità nazionale francese. E così è stato.

“C’è una profonda differenza tra me e la maggior parte delle femministe”, ha detto Badinter. “Non mi sono mai vista come vittima o sentita soffocata, né ho mai visto tutti gli uomini come oppressori”. Come se non bastasse, Elisabeth Badinter è anche andata in missione in territorio nemico e in una conferenza a Princeton ha detto che le donne americane soffrono di “un’ossessione nevrotica per la pulizia”, hanno paura del sesso orale e aspirano all’androginia; le francesi, per contrasto, accettano in maniera sana i loro odori corporei, provano un piacere intenso in tutte le forme di relazioni sessuale e gioiscono a mettere in mostra la loro differenza fisica rispetto agli uomini.

Elisabeth Badinter, che si definisce “féministe universaliste” contro le derive relativiste del suo movimento, è venerata dai suoi seguaci e insultata dai suoi critici per lo stesso motivo. E’ il personaggio pubblico più sfuggente in Francia. I lettori francesi la ricordano come la ragazza dagli occhi celesti, capelli biondo-cenere pettinati all’indietro, un leggero tocco di trucco, una bellezza discreta ed elegante, e tutti quei maglioni in serie e dello stesso colore, grigio, blu, nero… Una sorta di uniforme. I socialisti francesi la ammirano come la moglie di Robert Badinter, che, come ministro della Giustizia di François Mitterrand, ha abolito la pena di morte e ha iniziato la modernizzazione del Codice di Napoleone. Il mondo degli affari la conosce come la figlia astuta di Marcel Bleustein-Blanchet,  imprenditore leggendario, nato da una famiglia russa di immigrati ebrei, che ha fondato la pubblicità del gigante Publicis, un impero di quattro miliardi di dollari, che comprende la terza più grande agenzia pubblicitaria del mondo. Gli storici francesi la conoscono come l’umile e celebre collega che all’università arriva con una vecchia Renault. Badinter ha insegnato Filosofia per ventotto anni presso l’Ecole Polytechnique di Parigi, la prima delle grandes écoles francesi. Gli amici la conoscono come una cuoca terribile, una collezionista di piccoli elefanti indiani d’avorio, e una nonna “infatuata” dei suoi nipoti. Una donna capace di gesti incredibili. Come quando difese Dominique Strauss-Kahn dalle colleghe femministe, accusate di “sfruttare un eventuale ingiustizia al fine di far avanzare la loro causa”.

Badinter è nata a Parigi, verso la fine dell’Occupazione, con il cognome Vaillant sul certificato di nascita. La madre, Sophie Vaillant, era la nipote di Edouard Vaillant, un eroe e un ministro della Comune di Parigi, e il nome era chiaramente più sicuro da usare nella Parigi occupata di Bleustein -Blanchet. Si convertì al giudaismo quando sposò Bleustein-Blanchet, nel 1940, e fuggì con lui a Aix-les-Bains, in zona franca, non appena cadde Parigi.

Una infanzia dorata, quella di Badinter, trascorsa all’École Alsacienne, una fortezza di laicità repubblicana, e la più prestigiosa scuola privata a Parigi. Da piccola, Elisabeth frequentava a casa la Francia che contava del Dopoguerra: Pierre Mèndes France, Edgar Faure, Michel e Monique Bolloré, Pierre e Hélène Lazareff, Jacques Chaban-Delmas, i vicini Dassault, François Mitterrand, Raymond Aron, Françoise Giroud. I Badinter sono senza dubbio una delle coppie di potere di Parigi, ma sarebbe difficile trovarli a Davos, a Cannes per il festival del cinema, o rilassarsi a casa col gossip di Paris Match. L’unico gioiello che Badinter indossa è una catena d’oro sottile, “l’unica cosa che rimane del padre di Robert, che è stato arrestato da Klaus Barbie, a Lione, ed è morto in Polonia, presso il campo di sterminio di Sobibor”.

Badinter ha legato il suo nome alla battaglia più difficile della laicità francese: la proibizione del velo islamico a scuola. Nel 1989 pubblicò sul Nouvel Observateur la lettera aperta “Prof., non capitolare!”, in cui si chiedeva di vietare il velo islamico a scuola, cofirmata da Alain Finkielkraut, Elisabeth de Fontenay e Catherine Kintzler. Françoise Gaspard ricorda una telefonata, inquello stesso 1989, in cui la Badinter le chiedeva di firmare una dichiarazione per la messa al bando del velo. “Quando ho detto di no, riattaccò e non mi parlò più”, ha detto Gaspard.

Da allora, Badinter non ha mai perdonato la sinistra di aver tradito la laicità in merito all’islam. “Al di fuori di Marine Le Pen, nessuno difende la laicità”, ha detto di recente la femminista. Frase per cui è stata a lungo esecrata in pubblico, quasi avesse approvato quei razzisti del Front national.

Badinter ha testimoniato presso l’Assemblea nazionale e, successivamente, presso il Senato a favore della legge che ha vietato il burqa sui luoghi di lavoro. Ha esortato pubblicamente il suo passaggio, e firmato una lettera aperta alle donne musulmane: “Siamo così spregevoli e impure ai vostri occhi da rifiutare ogni contatto, ogni connessione con noi, fino al sorriso?”. Una posizione che ha inimicato ulteriormente Badinter agli occhi delle femministe. Come l’americana Judith Butler, a Berkeley, per la quale “un velo può significare la fede, può significare appartenenza a un gruppo, può significare, forse, la negoziazione di una donna tra spazio pubblico e privato”.

Badinter è senza dubbio una delle donne più privilegiate del paese e questo, forse, le ha permesso di non lisciare mai il pelo. Come quando ha sollevato l’allarme sul grande genocidio culturale in corso in Cina e Tibet: “la guerra contro l’utero”. Come quando fu la sola intellettuale femminista a criticare la legge moralista contro la prostituzione votata dall’Assemblée nationale. Come quando è andata in tribunale come perito a difendere il settimanale satirico Charlie Hebdo, e si era parlato di lei anche come possibile editrice del giornale delle vignette su Maometto. Per la Badinter, la Francia non sarà mai più la stessa dopo il 7 gennaio. Ne è convinta  “come intellettuale, perché hanno attaccato la libertà di espressione; come ebrea, perché hanno ucciso quattro persone soltanto perché erano ebrei; come donna, perché il modello delle relazioni di genere imposto dagli islamisti mi fa orrore”. Così parla l’ultima grande laica di Francia.

Categoria Cultura 

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