Circolo vizioso. Il modello economico di Putin regge solo finché dura la guerra

inflazione, carenza di manodopera e isolamento finanziario mettono sotto pressione imprese e consumi

Andrea Fioravanti 19.2.2026 linkiesta.it lettura4’

La crescita della Russia è sostenuta quasi esclusivamente dalla spesa militare e dal deficit pubblico, mentre inflazione, carenza di manodopera e isolamento finanziario mettono sotto pressione imprese e consumi

L’economia russa è entrata in un circolo vizioso: più lo Stato spende per la guerra, più indebolisce il mercato interno che dovrebbe sostenerlo nel lungo periodo. Per continuare a combattere, Vladimir Putin ha bisogno di un’economia più forte, ma quella russa si sta logorando proprio per sostenere lo sforzo bellico. Negli ultimi due anni la crescita non è arrivata perché l’economia nel suo insieme stava meglio, ma perché lo Stato ha spostato enormi quantità di denaro verso la difesa. Ha aumentato la spesa pubblica, ha fatto più deficit, ha emesso più debito interno e ha usato le entrate del petrolio e del gas, che però stanno diminuendo. Gran parte di questi soldi è finita nella produzione di armi e nei salari pagati a chi lavora per l’industria militare.

Queste decisioni hanno gonfiato i numeri del Prodotto interno lordo, facendo felici solo i putinisti nostrani che continuano a descrivere le meravigliose sorti della Russia, ma ha causato anche una serie di sfortunati eventi. Ha svuotato il mercato del lavoro, spinto i prezzi verso l’alto, ridotto lo spazio per investimenti privati e reso lo Stato il principale motore e garante dell’intero sistema.

La Banca centrale russa ha tenuto i tassi molto alti per quasi quattro anni di guerra per due motivi. Il primo: fermare l’aumento dei prezzi. Quando lo Stato spende molto per la guerra e allo stesso tempo mancano lavoratori, i salari salgono e le imprese alzano i prezzi. Se il denaro costa poco, famiglie e aziende chiedono più prestiti e spendono di più, e i prezzi salgono ancora. Tenere i tassi alti significa rendere i prestiti più cari e quindi rallentare la corsa dei prezzi.

Il secondo motivo: proteggere il rublo. Con le sanzioni e l’accesso limitato ai mercati finanziari occidentali, la Russia ha meno margini di manovra. Tassi alti rendono più conveniente tenere soldi in rubli invece che cambiarli in dollari o euro. In questo modo ha ridotto la pressione sulla moneta nazionale, evitando un indebolimento troppo rapido che avrebbe fatto aumentare ulteriormente i prezzi dei beni importati.

Il 13 febbraio la governatrice Elvira Nabiullina ha deciso clamorosamente di abbassare il tasso di mezzo punto. In un paese normale sarebbe considerato un taglio deciso per stimolare l’economia, ma la Russia non è un paese normale visto che il tasso è al 15.50 per cento, lontanissimo anni luce da quello degli Stati Uniti (3,75) e della Banca centrale europea (2 per cento). Nabulina ha fatto capire che si tratta di un primo passo e di considerare «ulteriori riduzioni del tasso di riferimento» se l’aumento dei prezzi continuerà a rallentare, ma sembrano frasi di circostanza concordate col Cremlino.

I numeri dicono altro: la Russia è di fronte a un equilibrio macroeconomico fragile. Tassi troppo alti rafforzano il rublo e frenano l’inflazione, ma soffocano il credito. Tassi più bassi aiutano le imprese e alleggeriscono il costo del debito pubblico, ma rischiano di riaccendere la pressione sui prezzi. Che fare?

Il fatto che l’istituto abbia aperto alla possibilità di ulteriori riduzioni indica che la priorità è sostenere l’attività economica senza perdere il controllo dell’inflazione. Vasto programma, visto che l’inflazione è alimentata dalla carenza di manodopera, perché una parte consistente della forza lavoro maschile è stata assorbita dal ciclo di reclutamento e contrattualizzazione militare, mentre l’economia civile ha continuato a operare con vincoli crescenti di offerta. Un cane che continua a mordersi la coda, sempre più ossuta.

 

Secondo Reuters, l’inflazione annua recente è arrivata al 6,5 per cento, spinta anche dall’effetto di un aumento dell’IVA. Secondo la Banca centrale russa un po’ meno, 4,5 per cento, ma il risultato non cambia: i consumi stanno rallentando, gli investimenti privati sono frenati dall’incertezza e molte imprese civili non riescono a competere con i salari e le condizioni offerte dal complesso militare-industriale che è arrivato a quasi l’8 per cento del Pil.

Il bilancio federale è sempre più dipendente dalle entrate energetiche e dall’emissione di debito interno acquistato in larga parte da banche russe. L’accesso ai mercati finanziari occidentali resta chiuso. Il rublo è sostenuto da controlli sui capitali e dall’obbligo per gli esportatori di convertire parte dei proventi in valuta estera, ma rimane esposto alle oscillazioni del prezzo del petrolio e del gas.

In una situazione del genere, Putin dovrebbe correre ai ripari cercando di ottenere una pace per salvare il salvabile, ma come fa notare l’Economist in un interessante approfondimento non basta far tornare tutti a casa, i soldati e i lavoratori delle industrie belliche; bisogna trovare loro un nuovo impiego. L’economia russa non è come quella italiana: non ha un tessuto forte di piccole e medie imprese capaci di assorbire soldi, lavoratori e investimenti. Putin potrebbe creare nuove imprese per decreto, ma sarebbero aziende di carta. Con le attuali sanzioni la Russia non ha accesso alla tecnologia avanzata e al know-how occidentale e Mosca ripartirebbe al livello di Corea del Nord e Iran, nella peggiore delle ipotesi; la Cina nelle migliori.

Se il Cremlino non può smantellare la spesa militare senza rischiare uno shock economico, potrebbe allora annunciare una nuova mobilitazione di massa per mantenere il fronte?

Sì, tecnicamente. Dopo il caos dell’autunno 2022, quando la mobilitazione parziale provocò proteste e una fuga di cittadini in età di leva, il Cremlino ha rafforzato gli strumenti per evitare quel disordine: nuovi registri digitali dei coscritti, notifiche elettroniche, pene più severe per chi evita la leva. Oggi una mobilitazione sarebbe probabilmente più ordinata dal punto di vista amministrativo, ma il problema non è la capacità tecnica, quanto il rischio politico.

Il Cremlino preferisce evitare un annuncio formale finché può e per precauzione ha limitato l’accesso a Telegram e altri luoghi dove potrebbe diffondersi il malcontento. Il numero di riservisti registrati è ancora alto, ma ogni nuova ondata di reclutamento sottrarrebbe lavoratori a fabbriche, cantieri e servizi, aggravando la carenza di manodopera. I salari salirebbero ulteriormente e l’inflazione potrebbe tornare a crescere, costringendo la Banca centrale a fare altri miracoli per evitare il collasso.

Secondo un’analisi del Kyiv Independent, tra il 2023 e il 2025 la Russia ha reclutato oltre 400.000 persone l’anno, una cifra sufficiente a sostenere le operazioni offensive ma non a garantire un vantaggio decisivo. In molte regioni, soprattutto le più povere, gli stipendi offerti ai volontari superavano di diverse volte il salario medio locale. Il bacino però si restringe: la popolazione maschile in età lavorativa è in calo e in molte regioni i bonus sono stati ridotti per difficoltà di bilancio. Rendere ancora più allettante lo stipendio è una strada: ma sarebbe come spingere ancora sull’acceleratore di un motore già surriscaldato.

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