Pro e Contro BOARD OF PEACE/ “Hamas non disarma, Israele resta:

la realtà di Gaza svela il bluff di Trump. E l’Italia…”

Paolo Rossetti I 20.2, 2026 – ilsussidiario.net lettura 4’

Intervista . Ugo Tramballi

Grandi proclami al primo atto del Board of Peace: Trump parla di miliardi per ricostruire, ma se Hamas e Israele restano a Gaza non se ne fa niente

Piovono miliardi per la ricostruzione di Gaza e tutto è pronto per creare una polizia che abbia giurisdizione su Gaza e una forza multinazionale che contribuisca a mantenere l’ordine mentre procede l’opera di ricostruzione. Questo, almeno, è quello che Trump ha cercato di raccontare nel primo incontro del Board of Peace per Gaza a Washington.

La realtà, però, osserva Ugo Tramballi, editorialista de Il Sole 24 Ore e consigliere scientifico dell’ISPI, è tutt’altra: Hamas controlla gran parte del territorio della Striscia che non è occupato da Israele e non vuole disarmare, mentre lo stesso Israele non ha intenzione di ritirarsi nella parte che gli è stata assegnata.

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Senza che si verifichino queste due condizioni i piani del Board resteranno sulla carta, anche se resta l’unico piano di pace sul tavolo: i Paesi che hanno riconosciuto la Palestina e hanno risposto negativamente all’invito di Trump a partecipare al nuovo organismo per sviluppare la pace non hanno presentato nessuna alternativa.

Trump inaugura il Board of Peace per Gaza e mette sul piatto 10 miliardi di dollari per rilanciare la Striscia, mentre altri 7 sono annunciati da Paesi diversi: a cosa punta il presidente americano e realisticamente cosa riuscirà a fare?

Trump sa che, come presidente degli Stati Uniti, può dire quello che vuole, lo ha capito più dei suoi predecessori, anche se loro avevano un minimo di accortezza in più rispetto a lui. Per quanto riguarda i soldi tutti sono pronti a dire che ci metteranno i miliardi, ma poi non lo fanno. Prima c’è qualche problema non da poco da risolvere: si può dire che Hamas verrà disarmato, ma l’esercito israeliano ha appena detto che in realtà è tornato a controllare il 90% del territorio di Gaza di cui non si occupano gli israeliani.

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Non solo: due terzi dei tunnel non sono stati distrutti, ma sono ancora nelle mani proprio dei miliziani di Hamas. Poi ci sono le macerie da spostare, con tonnellate di cemento e di detriti, dentro i quali ci saranno pure bombe inesplose. Infine sono macerie che custodiscono migliaia di morti.

I soldi, insomma, almeno per il momento resteranno nel cassetto?

Nessuno è disposto veramente a versarli per la ricostruzione fino a che Hamas controlla Gaza e fino a che Israele è in possesso di una parte della Striscia. Il primo punto del piano Trump era trovare un compromesso per il cessate il fuoco, ed è stato raggiunto perché israeliani e Hamas erano prostrati da due anni di guerra. Il secondo era scambiare i prigionieri. E anche questo è stato fatto. Il passo successivo è disarmare Hamas e far ritirare gli israeliani per dare il via alla ricostruzione sotto il controllo delle forze armate di Paesi musulmani. Ma qui non ci siamo.

Al primo incontro di Washington è stato annunciato che Indonesia, Marocco, Kazakistan, Kosovo e Albania metteranno a disposizione i loro soldati per una forza multinazionale. Non se ne farà niente?

Hamas è rimasta e ha resistito all’esercito più potente della regione, possibile che ceda di fronte a questi reparti militari che devono entrare a Gaza a garantire sicurezza e stabilità? La realtà non è quella raccontata a Washington da Trump e da chi è intervenuto. Quello è il wishful thinking, un pio desiderio. Hamas controlla una parte di Gaza e non ha nessuna intenzione di cedere, mentre nell’altra ci sono gli israeliani, che non se ne andranno fino a che l’organizzazione palestinese non consegnerà le armi.

Dunque il problema non è solo il disarmo di Hamas, ma anche che si devono ritirare gli israeliani, altrimenti difficilmente i Paesi musulmani metteranno a disposizione i loro soldati. Anche l’esercito di Tel Aviv resterà dov’è?

Se anche si ritirassero solo gli israeliani, i Paesi arabi o musulmani non avranno nessuna intenzione di fare il lavoro sporco che non è riuscito all’IDF, cioè togliere di mezzo Hamas. Che invece resterà a Gaza. Tanto non è interessata alla fine che fanno i civili, quello che importa è la causa della liberazione della Palestina, per la quale si può sacrificare anche la popolazione palestinese.

Hamas e il governo Netanyahu in fondo, per certi versi sono alleati, hanno lo stesso obiettivo. Restando entrambi, Netanyahu potrà rimanere in sella in Israele e vincerà le prossime elezioni in un Paese sempre più a destra, puntando il dito contro il nemico palestinese, mentre Hamas manterrà il potere in funzione anti-israeliana: uno fa il gioco dell’altro.

Cosa ci dice, invece, la composizione del Board of Peace?

Il Board of Peace serve solo a Trump per fare scena, come è successo con la Groenlandia, con il petrolio venezuelano e anche con l’Iran: a giugno ha bombardato per colpire i siti nucleari e adesso si sta discutendo un’altra volta del programma nucleare iraniano.

Se si escludono i Paesi arabi, quelli del Golfo, la Giordania, anche il Marocco, che sono direttamente interessati alla fine del conflitto fra israeliani e palestinesi e a una stabilizzazione del Medio Oriente, tutti gli altri, come il Vietnam o l’Armenia, hanno aderito solo per tenersi buono Trump. Anche l’Italia lo fa per questo: che senso ha altrimenti fare l’osservatore senza poter dire niente?

Intanto il presidente USA ha colto l’occasione per dare un altro ultimatum all’Iran, dieci giorni per arrivare a un accordo oppure Teheran pagherà cara la mancata intesa. Gli Stati Uniti attaccheranno?

Razionalmente ad americani e iraniani non conviene: sarebbe molto peggio di quello che è successo lo scorso giugno. Bombardare non crea consenso nell’opinione pubblica statunitense e il regime degli ayatollah deve pensare a salvarsi. È Netanyahu che preme sugli USA perché ha tutto l’interesse che la guerra continui per il suo vantaggio politico. In questa situazione Israele potrebbe creare il casus belli per iniziare la guerra e costringere gli americani a seguirlo. L’Iran, messo con le spalle al muro e con il rischio che cada il regime, a quel punto metterebbe in moto quello che resta di Hezbollah in Libano e delle milizie filo-iraniane in Iraq.

Cosa ci dobbiamo aspettare allora dal Board of peace?

Non è una cosa seria, infatti i Paesi che hanno stamina, come Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Vaticano, hanno rifiutato di aderire. Sanno che è frutto dell’egocentrismo di Trump. Intendiamoci, è anche l’unica proposta di pace che c’è sul tavolo. I punti del piano del presidente americano sono stati approvati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nei mesi scorsi, mentre tutti i Paesi che hanno riconosciuto la Palestina non hanno mosso un dito per preparare un piano di pace alternativo e per permettere davvero ai palestinesi di avere un loro Stato.

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