Ucciso un altro blogger critico dell’islam. E’ il secondo in un mese

“Differenze ideologiche”. Così è stata spiegata l’uccisione in pieno giorno del bengalese Washiqur Rahman, assassinato a colpi di machete da un gruppo di fondamentalisti islamici

di Giulio Meotti | 30 Marzo 2015 ore 13:58 Foglio

Roma. La motivazione addotta dalla polizia di Dacca, capitale del Bangladesh, ricorda i crimini nei regimi totalitari del Novecento: “Differenze ideologiche”. Così è stata spiegata l’uccisione in pieno giorno del blogger bengalese Washiqur Rahman, assassinato a colpi di machete da un gruppo di fondamentalisti islamici. Si tratta del secondo caso dopo l’omicidio di Avijit Roy, l’intellettuale naturalizzato americano ammazzato un mese fa. Noto per il blog Mukto-Mona (“libero pensiero”),  autore di alcuni volumi, fra cui “Il virus della fede” e “Dal vuoto al grande mondo”, Roy era tornato in Bangladesh da un paio di settimane e aveva ricevuto minacce di morte per le sue idee contro l’islamismo.

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 La “colpa” del blogger Washiqur è di aver espresso opinioni a favore di una società laica, quella che era il Bangladesh un tempo, prima che i dettami islamici prendessero il sopravvento. Il suo omicidio si aggiunge a una lunga lista di personalità della letteratura e della cultura uccise in Bangladesh negli anni scorsi, come il leggendario poeta Shamsur Rahman nel 1999, lo scrittore Humayun Azad nel 2004 e il blogger Ahmed Rajib Haider nel 2013. “Il volto di Washiqur è stato sfigurato perché gli assalitori lo hanno colpito soprattutto in faccia”, ha detto la polizia bengalese. E’ stata la scrittrice bengalese Taslima Nasreen, il cui volto i fanatici del Corano hanno cercato di annerire, a diffondere l’immagine del corpo di Washiqur dopo l’attentato. Non resta niente del sorriso con cui era noto nella rete.

Qualche giorno fa avevamo mandato una email a Ibn Warraq, l’esperto di islam che scrive sotto pseudonimo in America, e amico delle vittime: “Non ho molto da dire sull’uccisione di Roy, se non che è un segno della barbarie della cultura islamica”, ci aveva scritto. “Tuttavia, ho incontrato molti altri autori bengalesi coraggiosi che stanno combattendo questa cultura della violenza e dell’intolleranza”. Con l’assassinio di Washiqur ce n’è uno in meno.

Intanto, dal suo carcere in Arabia Saudita, un altro blogger, Raif Badawi, frustato nella pubblica piazza di Riad, fa uscire un testo che andrà a costituire la prefazione del suo libro in Germania, in uscita mercoledì 1 aprile. L’attivista era stato arrestato nel 2012 perché accusato di vari reati tra cui “insulti all’islam e “disobbedienza”. Badawi, padre di tre figli, era stato condannato a dieci anni di carcere e avrebbe dovuto essere frustato cinquanta volte ogni venerdì per venti settimane. Dopo le prime cinquanta frustate nel gennaio di quest’anno, la punizione è stata costantemente rinviata per “ragioni mediche”. “Tutta questa crudele sofferenza mi sta accadendo perché ho semplicemente espresso le mie opinioni”, scrive Badawi nel libro, anticipato dal settimanale Der Spiegel, e che porta il titolo “Mille frustate: Perché io dico ciò che penso”.

L’editore Ullstein ha detto che Badawi ha dettato le sue riflessioni alla moglie via telefono. Badawi potrebbe dover affrontare una condanna a morte dopo che il tribunale penale di Riad ha annunciato che potrebbe essere processato per “apostasia”. E’ lo stesso odioso crimine ideologico e morale per il quale gli islamisti hanno appena cambiato i connotati a Washiqur Rahman. Una condanna a morte extragiudiziale eseguita per strada e una che aspetta di essere eseguita con tutti i crismi del diritto islamico. Vittime due blogger, le uniche voci di libertà in quei regimi islamici che hanno azzerato ogni altra forma di pensiero.

L’immagine del corpo di Avijit Roy immerso nel sangue, riverso su un marciapiede nel campus della Dhaka University dove i giovani di solito si affollano intorno alle bancarelle di tè discutendo di politica, filosofia e attualità, i loro volti storditi e timorosi, e la moglie della vittima sotto shock, con un dito tagliato, le lacrime rigate dal sangue, aveva fatto il giro del mondo. Ma per loro nessuno ha gridato “Je Suis Avijit Roy”.

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