“Poste offre risparmi e investimenti vantaggiosi per sé.
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Ma non per i clienti”. Lobby. Un'ispezione Consob rivela le pratiche interne: prodotti finanziari venduti in base alle esigenze dell'azienda e non degli utenti
di Stefano Feltri | 9 dicembre 2014 da Il Fatto Quotidiano
La parte dedicata a “Risparmio e investimenti” del sito delle Poste Italiane ci accoglie con questo rassicurante messaggio: “Per i tuoi risparmi o i tuoi investimenti BancoPosta ti mette a disposizione un’offerta completa di soluzioni sicure e vantaggiose”. Ma sicure e vantaggiose per chi? Secondo la Consob, l’autorità che vigila sulla Borsa e la gestione del risparmio, la priorità è che le soluzioni siano “sicure e vantaggiose” per le Poste, non certo per i clienti. Dopo mesi di ispezione e un’analisi minuziosa, anche delle email interne, è questo il giudizio a cui arriva la Consob in un rapporto della Divisione intermediari firmato dal presidente Giuseppe Vegas, è il “Procedimento 20638/14” (di cui ha dato conto anche Andrea Greco su Repubblica qualche giorno fa).
Sono tutte analisi relative alla gestione del gruppo durante l’era di Massimo Sarmi, ora il nuovo amministratore delegato Francesco Caio sta riorganizzando il gruppo e a settembre ha dovuto convocare un consiglio di amministrazione con all’ordine del giorno i rilievi presentati da Vegas. Ma il giudizio nel dossier dell’autorità di vigilanza non è rassicurante per chi alle Poste ha affidato i risparmi di una vita: “Le verifiche condotte hanno evidenziato che la società si avvale, nello svolgimento dei servizi di investimento, di meccanismi di pianificazione commerciale e di incentivazione del personale fondati sul perseguimento di specifici interessi ‘di business’ (prevalentemente declinati in termini di redditività) che, affiancati da rilevanti pressioni gerarchiche a tutti i livelli della struttura organizzativa, hanno determinato, a valle del processo distributivo significative distorsioni nella relazione con la clientela”. Tradotto: quando l’impiegato alle Poste propone un prodotto, non pensa a cosa è nell’interesse del cliente, ma alle pressioni che gli sta facendo il suo capo per raggiungere gli obiettivi di vendita. Secondo la Consob, “il sistematico ricorso a forme di pianificazione commerciale ‘per prodotto’ costituiscono le componenti di un impianto focalizzato verso la realizzazione di obiettivi aziendali senza tenere adeguatamente conto delle esigenze della clientela”. Un portavoce dell’azienda spiega a Il Fatto Quotidiano che, dopo il cda convocato a settembre su indicazione della Consob c’è già stata anche una riunione con gli uomini dell’autorità per discutere il da farsi, un’altra è prevista entro fine anno, in modo da correggere in tempi rapidi i comportamenti contestati.
Più sportelli finanziari che portalettere
La struttura dei ricavi del gruppo Poste Italiane è questa: 21,6 miliardi di euro di cui solo 5,1 dai servizi postali e commerciali (lettere e pacchi), il grosso arriva dai servizi finanziari, 5 miliardi, e dalle polizze 11,2 miliardi. C’è quindi una certa pressione per ottenere risultati nella gestione del risparmio, visto che ormai le Poste sono soprattutto una ramificata rete di punti vendita di prodotti finanziari che, a margine, si occupa di corrispondenza. In base a una direttiva europea del 2007, la cosiddetta “Mifid”, la Consob deve accertarsi che ci sia un rapporto corretto tra chi vende prodotti finanziari e le competenze e la propensione al rischio della clientela. Nel 2010 ha riscontrato irregolarità in cinque banche, Intesa, Unicredit, Mps, Popolare di Verona, Bnl e ha convocato d’ufficio i cda per porre rimedio. Nel 2011 ha multato la Popolare di Milano per aver spinto ai propri clienti un prestito convertendo mentendo sui reali rischi dell’operazione. Anche le Poste rischiano ora una multa. E non sarà una buona pubblicità se la sanzione dovesse arrivare nei mesi in cui Caio proverà, con grande ritardo sui tempi immaginati dal governo, a portare le Poste in Borsa per aiutare l’azionista unico, cioè il ministero del Tesoro, a fare cassa.


