Il nodo (scorsoio) che lega il Csm all’Anm. Intervista all'ex ministro della Giustizia e vicepresidente del Consiglio Claudio Martelli

"Il punto cruciale della vicenda è il cordone ombelicale che lega il Csm all'Anm che rappresenta il ricettacolo del correntismo denunciato anche dal presidente della Repubblica". La politica? "In questo caso c'entra poco

Andrea Picardi 31.5.2020 formiche.net lettura4’

Mi pare una vicenda tutta interna alla magistratura. Ma sono d'accordissimo sul prevedere una separazione più marcata e sull'evitare le porte girevoli".

“È evidente che non si possa andare avanti con questo andazzo, la situazione va rimessa sui binari giusti e l’unico modo per riuscirci è rinnovare il Consiglio superiore della magistratura. Serve una presa d’atto collettiva che così non si può andare avanti”. Parola dell’ex ministro della Giustizia e vicepremier Claudio Martelli, che in questa conversazione ha affidato a Formiche.net la sua ricetta per voltare definitivamente pagina dopo il quadro emerso dalle ultime vicende di questi giorni: rinnovo del Consiglio superiore della magistratura, eliminazione di qualsiasi collegamento con l’Associazione nazionale magistrati, separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha utilizzato espressioni molto forti – “degenerazione”, “sconcerto”, “riprovazione” – per commentare quello che sta accadendo in questi giorni. È d’accordo?

Le sue sono state parole ferme, solenni, quasi di raccapriccio. E lo capisco. Naturalmente il presidente della Repubblica non ha il potere di interventi arbitrari, ma si può spendere attraverso la moral suasion.

Cosa occorre fare a suo avviso?

Bisogna procedere al rinnovo del Csm, peraltro cinque membri si sono già dimessi. E nel contempo intervenire con una legge che ne riformi in profondità le regole di formazione. L’elezione del nuovo Consiglio superiore della magistratura dovrà avvenire su basi completamente nuove.

Quali?

Il punto cruciale della vicenda è il cordone ombelicale che lega il Csm all’Anm che rappresenta il ricettacolo del correntismo denunciato dal presidente della Repubblica, da tanti magistrati e pure da qualche ex ministro della Giustizia, tra cui il sottoscritto. Quel che non funziona è ciò che avvince il Consiglio superiore della magistratura – organo di rilievo costituzionale – nato per garantire l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati attraverso l’autogoverno.

Quello è lo scopo riconosciuto anche dalla Costituzione. Ma poi cos’è successo?

Ormai siamo di fronte all’evidenza palmare, totale, di un’associazione privata, qual appunto l’Anm, che monopolizza la composizione dell’organo costituzionale – ne indice infatti le elezioni – e le relative nomine, visto che con le sue correnti designa e fa eleggere i membri del Csm. Siamo di fronte a una lesione della Costituzione del tutto evidente: un organismo nato per essere indipendente in realtà dipende da un’associazione privata.

E adesso?

Inutile fare gli indignati, si tratta di un problema che esiste da decenni. E poi si continua con grande ipocrisia a dare la colpa alle correnti. Ma non conterebbero nulla se non ci fosse un’associazione che le raggruppa e che stipula accordi tra loro che poi condizionano le scelte del Consiglio superiore della magistratura, dato che l’Anm ne elegge la maggioranza togata.

Dunque?

Serve che il Csm organizzi da solo la propria composizione oppure che si avvalga in tal senso di altre strutture dello Stato. Ma certamente questo meccanismo non può essere affidato all’arbitrio di un’associazione privata.

Senta ma perché il Consiglio superiore della magistratura è così importante per garantire il corretto funzionamento della giustizia?

Perché decide le nomine, i trasferimenti, le eventuali sanzioni disciplinari e anche i distacchi da ruolo di magistrato. Ce ne sono centinaia che in Italia fanno un lavoro diverso, perché impiegati nei ministeri, a partire da quello della Giustizia. Quando divenni ministro ce ne erano 130 e riuscii a ridurli a 110. Magistrati che, anziché fare i giudici o i pubblici ministeri, sono dirigenti all’interno dei ministeri, ad esempio come capi di gabinetto o capi degli uffici legislativi. C’è stata una proliferazione di questi incarichi e di questi distacchi, con detrimento della funzione giudiziaria. Spesso i magistrati lamentano di essere troppo pochi: certo se molti di loro fanno un altro lavoro è normale che alla fine non siano abbastanza. E poi ci sono quelli che si dedicano direttamente alla politica.

Ecco, il rapporto tra politica e magistratura. Cosa non funziona?

È una sorta di must, è un tema che aleggia sempre. Non vorrei, però, che si nascondesse il vero con un velo di pudore e che tutto rifluisse in questa stanca polemica. In questo caso, finora, la politica c’entra poco. Mi pare una vicenda tutta interna alla magistratura. Ciò detto, sono d’accordissimo sul prevedere una separazione più marcata e sull’evitare le porte girevoli tra esercizio della funzione giudiziaria, che deve essere imparziale, e la politica che invece, per sua natura, è di parte. Non possiamo permetterci confusione su questo aspetto.

A proposito di temi che ritornano ciclicamente nel dibattito pubblico, le ultime vicende rilanciano anche la polemica sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri?

È una questione talmente vecchia che sembra quasi imputridita, eppure rappresenta uno dei grandi nodi irrisolti della giustizia nel nostro Paese. Giudico una gravissima responsabilità di tutti i Parlamenti e i governi che si sono succeduti negli anni e nei decenni non averla affrontata una volta per tutte: bisogna separare le carriere dei giudici – che devono essere imparziali e terzi – da quelle dei pubblici ministeri che sostengono l’accusa. Quest’ultimi non possono essere imparziali: sono di parte perché appunto sostengono una parte. Cioè l’accusa.

Ci vorrebbe una separazione anche dei rispettivi organi di autogoverno?

I giudici non possono appartenere allo stesso ordine dei pubblici ministeri o avere l’ufficio accanto a loro, come accadeva ai tempi aurei di Mani Pulite. Servono due organi di autogoverno diversi, in coerenza con la separazioni delle carriere: uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri, che sono una minoranza del corpo giudiziario ma, guarda caso, dominano sia l’Associazione nazionale magistrati che il Consiglio superiore della magistratura.

Perché?

Perché il loro potere è sovrabbondante, dispongono di armi molto incisive. Basta un’accusa per mettere qualcuno in difficoltà.

E la mediatizzazione della giustizia come ha influito in tal senso?

Ha influito sulle ambizioni e sulla notorietà, soprattutto dei pubblici ministeri. Ad esempio è più difficile negare la promozione ai magistrati diventati popolari. Ma non è sempre così: Giovani Falcone era amato e popolare, ma fu bocciato sistematicamente.

Commenti   

#1 riki 2020-05-31 12:03
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