L'ipocrisia di una sinistra parzialmente incinta

Cosa insegnano a Bersani & Co. la crisi dei socialisti, il flop do Corbyn e la mezza gravidanza di Hollande (occhio al giuaguaro)

Pier Luigi Bersani (foto LaPresse)

di Claudio Cerasa | 03 Ottobre 2016 ore 09:23

In uno scambio di battute con alcuni colleghi durante una festa dell’Unità, il ministro Giuliano Poletti ha usato un’espressione perfetta per mettere a fuoco la posizione insieme ridicola e romantica di quella sinistra oggi fieramente schierata per il “nì” al referendum costituzionale: in natura, ha ricordato Poletti, non si può essere parzialmente incinta, o si è gravidi o non lo si è. La metafora di Poletti è utile per capire qualcosa di più su una dinamica importante che riguarda quattro storie che stanno mettendo a dura prova l’identità della sinistra europea: il referendum italiano, le elezioni francesi, il collasso del partito socialista spagnolo, la crisi dei Labour inglesi.

Ciascuna di queste storie, a suo modo, ci dimostra che la sinistra non può essere parzialmente incinta ma deve decidere quale strada imboccare per il suo futuro.

Corbyn ha scelto una strada fragile ma coerente: opposizione dura, distante anni luce dall’approccio riformista di Blair. E’ una strada che non sta funzionando ma che ha un suo senso: tutto quello che fa il centrodestra per noi è sbagliato (e si capisce poi che partendo da questo approccio la sinistra che dice no a tutto quello che dicono gli avversari non ha credibilità quando dice sì a quello che dicono gli avversari, come è accaduto per il Brexit, con Corbyn costretto a seguire la linea dell’ex premier David Cameron).

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La strada opposta a questa è quella seguita dal Partito democratico guidato da Renzi ed è una strada sulla quale si sta interrogando anche il partito socialista spagnolo, alle prese con una rivolta interna contro il leader Pedro Sánchez accusato di essere eccessivamente oltranzista rispetto all’ipotesi di sostenere un governo di grande coalizione in Spagna insieme con i popolari di Mariano Rajoy (giovedì si sono dimessi 17 membri del Comitato esecutivo in polemica contro Sánchez).

La linea del Pd è chiara ed è stata implicitamente ricordata dallo stesso segretario qualche giorno fa con il nostro giornale: in un’epoca in cui i messaggi di sinistra non funzionano più (vedi Sanders, vedi Varoufakis, vedi Podemos) l’unica speranza che ha la sinistra di vincere le elezioni è quella di rubacchiare temi alla destra, per conquistare gli elettori di quello schieramento e poi, a poco a poco, farli diventare tasselli della nuova sinistra (non è un caso che il 40,8 per cento ottenuto da Renzi sia stato registrato dopo e non prima il patto con il leader di Forza Italia).

Insomma: o di qua o di là. O con Corbyn o con Renzi. In mezzo non si può stare. La diffidenza (eufemismo) mostrata dalla minoranza del Pd nei confronti del referendum nasce anche da una questione irrisolta goffamente camuffata con il nì alla riforma costituzionale: dietro quel nì non c’è solo un’incertezza (eufemismo) sul voto del 4 dicembre ma c’è l’incapacità di comprendere che in questa fase storica bisogna scegliere da che parte stare e bisogna fare i conti fino in fondo con la propria identità (con il referendum italiano c’è in ballo molto, anche l’identità del Pd).

François Hollande, in Francia, ha scelto di essere parzialmente incinta e i risultati si vedono (record storico di impopolarità per un presidente francese, circa 13 per cento). Pier François Bersén, e la sua guache giaguara, non ha scelto da che parte stare: se accettare definitivamente la rivoluzione proposta da Renzi o se rifiutarla radicalmente seguendo il modello Corbyn lontano dal Pd di Renzi. Nell’attesa di capire se la gravidanza c’è o non c’è ci permettiamo di ricordare un dettaglio all’ex segretario Pd: il modello Corbyn in Italia lo abbiamo già provato con Bersani nel 2013 e il risultato ha coinciso con il peggior risultato della storia della seconda repubblica per il più grande partito della sinistra. Auguri di cuore.

Categoria Italia

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