Populismo bifronte

Arriva la risposta grillina di Renzi (e Brunetta) alla proposta del M5s. Si chiama “lavoro di cittadinanza”

di Luciano Capone 28 Febbraio 2017 Foglio

Roma. Il dibattito politico si è talmente avvitato nella ricerca e nell’offerta di risposte miracolistiche e sorprendenti, che ormai le proposte politiche anti-populiste non sono meno populiste di quelle populiste.

 In un paese che non ha praticamente spazio fiscale, che è in trattativa con l’Europa per ridurre immediatamente il deficit e che ha diverse cambiali in scadenza (le clausole di salvaguardia), la competizione è tutta sulle promesse di aumento della spesa pubblica: i grillini propongono il “reddito di cittadinanza” e i partiti istituzionali rispondono con il “lavoro di cittadinanza”. I primi presentano come strumento per combattere la povertà uno stipendio per chi fa finta di cercare un lavoro, i secondi rilanciano con un finto lavoro per garantire uno stipendio. E per questa proposta, ritenuta alternativa a quella grillina, Forza Italia e Partito democratico litigano persino sulla primogenitura.

 

Di ritorno dalla Silicon Valley, dove era andato a prendere ispirazione per elaborare un programma innovativo per il Pd post scissione, Matteo Renzi ha contestato la soluzione grillina: “Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità – ha dichiarato al Messaggero – il reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione. Serve un lavoro di cittadinanza”. Forse per partorire un’idea del genere non era necessario andare a cercare stimoli in California, ma bastava leggere i giornali italiani, perché una trovata simile è venuta in mente a Renato Brunetta e Silvio Berlusconi: “Si chiamerà ‘lavoro di cittadinanza’ – scriveva la Stampa qualche settimana fa – e consisterà nel garantire un’occupazione di 3 mesi a quanti ne faranno domanda. Questi 3 mesi di lavoro daranno diritto a trascorrerne altrettanti con l’indennità di disoccupazione, e così via”. Pur non essendo noti i dettagli, la proposta di Renzi non appare tanto diversa da quella di Brunetta ed entrambe somigliano a quella di Beppe Grillo.

Né con la tassa sui robot né con il sussidio di cittadinanza

In Italia semmai abbiamo il problema opposto: accertare che le imprese non bluffino con innovazioni fake per avere incentivi

Secondo quanto spiegato in un’altra intervista a Fabio Fazio (“per chi non ce la fa non possiamo dire reddito di cittadinanza, che vuol dire ‘tranquillo ci pensa papi’, che è lo stato. Ti do una mano, ti faccio fare un corso di formazione”), il “lavoro di cittadinanza” di Renzi si basa su due pilastri: lavori socialmente utili e corsi di formazione. Due strumenti non proprio innovativi, già abbondantemente utilizzati e che non hanno prodotto risultati eccellenti, né sul fronte dell’utilità collettiva né su quello della formazione individuale. Al netto del costo per le casse pubbliche, non ancora noto, siamo nella stessa zona della proposta Brunetta, in cui lavoro socialmente utile e sussidio di disoccupazione con formazione si alternano ogni tre mesi ad libitum.

Ma a ben guardare questo meccanismo, nonostante la feroce contrapposizione politico-lessicale-ideologica, non è poi tanto diverso dal “reddito di cittadinanza” dei 5 stelle.

Perché i grillini chiamano con una truffa lessicale “reddito di cittadinanza” quello che in realtà è un sussidio di disoccupazione condizionato, ovvero uno stipendio a fronte di alcuni obblighi come non rifiutare più di tre offerte di lavoro trovate dai centri per l’impiego, frequentare corsi di formazione e fare lavori socialmente utili per otto ore settimanali. Della proposta grillina si conoscono tutti i dettagli e si capisce bene che funziona come un incentivo alla disoccupazione e una tassa sull’occupazione: chiunque ha diritto a un minimo di 780 euro al mese, se ha reddito zero percepisce l’assegno integrale, e se invece guadagna meno riceve un’integrazione fino a 780 euro. Significa che conviene non fare nulla (o lavorare in nero), perché – fino alla soglia prefissata per legge – tutto ciò che viene guadagnato viene perso come sussidio. Detto in termini più tecnici: chi si azzarda a lavorare viene punito con un’aliquota marginale del cento per cento.

Un sussidio del genere, oltre a essere “una trappola della povertà” per chi rientri nel programma, produce disoccupazione perché ha come effetto quello di mettere fuori mercato ogni tipo di lavoro pagato meno o poco più del sussidio. Anche se le proposte di Renzi e Brunetta non dovessero contenere gli incentivi perversi dei 5 stelle, non si può fare a meno di notare che tutte e tre le proposte si basano sullo stato come erogatore sia di posti di lavoro sia di formazione, compiti in cui il pubblico non ha un record eccellente.

L'ozio dei popoli

Il revenu de base, per dirla con Benoît Hamon, sembra fatto per garantire un diritto all’ozio. Ma senza lavoro produttivo e con un reddito garantito a tutti c’è una libertà condizionata, cioè una non libertà. Da brividi, no?

Ci sono sussidi di disoccupazione disegnati meglio, come l’Earned income tax credit (Eitc) statunitense, un credito d’imposta che aiuta chi ha un reddito basso e premia chi si trova un lavoro senza aspettare che piova dallo stato. L’Eitc c’è anche in California, proprio dove è andato Renzi.

Ctegoria Italia

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