Dalle elezioni del 4 marzo, per perdite virtuali di Borsa, obbligazioni e titoli di Stato perdite per 164,6 mld

Le perdite virtuali di Borsa, obbligazioni e titoli di Stato, esclusi quelli detenuti da Banca d’Italia e investitori esteri, sono arrivate a 164.6 miliardi di euro. Lo rileva la Fondazione Hume di Luca Ricolfi

di Alessandra Ricciardi, 10.11.2018 www,italiaoggi.it

L'incertezza politica costa cara ai risparmiatori e investitori italiani. Dalle elezioni del 4 marzo al 2 novembre scorso le perdite virtuali di Borsa, obbligazioni e titoli di Stato, esclusi quelli detenuti da Banca d'Italia e investitori esteri, sono arrivate a 164.6 miliardi di euro. Ammontavano a 198 miliardi fino al 24 ottobre. In una settimana un recupero deciso, dovuto all'allentarsi delle tensioni sui titoli di Stato che ha segnato un +8.7 miliardi. E anche il mercato azionario ha recuperato, circa 21 miliardi.

La rilevazione è il frutto di una ricerca della Fondazione Hume di Luca Ricolfi, sociologo, docente di Analisi dei dati presso l'Università di Torino. La Fondazione ha messo in piedi un pool che ogni settimana calcola le perdite virtuali totali dell'Italia, isolando quelle dei vari mercati, delle famiglie, delle imprese, «è strano, ma nessuno aveva ancora provato a calcolare quanto, complessivamente, ci è finora costata l'incertezza politico-finanziaria che si è instaurata in Italia dopo le elezioni del 4 marzo 2018», spiega Ricolfi a ItaliaOggi.

Domanda. Perché i mercati finanziari stanno punendo l'Italia?

Risposta. Non c'è un motivo unico, però credo che quello principale sia la nostra inaffidabilità. I nostri governi promettono, promettono, promettono di rispettare le regole, ma poi non stanno ai patti. Vale per Conte, che aveva rassicurato la Commissione Europea sul rispetto degli obiettivi di deficit e dopo poche settimane ha fatto marcia indietro. Ma vale anche per i governi del passato, prossimo e remoto. Anche Renzi, Gentiloni e Padoan hanno sempre promesso, e mai mantenuto. Per non risalire alla seconda guerra mondiale, che abbiamo iniziato alleati con i tedeschi e finita alleati con gli anglo-americani.

D. Nelle cancellerie europee passiamo ancora per dei voltagabbana?

R. La realtà è che all'estero sanno perfettamente che noi italiani possiamo benissimo firmare un impegno e poi non onorarlo, e questo un po' in tutti i campi: dalle infinite violazioni dei diritti dei detenuti fino agli estenuanti tira e molla sulla Tav e sulle grandi opere.

D. Rispetto a questo quadro, cosa è cambiato con il governo Conte?

R. Il governo Cinque Stelle si è limitato a introdurre un elemento di inquietante chiarezza: non solo non rispetteremo le regole quest'anno, ma continueremo a non rispettarle anche negli anni a venire. A quanto pare ai mercati non è piaciuta. Detta diversamente: i mercati preferiscono l'ipocrisia dei governanti di ieri alla spavalderia di quelli di oggi.

D. E dunque hanno deciso di punire il governo gialloverde.

R. A dirla tutta, l'attacco dei mercati non è iniziato il 1° giugno 2018, ma il 4 dicembre 2016, quando la sconfitta del «sì» al referendum costituzionale ha rivelato che la stagione delle riforme volgeva al termine. Se quasi nessuno se ne è accorto, è solo perché si continua a guardare allo spread grezzo anziché, come da anni facciamo alla Fondazione Hume, allo spread standardizzato, che confronta l'Italia con tutti i paesi euro, anziché con la sola Germania.

D. E cosa diceva lo spread standardizzato dopo la vittoria dei no al referendum costituzionale del 4 dicembre?

R. Dopo la sconfitta di Renzi al referendum, lo spread standardizzato si è impennato decisamente e da allora, per quasi due anni, è sempre cresciuto al medesimo ritmo, senza nessun salto o accelerazione nel passaggio da Gentiloni a Conte.

D. Lo spread oggi oscilla sotto i 300 punti, depurato dalle valutazioni politiche sul nostro Paese quale dovrebbe essere il suo valore naturale?

R. Se per valore «naturale» si intende quello che lo spread dovrebbe assumere se dipendesse solo dai fondamentali dell'economia italiana la risposta è: meno di 150 punti base.

D. È la metà quasi dello spread attuale. Come siete arrivati a calcolarlo?

R. Questo risultato si ottiene usando l'indice VS, che misura la Vulnerabilità Strutturale dei conti pubblici, e che la Fondazione Hume calcola ogni anno per 40 economie avanzate, compresa l'Italia. Valore che ci dice che il sistema italiano non è così vulnerabile come raccontano, lo è certamente meno per esempio del Portogallo che i mercati trattano con molto maggiore indulgenza di quanto trattino noi.

D. A cosa addebitate la riduzione delle perdite della scorsa settimana di oltre 30 miliardi?

R. A diversi fattori: il mancato declassamento da parte di Standard & Poor's, il rimbalzo della Borsa, che era scesa troppo nelle settimane precedenti, i buoni risultati degli stress test sulle banche.

R. Sì, lo vedo eccome, ma non a causa di quel che il Governo sta facendo, bensì in ragione di quello che non sta facendo. Se l'economia europea rallenta, noi che da vent'anni cresciamo la metà degli altri paesi inevitabilmente ci fermiamo.

D. Come se ne esce?

R. L'unico modo in cui potremmo evitarlo è attraverso uno shock di politica economica incisivo, ossia immediatamente efficace. Sfortunatamente l'unico shock di questo tipo è una drastica riduzione dell'imposta societaria (Ires + Irap), che è però anche l'unico punto del programma gialloverde sostanzialmente inattuato. Gli sgravi fiscali previsti sono ridicoli, e compensati da maggiori tasse.

D. Lei sta dicendo che la Lega doveva essere più incisiva sul fronte imposte e concedere meno sul reddito di cittadinanza e Fornero?

R. Certamente. Matteo Salvini si è intestato la riforma previdenziale della Fornero, poi si è accorto che costava troppo e ha dovuto rinunciare alla riduzione delle tasse sulle imprese che invece avrebbe dato una spinta immediata all'economia. Con il risultato che con la Manovra non solo non ci sarà la riduzione annunciata, ma un aumento dell'imposizione fiscale. La legge di bilancio prevede infatti maggiori entrate per 8 miliardi e sgravi alle imprese per 2 (riduzioni Ires e Iva al 15%). Francamente non capisco perché Salvini abbia calato le braghe sulla tasse e abbia investito tutto sulla Fornero...

D. Chi sono i soggetti che verrebbero maggiormente puniti dalla recessione?

R. La catena è semplice: ceti medi, imprese, lavoratori, giovani. Ma è una catena che si dipana nel tempo. A breve il rallentamento dell'economia, accompagnato da uno spread a quota 300, colpisce soprattutto i ceti medi, che detengono ricchezza finanziaria sensibile, ovvero azioni, titoli di Stato, obbligazioni. Nel medio periodo, ossia dopo le elezioni europee, a soffrire saranno prima le imprese, poi i ceti popolari, con la distruzione di un bel po' di posti di lavoro. Nel lungo periodo il conto lo pagheranno i nostri figli e nipoti, perché ogni aumento del debito pubblico, comunque vadano le cose, toglie gradi di libertà alle generazioni future.

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