La Lega non russa

Salvini si fa dialogante in Europa. Fontana tratta per il commissario Ue. Giorgetti: “Temo mi vogliano bruciare”

di Salvatore Merlo 12 Luglio 2019 alle 06: www.ilfoglio.it

Roma. “Questa balla dei russi serve a tenerci ancora all’angolo in Europa”, dice al Foglio Marco Campomenosi, il capogruppo della Lega al Parlamento europeo, uno degli uomini più preparati nella squadra di Matteo Salvini. Espressione di una Lega interessata a misurarsi nel gioco grande di Bruxelles, Campomenosi spiega che la vicenda dell’audio sui presunti finanziamenti russi, su cui da ieri indaga la procura di Milano, “offre argomenti a chi vuole tenerci fuori”. Complica una situazione già intricata per un partito maneggiato in Europa come fosse radioattivo. Eppure non sono escluse sorprese. La Lega vuole un commissario di peso. In cambio offre aiuto al Ppe per l’elezione della rigorista tedesca von der Leyen alla presidenza.

La Lega, che pure ha vinto le elezioni europee, è stata circondata a Bruxelles da un efficacissimo cordone sanitario che nel Parlamento europeo l’ha esclusa da ogni incarico e da ogni partita che contava davvero. “Ma questi erano giochi parlamentari. Ora tocca ai governi”, dice Marco Campomenosi. “E il dossier adesso per fortuna è nelle capacissime mani di Lorenzo Fontana”, vicesegretario della Lega, neo ministro degli Affari europei, che la settimana prossima sarà a Strasburgo nelle ore decisive per la difficile trattativa che dovrebbe portare all’elezione del presidente della Commissione. Il voto, previsto per il prossimo martedì mattina, è stato posticipato ieri a martedì sera, alle 18. Segno di difficoltà. Ma anche di movimenti più o meno sottotraccia. La Lega ha chiesto per lunedì un incontro alla candidata, e presidente in pectore, von der Leyen, che stenta a trovare una maggioranza che la elegga. La sinistra infatti storce il naso di fronte alla candidata della Cdu tedesca: i Verdi votano no, il gruppo del Gue vota no, i Socialisti sono incerti e divisi. Così è a destra, anche tra i sovranisti, che Ursula von der Lyen trova più sostegno. Ci sono negoziati in corso anche in questo momento. E insomma la Lega, fin qui esclusa da tutto, cerca di tornare in partita per un ruolo in commissione in cambio del sostegno – o dell’astensione tattica – nei confronti della candidatura di von der Lyen. Ieri pomeriggio, in conferenza stampa, a Roma, il ministro Fontana ha fatto capire che lo scambio è possibile. Ma “sarebbe auspicabile, saggio e prudente che l’elezione del presidente della commissione slittasse a settembre”, dice Campomenosi. “Sarebbe saggio e prudente”, ripete il capogruppo leghista, “dare a tutti agio di capirsi meglio lasciando un’estate di decantazione”.

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Il candidato che Salvini vorrebbe commissario alla Concorrenza (improbabile) o in alternativa al Commercio o all’Agricoltura, è l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Un candidato tuttavia riluttante, che confessava a Pier Ferdinando Casini: “Io sono indeciso. Non voglio farmi silurare in Europa. Ed è chiaro che ‘quelli lì’ ce la vogliono far pagare”. E quelli lì, che vogliono farla pagare a Salvini e alla Lega, sono i cosiddetti partiti europeisti: il Pse, i Verdi, i Liberali, una parte del Ppe. Che succederebbe infatti – ed è questo il timore fondato di Giorgetti – se una volta designato alla commissione in virtù di un accordo con la signora von der Lyen, Giorgetti venisse impallinato dal voto del Parlamento europeo? Per Rocco Buttiglione, nel 2004, il rifiuto del Parlamento di ratificare la sua nomina a commissario europeo coincise di fatto con la fine della sua lunga carriera politica. E questo Giorgetti lo sa bene (“è chiaro che quelli lì ce la vogliono far pagare”), non si fida, e non si fida nemmeno delle tante, troppe pacche sulle spalle che in queste ore sta ricevendo dai Cinque stelle e anche dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha favorito l’ipotesi di accordo tra la Lega e il Ppe. “Tra i Cinque stelle non vedono l’ora di bruciarlo”, dice un importante sottosegretario leghista. E d’altra parte, basterebbe forse poco per impallinare Giorgetti. Gli argomenti non mancano. C’è l’ormai famoso audio sui presunti finanziamenti russi che complica la vita di qualsiasi futuro commissario leghista alla Concorrenza. Ma basterebbe anche soltanto che un deputato qualsiasi, a Bruxelles, si alzasse in piedi ricordando che la mozione firmata da Giorgetti, al congresso della Lega, prevedeva l’uscita dall’Unione europea e un referendum sulla moneta unica. Boom.

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E infatti nella Lega parlano di “giochino stucchevole”, dicono che “da un lato ci chiedono responsabilità, ma dall’altro ci tengono fuori… un gioco strano dovuto anche al caos che regna nel Ppe. Qualcuno lì forse pensa di poter governare ancora l’Europa con chi ci stava prima. Con la sinistra. Qualcuno pensa di poter sopravvivere nella ridotta dello status quo. Pensano che i milioni di voti che i cittadini europei hanno dato ai sovranisti possano essere sterilizzati. Ma non è così che funziona la politica. Se ci tengono fuori, poi non potranno certo venire a lamentarsi con Salvini dicendo che l’Europa è crollata. Perché sarà colpa loro”. E d’altra parte Salvini stesso lo ha ripetuto con chiarezza, e più volte, ai suoi: “Stare all’opposizione può venirci persino comodo”. Dovesse andare tutto male, Salvini potrà infatti comunque rivendicare la propria marginalità come effetto di una congiura dell’establishment europeo ai danni dell’Italia sovranista. Il punto è capire se Giorgetti ci sta, a fare da cavia.

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